mio fratello é figlio unico

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

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domenica, 25 gennaio 2009

Elezioni provinciali: 1) Il sasso nello stagno 2) Il rilancio del direttore della Gazzetta del Norbarese

1. Perchè qui si candidano sempre i soliti noti?


Seguiamo con apprensione l’inizio di questa lunga campagna elettorale che porterà all’elezione del primo consiglio provinciale della Bat. Siamo strabiliati ed insieme sconfortati nel vedere come la partenza della discussione relativa a probabili candidature sia tutta declinata al passato. In barba ad ogni segnale di innovazione delle classi dirigenti e ricambio generazionale, proprio mentre le più grandi democrazie investono tutto il loro futuro sulla capacità di innovare la guida politica, qui assistiamo stupefatti al ritorno in pompa magna di politici del nostro passato più e meno recente. È come quando si sogna di dover ridare l’esame di maturità e ci si chiede: “come, non l’avevo già dato?” Lanciamo subito un messaggio chiaro. Ci rifiutiamo - per età, temperamento e ideali - di aderire alla diffusa rassegnazione culturale che considera certi autentici capolavori del riciclaggio come il massimo che il nostro territorio possa esprimere quando disegna e immagina il nostro futuro. Per la regione Puglia si è individuato nelle primarie lo strumento più adatto per designare i candidati. Bene. Si facciano le primarie. Si facciano primarie di coalizione. Si eviti però di ridurle a scorciatoie elettorali più o meno convenienti per la conquista di poltrone, in cui chi vince si gode la gloria della vittoria o (peggio) della rivincita e chi perde rischia la retrocessione. Siano, piuttosto, uno strumento per stimolare la partecipazione e far echeggiare le riflessioni e le proposte migliori che la nostra provincia - intesa come unione di forze territoriali ma soprattutto umane - è in grado di avanzare. Siano una competizione sana tra programmi politici prima che uno scontro tra personalismi. E soprattutto facilitino quella selezione di valori e idee di cui, in un momento così confuso, avvertiamo la necessità. Da parte nostra ci impegniamo a sostenere una proposta che guardi al futuro in maniera responsabile e coraggiosa. Intendiamo offrire il nostro contributo per un progetto che sia rappresentato da una persona competente e giovane, una figura che sia in grado di riempire la politica di slanci e di significato e che al tempo stesso sappia dare scandalo per capacità di apertura e trasparenza. Con l’obiettivo di proiettare quest’angolo di Puglia nel pieno della post-modernità. In attesa di valide e concrete proposte, restiamo a guardare. Con un occhio attento ad osservare quel che accade e l’altro rivolto alla nostra anima, pronto a cogliere la vera “essenza” e attento a non sopire mai la coscienza. Altro che i fantasmi del passato. Abbiamo l’obbligo di rivoluzionare l’esistente per abitare il nostro futuro. ;-)


Firmato da Giuseppe Spadaro, Giuliana Damato, Paola Nasca, Carmine Doronzo, Dario Rivera Magos, Michele Sciannamea.

Fonte: Gazzetta del Nord Barese

Data: Sabato 24 Gennaio 2009


2) I ragionieri della politica ed il ricambio impossibile

Il confronto, come si dice, sorge spontaneo. Ma come, negli Stati Uniti eleggono un presidente di colore il cui padre - come lo stesso Obama ha orgogliosamente ricordato all’atto dell’insediamento - sessant’anni fa non sarebbe stato nemmeno servito in un ristorante e qui, fatte le debite proporzioni, per individuare il candidato presidente alle prime elezioni (6 e 7 giugno 2009) della provincia di Barletta-Andria-Trani non si va al di là «del ritorno in pompa magna di politici del nostro passato più o meno recente»?!
Lo hanno fatto notare ieri, sulla Gazzetta di ieri Giuseppe Spadaro, Giuliana Damato, Paola Nasca, Carmine Doronzo, Dario Rivera Magos e Michele Sciannamea, sei giovani impegnati a vario titolo nel Partito democratico o che si riconoscono comunque nell’area progressista. «Siamo strabiliati ed insieme sconfortati - sottolineavano - nel vedere come la partenza della discussione relativa a probabili candidature sia tutta declinata al passato». Come se il presente, insomma, non abbia nulla da proporre al futuro. E tutti, volenti o nolenti, siano costretti a muoversi nel recinto delle operazioni nostalgia, della ricerca affannosa di un usato più o meno sicuro o del riciclaggio possibile di politici buoni per tutte le stagioni. «E’ l’Italia, bellezza», verrebbe da dire. Qui la gerontocrazia non è solo una parola. E quando pure la carta anagrafica aiuterebbe, è il modo di pensare e di agire a risultare «vecchio» in sé. Certo, il «nuovismo», come tutti gli «ismi», non è sicuramente di per sé sinonimo di soluzione adeguata ai mille problemi di questa fase storica, piena di scetticismo e povera di slancio verso il futuro. Troppo spesso, infatti, le operazioni-novità si risolvono in maquillage necessari e sufficienti per far finta che tutto cambi, perché gattopardescamente non cambi nulla. Molti in queste ore si staranno interrogando non tanto sul merito della questione posta («In barba ad ogni segnale di innovazione delle classi dirigenti e ricambio generazionale, proprio mentre le più grandi democrazie investono tutto il loro futuro sulla capacità di innovare la guida politica, qui assistiamo stupefatti al ritorno in pompa magna di politici del nostro passato più o meno recente»), ma si staranno arrovellando anche, se non soprattutto, su «dove vogliono andare a parare» e su chi ispirerebbe i sottoscrittori dell’appello. Con ciò facendo torto alla propria ed altrui intelligenza. Il machiavellismo deteriore respirato per anni a pieni polmoni, infatti, è più dannoso dell’inquinamento atmosferico. E una comoda auto giustificazione per eludere le domande e spedire nel congelatore le risposte. Torniamo al punto. E’ possibile cogliere «un segnale di innovazione delle classi dirigenti e ricambio generazionale»? Oppure dobbiamo rassegnarci all’«eterno ritorno dell’uguale» con marginali e secondarie variazioni? A guardare la situazione, caratterizzata più da faide contrapposte che da reali confronti tra diverse proposte politiche, c’è da essere pessimisti. Quella richiesta rimarrà un pio desiderio a futura memoria, schiacciata dal piccolo cabotaggio dei ragionieri della politica, troppo impegnati nella quotidiana sopravvivenza a se stessi per «filosofare» su un futuro meno grigio e sconfortante della situazione attuale. Eppure quell’appello è importantissimo: rappresenta un sasso nello stagno, ci ricorda che un altro modo di fare politica è (sarebbe) possibile. Di questi tempi non è tanto, ma neppure troppo poco.


Firmato da Rino Daloiso.

Fonte: Gazzetta del Nord Barese.

Data: Domenica 26 Gennaio 2009.


postato da: majortom79 alle ore gennaio 25, 2009 22:44 | link | commenti (3)
categorie: politica, gazzetta del mezzogiorno, bat , elezioni provinciali 2009, rino daloiso
mercoledì, 21 gennaio 2009

Rovinare un paese nell'interesse di pochi. La vergogna che non conosce limiti...

Silvio Berlusconi torna oggi sul tema caldo delle intercettazioni disposte dalla magistratura e delle loro nuova regolamentazione nell'ambito dell'annunciata riforma della giustizia. "Le intercettazioni sono uno strumento di indagine che la nostra Costituzione definisce 'eccezionale'".

"Ovvero - aggiunge - da utilizzare in circostanze eccezionali. Oggi sono in uso in vastissima scala: 134 mila persone intercettate che vanno moltiplicate con quelli con cui parlano. Secondo noi, in sintonia con la Costituzione, le intercettazioni vanno usate solo per aumentare le prove solo quando esistono già delle notizie di reato".

Ad accendere lo scontro politico era stata nei giorni scorsi la possibilità che il divieto di disporre intercettazioni potesse essere esteso anche alle indagini per corruzione. Ora lo spartiacque enunciato dal presidente del Consiglio è un altro. Per Berlusconi "in alcuni reati davvero le intercettazioni non servono", mentre "sui reati con pena oltre i 10 anni vanno usate".
postato da: majortom79 alle ore gennaio 21, 2009 23:01 | link | commenti (3)
categorie: politica, intercettazioni, corruzione, riforma, silvio berlusconi, 10 anni

Un milione di risarcimento a Europa 7. Dopo i debiti di Alitalia, indovinate chi paga?

Un milione di euro di risarcimento a Europa7. Il Consiglio di Stato ha depositato ieri sera la sentenza sulla vicenda della tv che nel '99 pur essendosi aggiudicata una licenza nazionale per l'emittenza televisiva non aveva potuto iniziare le trasmissioni per mancanza di frequenze. La vicenda era finita anche davanti alla Corte di giustizia europea. Per la mancata assegnazione delle frequenze, l'emittente aveva avanzato una richiesta di risarcimento danni miliardaria.

Di recente il ministero dello Sviluppo economico ha assegnato all'emittente una frequenza che si è liberata grazie alla ricanalizzazione dello spettro chiesta dall'Unione Europea. Restava in piedi la richiesta di risarcimento danni da parte di Europa7: fino a 3,5 miliardi senza assegnazione di frequenze, fino a 2,16 miliardi con le frequenze.

Nel gennaio dello scorso anno,
i giudici della Corte di giustizia Ue del Lussemburgo avevano definito il regime italiano di assegnazione delle frequenze per le attività di trasmissione radiotelevisiva "contrario al diritto comunitario". Per la Corte di giustizia Ue il regime italiano "non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati".

postato da: majortom79 alle ore gennaio 21, 2009 12:45 | link | commenti
categorie: mediaset, alitalia, europa 7, frequenze televisive, corte di giustizia
martedì, 20 gennaio 2009

E' il momento di resistere e lottare

di Luigi De Magistris da "Uguale per tutti"

L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana.

Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta.

Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni.

Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.

Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese.

Pensavo a quello che può fare ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai, l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere il popolo, con tutti i suoi limiti.

In attesa di quel fresco profumo di libertà – del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese – che ci farà comprendere quanto concreto sia il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.

In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi – che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.

Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela – anche con il sistema dell’autogoverno – tende, in realtà, a voler governare, dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata dei manovratori del potere.

Ma non bisogna avere timore. La storia – ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti quando essi saranno pubblici – ci faranno capire ancor meglio di quanto tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente).

Quello che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non si disorienti, diventi attore principale – nel suo piccolo ma nella grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori – della salvaguardia dei valori costituzionali.

Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana.

Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose – con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni – avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai. Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro – vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.

Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione – nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della Costituzione – anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.

Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?

Credo che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura – innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro –, senza pensare a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia.

In tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. Non avremo svenduto la nostra indipendenza, non avremo piegato la nostra coscienza, non avremo abdicato al nostro ruolo, non avremo abbassato la testa: ci ritroveremo con la schiena dritta, con il morale alto, con il rispetto di tutti (anche dei nostri avversari).

Questo ci chiedono le persone oneste: di non “consegnarci” e mantenere alto il prestigio dell’ordine giudiziario in un momento in cui la questione morale assume connotati epidemici anche al nostro interno. Non bisogna avere paura di un potere scellerato che pretende di opprimere la nostra libertà ed il nostro destino.

Ai giovani colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre, sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della Costituzione Repubblicana.

Non ascoltate quelle sirene, anche interne alla nostra categoria, che vi inducono – magari in modo subdolo e maldestro – a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei c.d. “poteri forti”. Le riforme – anzi le controriforme – ci saranno comunque, forse saranno terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di agorafobia.

L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza.

Ed essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo, dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro Paese.

Sono convinto che la magistratura non soccomberà definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze del suo agire.

La paura rende gli uomini schiavi, così come le decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le persone che le rappresentano.

Quindi, in definitiva, la storia la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere, nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà, giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.
postato da: majortom79 alle ore gennaio 20, 2009 11:46 | link | commenti
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lunedì, 19 gennaio 2009

Certe soddisfazioni non hanno prezzo: per tutto il resto c'è SOCIAL CARD!

di Paolo Berizzi

Alla faccia della Lega e della "perequazione territoriale". E cioè uno dei pilastri del federalismo. Viene da pensarlo, a guardare la distribuzione geografica della Social card. La tesserina solidale voluta da Tremonti - quando non è vuota, visto che un terzo di quelle consegnate finora si sono rivelate una patacca - corre in soccorso al Sud e, decisamente, lascia a secco il Nord. Che raccoglie solo le briciole: una carta su sei. Anche se nelle regioni dell'Italia settentrionale vive più di un terzo delle famiglie disagiate.

Non è lo studio di un aspirante secessionista. E il quadro che emerge dai dati dell'Inps. Basta incrociarli con quelli forniti dall'Istat (che fotografa la popolazione regione per regione, reddito per reddito), e vengono fuori - chiaramente - due Italie. Una dove chi ha bisogno può fare la spesa con l'aiutino di Stato, e l'altra dove chi ha bisogno deve fare da sé. Così, a conti fatti, ha disposto il governo.

La "Padania", Emilia Romagna compresa, ospita il 45,5% della popolazione italiana, ma riceve solo il 16,8% delle carte ricaricate. Nel centro-Sud, dove vive il 54,5% della popolazione, è andato il restante 83,2%. Ora: è vero che la povertà è più concentrata da Roma in giù, ma anche guardando alle famiglie che secondo i dati Istat arrivano a fine mese con grande difficoltà, il quadro è comunque squilibrato. Nel Nord vivono il 37,3% delle famiglie in questa condizione disagiata, mentre la percentuale di carte è di molto inferiore (il 16,8%, appunto).

Ma vediamo nel dettaglio come e perché la tessera della spesa premia il Sud e snobba il Nord. La media nazionale è 1 carta ogni 140,7 abitanti. Tuttavia la media, come insegna Trilussa, non vuol dire niente. E infatti: se in Sicilia è piovuta una carta ogni 52,7 abitanti, in Lombardia ne è stata distribuita una ogni 434, 3 abitanti.

La distanza si allunga ancora di più se si prendono altre regioni. Una tessera ogni 57,6 abitanti in Campania, 1 ogni 67,4 in Calabria; e, di contro, 1 ogni 897,7 in Trentino, 1 ogni 408,7 in Emilia Romagna. La sensazione è che i calcoli fatti da Tremonti sembrano non tenere conto di un elemento non secondario: la differenza, da una regione all'altra, del potere d'acquisto. Che al Nord è di molto inferiore rispetto al Sud. I 400 euro e rotti della pensione minima a Bergamo o Treviso sono molto più "leggeri" che a Foggia o Caltanisetta.

Per questo c'è chi chiede un "netto cambio di rotta". Dice Antonio Misiani, parlamentare del Pd: "Così non va. E' evidente che il valore dei soldi non è uguale in tutto il Paese. Non possono quindi essere utilizzati i medesimi strumenti. Anzi: gli strumenti centralizzati di lotta alla povertà non hanno più senso. Sono uno spot pubblicitario, ma inefficaci nel contrastare un disagio che si presenta con volti diversi a seconda delle zone. Meglio sarebbe stato - aggiunge - dare queste risorse ai Comuni, che meglio conoscono l'entità e le caratteristiche della povertà nelle loro comunità".

Parla di governo di "federalisti all'amatriciana", Misiani. Qualche malumore, in realtà, inizia a circolare anche in casa Lega, e cioè tra coloro che aspettano il federalismo come una manna dal cielo. "Con queste tesserine c'è qualcuno che ha fatto dei pasticci - ragiona un autorevole esponente del Carroccio - va bene che il Nord deve aiutare il Sud, ma così è un po' troppo. Non è stato un bel inizio".

La card di Tremonti ha debuttato il primo dicembre. Non senza qualche sorpresa: quando fu lanciata, il ministro aveva parlato di 1.300.000 beneficiari (costo a regime, 450 milioni). Secondo i dati Inps (al 15-01-09) siamo a 580.268 carte distribuite e 423.868 attivate. In pratica, quelle funzionanti sono un terzo di quanto il governo ipotizzava a novembre. A questo si aggiunge la beffa: il 27% delle tessere distribuite sono senza soldi. Chi ha avvertito i titolari?
postato da: majortom79 alle ore gennaio 19, 2009 10:00 | link | commenti
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domenica, 18 gennaio 2009

Chi di casa ferisce, di casa perisce

da "L'Espresso"

A casa Berlusconi devono essere terrorizzati da Di Pietro. E’ bastato che toccasse il 15% in Abruzzo e collezionasse 1 milione di firme contro la legge Alfano, perché Il Giornale di famiglia scatenasse una campagna forsennata per gabellarlo come l’epicentro dell’inchiesta “Global Service” a Napoli. Peccato che, a parte un paio di sciagurate raccomandazioni tentate dal figlio Cristiano, l’ex pm sia del tutto estraneo all’indagine, che coinvolge invece gente del Pd e del Pdl.

Dal 19 dicembre all’11 gennaio Il Giornale gli ha dedicato titoloni in 17 prime pagine su 21, mentre in Italia e nel mondo accadeva di tutto. Fior da fiore, fra i titoli più succulenti: “Tutti gli intrallazzi del clan Di Pietro”. “Gasparri: Di Pietro coniglio”. “Rivolta dei fan di Di Pietro”. “Di Pietro jr. si dimette, ora tocca a Tonino”. “Bondi: non vorrei mai mio figlio in politica”. “Di Pietro, il giallo dei rimborsi elettorali”. “Di Pietro nei guai vuol depistare e sforna referendum”. “La verità sulle case di Di Pietro”. Come se i presunti “intrallazzi” su rimborsi e immobili non fossero già stati archiviati dal Gip di Roma il 14 marzo 2008. Il Giornale anzi scrive il contrario: “La Procura decise di rinviare a giudizio anche la tesoriera di Idv, Silvana Mura”, più Di Pietro. Invece la Procura chiese di archiviarlo, mentre la Mura non fu nemmeno indagata.

In fatto di case, poi, gli editori di nome e di fatto dovrebbero suggerire al Giornale un pizzico di prudenza. Paolo Berlusconi confessò proprio a Di Pietro le stecche pagate alla Cariplo per rifilarle tre immobiliEdilnord invenduti (alla fine fu ritenuto concusso). E sulle magioni di Silvio c’è materia per una Treccani. La villa di Arcore soffiata a prezzi stracciati a un’orfana minorenne, per giunta assistita da Previti. Il falso in bilancio amnistiato per i terreni di Macherio. Gli abusi edilizi a Villa Certosa, sanati dal condono varato dal padrone di casa. Eppoi questa campagna ne ricorda un’altra, sferrata nel 1995-’97 sempre dal Giornale, allora diretto da un maggiorenne, Vittorio Feltri. Di Pietro minacciava di entrare in politica con un partito tutto suo, dopo aver respinto le offerte di destra e sinistra. Il 23 dicembre ‘95 l’house organ sparò in prima pagina un’intervista al faccendiere craxiano latitante Maurizio Raggio: “Dal Messico gravi accuse a Di Pietro. Raggio: Pacini Battaglia diede una valigetta con 5 miliardi a Lucibello per Di Pietro”. E così per due anni: corrotto, concussore, venduto. Nel ’97, subissato di cause perse in partenza, Paolo Berlusconi risarcì l’ex pm con 400 milioni di lire. Feltri si scusò in prima pagina: “Caro Tonino, ti stimavo e non ho cambiato idea”. Nella 2 e nella 3, un lungo autodafè (“Dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro”) informava i lettori che “Di Pietro è immacolato”, la campagna del Giornale era una “bufala”, una “ciofeca”. E la nota “provvista” miliardaria? Mai esistita. Ma ormai l’immagine del simbolo di Mani Pulite era devastata. Infatti ora si replica.
postato da: majortom79 alle ore gennaio 18, 2009 11:44 | link | commenti (2)
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giovedì, 15 gennaio 2009

Le comode amnesie dell'onorevole Mancino

L'On. Nicola Mancino, attuale vicepresidente del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), ex ministro dell'interno ed ex presidente del Senato, custodisce gelosamente e cela dentro di sè uno dei più grandi misteri di Stato, su cui si regge l'intera Seconda Repubblica: l'incontro avuto con il giudice Paolo Borsellino il 1 luglio 1992. Diciotto giorni prima che il giudice saltasse in aria in via D'Amelio con tutti i ragazzi della scorta, quarantanove giorni dopo che il giudice Giovanni Falcone con la moglie e la scorta era saltato in aria sull'autostrada presso Capaci.

Paolo Borsellino è in quel momento il magistrato più famoso d'Italia. Rappresenta l'unico baluardo rimasto contro lo strapotere di Cosa Nostra. Morto il suo amico e collega Falcone, su di lui ricadono le speranze di tutta la società civile onesta, che crede in un possibile cambiamento della drammatica situazione siciliana. La gente fa il tifo per lui.

Alcuni esponenti del MSI hanno appena votato per lui durante l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, che, dopo aver intrattenuto rapporti pericolosi con la mafia siciliana, si era ricreduto e aveva portato a Roma Falcone mettendolo a capo della Superprocura Antimafia, ha appena candidato pubblicamente Borsellino, su suggerimento del ministro dell'Interno Scotti, come successore di Falcone alla Superprocura. Imprudenze che suscitano l'ira immediata del giudice.

La sovraesposizione a cui, suo malgrado, è sottoposto, lo rendono un uomo con i giorni contati. Ne è perfettamente cosciente e, per questo, lavora febbrilmente, senza sosta: “Devo fare in fretta, perchè tra poco tocca a me”.

Il 1 luglio 1992, Paolo Borsellino si reca a Roma. Ha ricevuto notizia che il pentito Gaspare Mutolo ha delle rivelazioni importanti da fare. Vuole parlare direttamente con Borsellino, l'unico giudice di cui si fida e che considera di integrità morale assoluta. L'interrogatorio inizia alle ore 15:00 negli uffici della DIA (Direzione Investigativa Antimafia). Mutolo parla a ruota libera delle commistioni tra mafia e istituzioni. In particolare, fa i nomi del giudice Signorino e del numero tre del SISDe Bruno Contrada. Li definisce “avvicinabili”, ovvero pronti ad obbedire docilmente alle richieste di Cosa Nostra.

L'interrogatorio prosegue per circa tre ore fino alle 18:00, quando Paolo Borsellino riceve una chiamata dal Ministero. Gli viene fatto sapere che deve recarsi urgentemente negli uffici del neoministro dell'interno Nicola Mancino. L'interrogatorio viene interrotto. L'avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò accompagna Borsellino “fin sulla porta del ministro”. Alle 18:30 il giudice è negli uffici del Ministero. A sorpresa, però, non ci trova Mancino, ma il capo della Polizia Vincenzo Parisi e probabilmente anche quel Bruno Contrada che qualche minuto prima Mutolo gli aveva rivelato essere un burattino nelle mani di Cosa Nostra. Il dialogo dura circa un'ora. Alla fine, verso le 19:30, finalmente, compare anche Mancino. La conversazione col ministro dura una mezz'ora. Verso le 20:00 Borsellino torna alla DIA per riprendere l'interrogatorio.

Mutolo vede il giudice sconvolto, talmente agitato da accendersi due sigarette alla volta. Gli chiede scherzosamente se non è contento di aver visto il ministro. Borsellino risponde adirato: “Ma quale ministro e ministro! Sono andato dal dottor Parisi e dal dottor Contrada!”.

Tornato a casa la sera, la moglie ricorderà di averlo visto vomitare: “Sto vedendo la mafia in diretta”.

Cosa si sono detti Borsellino, Parisi, Contrada e Mancino in quell'incontro? La tesi, al vaglio dei magistrati, e in queste ultime settimane supportata dalle scottanti rivelazioni del figlio di Ciancimino, è che al giudice fosse stato proposto di scendere a patti con Cosa Nostra ed accettare la sciagurata trattativa tra mafia e Stato, fortemente voluta da Totò Riina. Un papello di dodici richieste indecenti con cui Cosa Nostra chiedeva, tra l'altro, la revisione dei processi di mafia e la cancellazione del regime carcerario previsto dal 41bis.

Con il suo netto rifiuto di fronte a tale proposta, Paolo Borsellino avrebbe firmato inevitabilmente la sua condanna a morte.

Cosa dice Mancino riguardo a tale incontro? Mancino non conferma, ma nemmeno smentisce.

Mancino non ricorda.

“Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla. Era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza".

Un fatto è certo e inconfutabile. Quell'incontro è avvenuto.

Lo testimonia l'agenda grigia di Paolo Borsellino (v. foto in basso), quella rimasta nelle mani dei suoi famigliari e su cui i servizi segreti non hanno potuto mettere le mani, in cui il giudice annotava con minuziosa precisione tutti gli eventi principali delle sue ultime giornate di vita.

Si legge: Ore 15:00 D.I.A.

Ore 18:30 Parisi

Ora 19:30 Mancino

Ora 20:00 D.I.A.

Dunque, come è possibile che Nicola Mancino non ricordi? Un uomo della sua esperienza e della sua caratura istituzionale non può permettersi di nascondersi dietro un “non ricordo”. Noi chiediamo all'On. Nicola Mancino di dire tutto quello che sa di quella vicenda. E' un dovere morale che ha nei confronti della società civile, che chiede verità e giustizia.

Mancino parli.

Parli, se ha un briciolo di dignità.

Parli, prima che siano i magistrati di Caltanissetta a farlo parlare.

E magari, già che c'è, rassegni pure le dimissioni dal CSM.





postato da: majortom79 alle ore gennaio 15, 2009 15:10 | link | commenti (4)
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martedì, 13 gennaio 2009

A modo mio tanti auguri Onorevole (?) ANDREOTTI!!!




postato da: majortom79 alle ore gennaio 13, 2009 23:34 | link | commenti
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Il processo nascosto

di Nicola Biondo

Tutte le anomalie di cui sono stato testimone mi hanno fatto capire che Provenzano non volevano catturarlo perché aveva un compito ben preciso». A parlare è un ufficiale dei Carabinieri in pensione, il colonnello Michele Riccio. Il particolare è stato rivelato ieri nel corso di un processo che dal luglio scorso si svolge a Palermo: un processo importante di cui poco o nulla è stato finora detto. Un «processo nascosto». Proviamo a capire perché.




Sul banco degli imputati siedono due pezzi da novanta delle forze dell'ordine: il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Il primo, ex-capo del Ros dei carabinieri e del Sisde, oggi dirige l'ufficio sicurezza del comune di Roma. Il secondo, anche lui del Ros, è un ufficiale di grande esperienza, molto noto negli ambienti dell'Arma. La procura di Palermo li accusa di un reato infamante: favoreggiamento dell'ex primula rossa di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Secondo la Procura, Mori e Obinu avrebbero omesso di catturarlo benché fossero stati informati dal colonnello Riccio della sua presenza a un summit che si tenne il 31 ottobre del 1995 in località Mezzojuso, trenta chilometri a sud di Palermo.

La notizia era stata data al colonnello Riccio - che è il principale testimone dell’accusa - da Luigi Ilardo, un uomo d'onore della famiglia nissena dei Madonia che all’inizio del 1994 aveva deciso di collaborare con la giustizia ed era diventato un infiltrato «sotto copertura». Agiva, cioè, per conto dello Stato. Il colonnello aveva subito riferito l'informazione a Mori il quale - è questa una delle più gravi accuse specifiche contro l'ex capo del Ros - «non mi permise di usare un segnalatore da mettere addosso a Ilardo in modo tale da scoprire dove si teneva il summit e arrestare Provenzano».

Questi i fatti di cui si discute nel «processo nascosto». Fatti gravissimi che costituiscono un capitolo della storia mai chiarita del cosiddetto «papello», la trattativa tra Stato e Cosa Nostra. È infatti a quella trattativa che Riccio allude quando parla del «compito ben preciso» di Provenzano. Ma i temi più scabrosi sono altri ancora. Ed è là che probabilmente va cercata la causa dell’occultamento mediatico di questo processo: i rapporti tra Cosa Nostra e Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia, uno dei più stretti collaboratori del presidente del Consiglio.

Ilardo ne parlò poco dopo l'avvio della sua collaborazione - cominciata nel gennaio del 1994 sotto il nome di copertura “Oriente” - ma, sostiene Riccio, questa categoria di confidenze fu subito messa da parte. Accantonata. E fu Mario Mori, all’epoca colonnello, a chiederlo. Di certo, il 10 maggio del 1996, alla vigilia del suo ingresso nel programma di protezione, Luigi Ilardo fu assassinato. Un colpo micidiale per la lotta contro Cosa Nostra. L’infiltrato aveva già dato ampia prova di essere affidabile. I suoi racconti avevano tra l'altro permesso la decapitazione dei vertici mafiosi delle province di Catania, Caltanissetta e Agrigento. Inoltre aveva fotografato in diretta l'organigramma di Cosa nostra dopo l'arresto di Riina, permettendo l'individuazione dei favoreggiatori della latitanza di Provenzano. Aveva persino iniziato a scambiare con lui alcune lettere, i famosi pizzini. È stato infatti Ilardo il primo a parlare dell'efficiente mezzo di comunicazione del padrino.Per il colonnello Riccio la morte del "suo" infiltrato fu la conferma definitiva che Cosa Nostra aveva la possibilità di conoscere le mosse degli investigatori. Doveva esserci stata una fuga di notizie dall'interno. Solo una decina di persone sapevano di Ilardo. Queste considerazioni si sommarono al disappunto per il mancato arresto di Provenzano. Riccio decise di informare la magistratura.


Scrisse un rapporto che venne inviato alle procure di Palermo, Catania, Caltanissetta e Messina. Le indagini non furono sviluppate. Non accadde nulla. Anzi qualcosa di importante successe. Ma allo stesso colonnello Riccio.

Il 7 giugno 1997 fu arrestato assieme ai suoi più stretti collaboratori per una brutta storia di droga. La procura di Genova lo accusò di aver gestito illegalmente alcune infiltrazioni nei cartelli del narcotraffico. Una strana storia: per alcune di quelle operazioni Riccio era stato insignito della medaglia al valore della DEA americana e aveva ricevuto ben tre encomi.

Tornato in libertà, Riccio riprese, ancora con maggior convinzione e rabbia di prima, a segnalare le confidenze ricevute da Ilardo. Nel 1998 i giudici di Firenze lo sentirono a proposito delle stragi del '93 e della trattativa intercorsa nel 1992 tra Vito Ciancimino e Mario Mori. Poco dopo, la Procura di Catania mise nero su bianco i suoi dubbi sul generale Mori e sull'operato dei Ros. Quindi Riccio fu chiamato a testimoniare al processo Dell'Utri. In quell'occasione, per la prima volta parlò in pubblico di tentativi volti a tenere fuori i politici dalle inchieste: «L'avvocato Taormina mi chiese di affermare che Ilardo non aveva mai fatto il nome di Dell'Utri come persona vicina alla mafia». Respinse l’invito ma, sostiene, ricevette altre pesanti pressioni.

Il 31 ottobre del 2001 ripetè i suoi racconti alla procura di Palermo. Il generale Mori reagì con una denuncia per calunnia. I giudici, però, credettero alla versione del colonnello e il 14 aprile ottennero il rinvio a giudizio per Mori e Obinu. Siamo a oggi. Al processo nascosto.

postato da: majortom79 alle ore gennaio 13, 2009 14:49 | link | commenti
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lunedì, 12 gennaio 2009

FABER, è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati...








postato da: majortom79 alle ore gennaio 12, 2009 23:17 | link | commenti
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