Caro Peppe, caro Tommy, care Ghiandole tutte,
Articolo originale di Frederika Randall
Emmanuel Bonsu Foster viene dal Ghana. Aveva 13 anni quando si è stabilito in Italia con i suoi genitori. In un assolato pomeriggio di fine settembre, Foster, che ora ha 22 anni, sedeva su una panchina in un parco di Parma, aspettando che cominciassero le lezioni nel vicino istituto tecnico. Sette uomini – poliziotti in borghese, anche se lui non poteva saperlo – apparvero all’improvviso e lo buttarono a terra. Lo picchiarono e lo presero a calci, lo picchiarono ancora nella macchina della polizia, lo spogliarono e lo perquisirono alla stazione di polizia, lo insultarono chiamandolo “scimmia” e “negro”, scattarono delle foto del “criminale” accovacciato come ad Abu Ghraib e alla fine, dopo sei ore, lo rilasciarono.
Il suo occhio sinistro sanguinava e portava con sé una busta con i propri effetti personali, su cui i poliziotti avevano scarabocchiato ” Emmanuel Negro.” Sembrava che Foster non fosse uno spacciatore, dopo tutto. Era solo nero.
Una volta, questo paese cattolico si vantava del fatto che gli italiani fossero “brava gente” [in italiano nel testo, N.d.T.], persone buone, tolleranti. Ora non più. La ringhiosa enfasi della destra sulla “sicurezza” durante la campagna elettorale dello scorso aprile (“sicurezza” interpretata come “protezione degli italiani dagli immigrati e dagli zingari”) ha mandato un messaggio che la polizia ha velocemente messo in pratica. Gli immigrati musulmani dovrebbero andare a “pisciare nelle loro moschee” è quanto ha detto il famoso vice-sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, della razzista e xenofoba Lega Nord.
Il razzismo da bar del terzo governo Berlusconi è diventato ufficiale quando il Ministro delle Riforme Umberto Bossi sottolineò che gli italiani non vogliono che i “bingo bongo” vivano qui.