Signori si taglia. I detenuti crescono ma i soldi per le carceri si riducono. Cresce la popolazione che vive dietro le sbarre, al ritmo di mille persone al mese, ma il governo taglia le risorse per far funzionare le prigioni. Centotrenta milioni in meno, questo a sentire i parlamentari del Pd e le organizzazioni sindacali, l'importo che l'esecutivo ha deciso di tagliare, rispetto allo scorso anno per il funzionamento delle carceri.
Siamo al paradosso - esordisce Amalia Schirru, parlamentare Pd - il numero dei detenuti cresce a dismisura e il governo taglia le risorse per il funzionamento». Sforbiciata che riguarda un importo consistente per un sistema che oggi ha raggiunto quasi quota 59mila detenuti.«La nuova Finanziaria prevede un taglio del 30 per cento delle risorse destinate al sistema penitenziario rispetto alle somme stanziate l’anno scorso - dice Amalia Schirru, parlamentare del Pd - che tradotto in soldi dovrebbe voler dire quasi 130 milioni di euro in meno rispetto al passato». Un fatto che, a sentire operatori e addetti ai lavori, non potrà che avere conseguenze sull’intero sistema. chi in carcere sconta una pena. Risultato? Meno servizi e detenuti sempre più stretti.
«Il taglio di queste risorse produrrà una serie di disfunzioni alla vita del carcere - denuncia Francesco Quinti, responsabile del settore penitenziario per la funzione pubblica della Cgil nazionale - anche perché diminuiranno i soldi per i costi di formazione, per le attività culturali, la pulizia dei locali negli istituti, la luce, acqua e telefono». Eppoi le iniziative culturali e le attività di recupero. «Non bisogna dimenticare che, oltre a tagliare i corsi di educazione - prosegue il sindacalista - si vanno a ridurre le spese per il personale, che significa naturalmente salti mortali per garantire il funzionamento di strutture che sono quasi al collasso».
Ricorda la protesta dell’albero di Natale di carta igienica davanti a San Vittore per dire che «verranno a mancare anche i soldi per la carta igienica», Lillo di Mauro, responsabile della Consulta penitenziaria di Roma che non nasconde il suo disappunto e le critiche per un «sistema che si dirige verso il collasso». «Sia chiaro - dice - qui si sta tagliando su una cosa concreta: il reinserimento dei detenuti nella società. Con questo sistema alla pena inflitta dal tribunale se ne aggiunge un'altra, non scritta ma non meno dura».
I tagli, a sentire il rappresentante della Consulta riguardano anche il lavoro all'interno delle carceri. «Ci sarà una riduzione del 22 per cento delle spese per le mercedi - spiega - ossia il pagamento del lavoro ai detenuti, un altro taglio del 28 per cento riguarda l'acquisto di nuovi arredi mentre un altro taglio del 18 per cento riguarda gli investimenti per il funzionamento del lavoro agricolo». Non mancano poi le polemiche e i problemi legati alla sanità dietro le sbarre. Il passaggio di competenze dal ministero della Giustizia a quello della Sanità con conseguente trasferimento alle Regioni e alle Asl non è ancora terminato.
«Il problema vero è che la fase di transizione non è ancora terminata - prosegue Di Mauro - e all'interno delle strutture detentive si vive ancora una situazione di perenne incertezza». Motivo? «Il governo non trasferisce i soldi alle regioni - aggiunge Amalia Schirru - e questo non può che aumentare il livello di incertezza in cui si è costretti a operare».
Davide Madeddu
Editoriale di Pasquale Profiti – Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Trento - sul quotidiano “L’Adige” del 19 dic. 2008
La riforma della giustizia, agitata come una clava fin dall’insediamento del nuovo governo, ha un unico obiettivo: il controllo della giustizia e, soprattutto, del Pubblico Ministero da parte del ceto politico governante.
La prima proposta di riforma, quella della separazione dei magistrati del pubblico Ministero (c.d. magistratura inquirente) dai magistrati giudici (c.d. magistratura giudicante), non ha nulla a che vedere con l’efficienza dei processi, ma nemmeno con l’equità della giustizia. Basti osservare i dati ed uscire dagli slogan demagogici o dalle battute qualunquiste. I casi éclatanti dei processi del G8 di Genova, del presunto abuso edilizio di Villa Certosa o dell’omicidio di Garlasco, con il rigetto delle tesi del pubblico ministero da parte dei giudici, sono un riscontro immediato del fatto che i giudici guardano alle prove offerte e non al soggetto che le propone. I giudici devono motivare le loro decisioni e nessuno ha mai dimostrato che tali motivazioni in caso di condanna siano state rese per compiacere il pubblico ministero. Se fosse vero l’assunto per cui l’unicità di carriera sarebbe idonea ad incidere sull’imparzialità di giudizio, lo stesso argomento dovrebbe valere anche tra giudici di primo e secondo grado o di Cassazione, tra G.I.P. e tribunale del riesame, tra giudice dei cautelari civili e tribunale del reclamo e così via, fino a creare decine di carriere separate: un vero assurdo. I numeri, ancora una volta, smentiscono clamorosamente l’assunto con oltre il 50% di modifiche in grado di appello delle sentenze di primo grado in materia penale. L’unicità di carriera, di contro, garantisce una cultura forte dei diritti e delle garanzie di tutto il sistema giurisdizionale, a cominciare dal pubblico ministero il quale può e deve chiedere l’assoluzione degli imputati nei casi di ritenuta insufficienza delle prove.
La seconda idea di riforma è quella di aumentare la componente di nomina “politica” del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), diminuendo quella eletta dai magistrati; è una proposta che non occorre commentare tanto è evidente la finalità della politica di mettere le mani sulla nomina, carriera e formazione di giudici e pubblici ministeri.
La terza proposta di cambiamento è l’affidamento della giustizia disciplinare ad un collegio composto da non magistrati. È un’idea che non tiene conto dell’esistente. Attualmente i magistrati vengono giudicati da un collegio in cui siede il vicepresidente del CSM, membro di nomina “politica”, pur affiancato da altri componenti del CSM eletti dai magistrati. L’azione disciplinare è oggi esercitata dal Ministro della Giustizia che conduce le ispezioni negli uffici giudiziari, oltre che dalla Procura generale della Cassazione. Un sistema disciplinare, quindi, in cui la componente “esterna” ai magistrati ha un ruolo considerevole. Nessuna categoria professionale ha un procedimento disciplinare affidato totalmente o prevalentemente a soggetti esterni alla medesima categoria. Il potere disciplinare nei confronti dei magistrati attribuito ad un organismo che non ha una conoscenza delle condizioni di lavoro finirebbe per essere quantomeno ingiusto. Forte sarebbe il rischio di utilizzare lo spauracchio della sanzione disciplinare per punire i magistrati troppo attivi ed efficaci.
Una quarta corrente di riforma vuole una totale conduzione delle indagini da parte della polizia giudiziaria, con un ruolo del Pubblico Ministero limitato al controllo posteriore dell’attività investigativa. Chi propugna tale tesi sa bene che vi sono talune tipologie di reati, quelli dei colletti bianchi, nei quali la cooperazione del pubblico ministero alle indagini della polizia giudiziaria è indispensabile; in assenza di tale partecipazione, tali indagini difficilmente condurrebbero a risultati e, talora, nemmeno nascerebbero.
Mi piacerebbe che coloro i quali sostengono quelle idee di riforma dichiarassero apertamente che vogliono una giustizia, soprattutto quella penale, che non sia totalmente libera, ma che risponda in qualche misura alle direttive della contingente maggioranza politica al governo. Sarebbe un gesto di serietà ed onestà intellettuale affermare chiaramente che la giustizia rientra tra i settori dei quali la classe di governo deve occuparsi per renderne conto ai cittadini e che, pertanto, la politica criminale delle Procure debba essere diretta dal governo in carica.
È questo il vero argomento con cui confrontarsi. Un confronto che apre direttamente il tema della qualità della democrazia che vogliamo qui ed ora nel nostro Paese.
Quando la nostra Costituzione all’art. 104 definisce la magistratura, sia quella del Pubblico Ministero che dei giudici, come un ordine autonomo ed indipendente ed istituisce un unico CSM per giudici e pubblici ministeri, non fa una scelta meramente tecnica tra le possibili architetture istituzionali della magistratura. Il costituente compie una scelta precisa sul tipo di democrazia che vuole per l’Italia. Una scelta di valore che propone anche l’art. 112 che pretende l’obbligatorietà dell’azione penale per il Pubblico Ministero; un obbligo che, quindi, va adempiuto nei confronti di chiunque, non residuando spazi per direttive imposte da altri poteri.
Ma di quale qualità di democrazia parliamo? In fondo di modelli di magistratura, e di pubblico ministero in particolare, ne esistono diversi nel mondo occidentale democratico. L’autonomia ed imparzialità del Pubblico Ministero in altri ordinamenti, sicuramente democratici, è meno marcata che in Italia. La separazione dei poteri, su cui si fondano gli Stati democratici e di diritto, ha diversi gradi di “rigidità” proprio con riferimento alla figura del Pubblico Ministero; perché dovremmo accettare in Italia il modello attuale, basato sull’assetto costituzionale del 1948?
Il nostro modello di magistratura inquirente ha bisogno di una marcata separazione dei poteri e, quindi, di una completa autonomia e “giurisdizionalizzazione” dei Pubblici Ministeri, per una serie di semplici ed evidenti ragioni; ne illustro solo alcune tra le più evidenti: a) la democrazia italiana ha dovuto e deve sopportare le pesanti infiltrazioni di organizzazioni criminali mafiose nelle varie amministrazioni di governo. In Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, Stati Uniti e via dicendo vi sono state amministrazioni locali commissariate per infiltrazioni mafiose come in Italia?
b) La democrazia italiana è stata reiteratamente posta sotto attacco da veri e propri sistemi di corruzione che hanno invaso gli apparati di governo di ogni livello, con una vera e propria manipolazione istituzionalizzata del consenso popolare attraverso il mercato e la gestione a fini personali delle funzioni pubbliche. Nessuna delle altre democrazie occidentali ha visto qualcosa di simile ad una tale alterazione delle regole democratiche di acquisizione del consenso popolare.
c) La nostra è una democrazia nella quale solo qualche giorno fa alcuni parlamentari hanno tentato di far passare nella manovra finanziaria predisposta dal governo una disposizione di legge che avrebbe comportato, con un piccolo espediente tecnico, l’assoluzione di famosi banchieri ed ex capitani d’industria, nel processo PARLAMAT come in altri famosi scandali finanziari. Altro che i 30 anni di carcere inflitti e già in esecuzione per gli amministratori della ENRON americana.
d) La nostra democrazia deve convivere con la presenza di un numero imbarazzante di parlamentari, consiglieri, segretari e coordinatori di partiti politici condannati irrevocabilmente per vari reati. Non diamo certo lo stesso spettacolo offerto, ad esempio, dall’Inghilterra, ove un ministro è stato costretto a dimettersi per l’assunzione non regolarizzata di una domestica.
e) La nostra democrazia deve far fronte ad una concentrazione contemporanea di potere mediatico e politico che, senza alcun giudizio di valore, è sicuramente singolare tra le democrazie occidentali, in cui nessun capo di governo e nemmeno di opposizione è azionista di riferimento di tre canali televisivi, quotidiani, riviste e case editoriali.
I padri costituenti vollero la totale indipendenza ed unicità della magistratura inquirente in reazione ai danni provocati dal regime fascista. Oggi siamo costretti a mantenere quel modello poiché dobbiamo onestamente prendere atto che il nostro livello di maturità democratica non lascia alternative ad un controllo di legalità forte ed indiscutibilmente indipendente ed imparziale.
di Giuseppe D'Avanzo
Dovremmo aver imparato in questi quindici anni che, nonostante l'abitudine alla menzogna, Berlusconi non nasconde mai i suoi appetiti. Il sermone di fine anno ci ricorda che la sua bulimia non conosce argini.
Vuole il presidenzialismo come il compimento della sua biografia personale. Non si accontenta di avere in pugno due poteri su tre. Dopo aver asservito il Parlamento al governo, pretende ora che evapori l'autonomia della magistratura. Dice che la riforma della giustizia è pronta e sarà battezzata al primo Consiglio dei ministri del 2009. Anticipa quel che ci sarà scritto: i pubblici ministeri se le scordino le indagini. Diventeranno lavoro esclusivo delle polizie subalterne al ministro dell'Interno, quindi affar suo che governa in nome del popolo. I pubblici ministeri, ammonisce, diventeranno soltanto "avvocati dell'accusa". Andranno in aula "con il cappello in mano" davanti al giudice a rappresentare come notai, o come burocrati più o meno sapienti, le ragioni del poliziotto. Dunque, del governo. Con un colpo solo, si liquidano l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art. 3 della Costituzione, "Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge"); l'indipendenza della magistratura (art. 104, "La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"); l'unicità dell'ordine giudiziario (art. 107, "I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni"); l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale"); la dipendenza della polizia giudiziaria dal pm (art. 109, "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria").
Soltanto un effetto autoinibitorio può impedire di udire, nelle "novità" di Berlusconi, una vibrazione conosciuta e cupissima. Anche a rischio di indispettire il suo alleato decisivo (Bossi), il mago di Arcore rimuove ? per il momento ? il federalismo dalle priorità del 2009 per rilanciare il castigo delle toghe e la nascita della repubblica presidenziale. Sarà un gaffeur o un arrogante, sarà per ingenuità o per superbia, Berlusconi propone la necessità di una riforma costituzionale con le stesse parole - e per le stesse ragioni - di Licio Gelli. Se non lo si ricorda, davvero "le memorie deperiscono e i fatti fluttuano", come ripete nel deserto FrancoCordero. Appena il 4 dicembre il "maestro venerabile" della P2, intervistato da Klaus Davi, ha detto: "Nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca". Berlusconi, 20 dicembre: "Sono convinto che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare al migliore risultato per il governo del paese. L'architettura attuale non permette di prendere decisioni tempestive e non dà poteri al premier".
Fa venire freddo alle ossa il farfuglio dell'opposizione di fronte a questo funesto programma da realizzare presto (si annotano soltanto parole che dicono d'altro). E' un silenzio che lascia temere o lo stato confusionale di opposizioni ormai assuefatte al peggio o un'altra letale tentazione di quella commedia bicamerale che, senza sfiorare il conflitto di interessi, concesse al mago di Arcore l'impero mediatico e, in nome del primato della politica sulla giustizia, la vendetta sulla magistratura. Dio non voglia che, con il prepotente ritorno al proscenio di qualche campione di quel tempo, la stagione si rinnovi. In una giornata di sconcerto, sono così un balsamo le parole di Giuseppe Dossetti, padre della Costituzione e dello Stato poi fattosi monaco (le ha ricordate ieri Filippo Ceccarelli). Vale la pena tornarci ancora su.
In memoria del suo grande amico Giuseppe Lazzati, e in coincidenza della prima vittoria delle destre, Dossetti pronuncia un discorso famoso. Il titolo lo ricava da un salmo di Isaia (21,11) "Sentinella, quanto resta della notte?". In quei giorni del 1994, egli vede affiorare un male diagnosticato con molti anni di anticipo: la supremazia di una concezione individualistica, in cui il diritto costituzionale regredisce a diritto commerciale (il primato del contratto, l'eclissi del patto di fedeltà); il dissolversi di ogni legame comunitario, mascherato dietro l'appello al "federalismo" (il "politico" diventa pura contrattazione economica); il rifiuto esplicito di una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune (la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole sino alla riduzione al singolo individuo). Non si può sperare, dice Dossetti e parla ai cattolici, che si possa uscire dalla "nostra notte" "rinunziando a un giudizio severo nei confronti dell'attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo (la politica familiare, la politica scolastica)".
Dossetti non nega la necessità di cambiamenti. Elenca: riforma della pubblica amministrazione; contrasto alle degenerazioni dello Stato sociale; lotta alla criminalità organizzata; valorizzazione della piccola e media imprenditoria; riforma del bicameralismo; promozione delle autonomie locali. Teme però riforme costituzionali ispirate da uno "spirito di sopraffazione e di rapina". "C'è ? avverte ? una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto. Questa soglia sarebbe oltrepassata da ogni modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti dalla Costituzione. E così va pure ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell'equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè per l'avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell'esecutivo ai danni del legislativo ancorché fosse realizzato attraverso referendum che potrebbero trasformarsi in forma di plebiscito".
I referendum, segnati da "una forte emotività imperniata su una figura di grande seduttore", possono trasformarsi infatti "da legittimo mezzo di democrazia diretta in un consenso artefatto e irrazionale che appunto dà luogo a una forma non più referendaria ma plebiscitaria". Il "padre costituente" denuncia senza sofismi quel che vede dietro la "trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica". Vede la nascita, "attraverso la manipolazione mediatica dell'opinione", di "un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea". Dossetti chiede allora ai cristiani di "riconoscere la notte per notte" e di opporre "un rifiuto cristiano" ritenendo che "non ci sia possibilità per le coscienze cristiane di nessuna trattativa".
Nessuna trattativa. Per trovare queste parole che aiutano a sperare ancora in una via diurna, si deve ricordare Dossetti. Dove sono le "sentinelle" a cui si può chiedere oggi: "Quanto resta della notte"?
di Francesco Messina, giudice del Tribunale di Trani ed esponente di Magistratura democratica.
A più di due terzi delle sezioni scrutinate (1.169 su 1.625 seggi), Gianni Chiodi conduce con un vantaggio incolmabile la corsa verso la presidenza della Regione Abruzzo. Il distacco con il candidato del centrosinistra, Carlo Costantini, è tale che la vittoria per l'esponente di destra può dirsi certa. I voti per lui sono 183.925 con una percentuale del 48,9 per cento. L'esponente del Pd-Idv è a 160.732 con una percentuale del 42,7 per cento. Per quanto riguarda i partiti, il Pdl è al primo posto con il 35,4 per cento seguito dal Pd con il 20 per cento e dall'Idv. Ottimo risultato per il movimento di Antonio Di Pietro che alle scorse regionali aveva ottenuto solo il 2,4 per cento mentre ora è sul 15,4.
Proprio sull'alleanza con l'Idv e sulla scelta di Carlo Costantini come candidato presidente si appuntano le critiche del senatore Pd Marco Follini che evidenzia «il costo politico dell'alleanza con Di Pietro». Sulla stessa lunghezza d'onda Nicola Latorre. Caustico Parisi: «Spero che ora Veltroni rinsavisca».
Il dato fino ad ora definitivo e ufficiale è rappresentato dalla bassissima affluenza alle urne, che si è attestata intorno al 53%, un dato storico per la regione Abruzzo, circa il 16% in meno rispetto alle amministrative di tre anni fa. Il voto anticipato arriva dopo la bufera giudiziaria relativa a presunte tangenti nella sanità che nello scorso luglio ha travolto la Giunta regionale, portando a undici arresti eccellenti, tra i quali quello del presidente della Regione, Ottaviano Del Turco. Oltre che per il presidente della regione si votava anche per l'elezione di 500 consiglieri regionali.
La vicenda che ha coinvolto gli uffici giudiziari di Salerno e di Catanzaro ha creato sconcerto e preoccupazione nell'opinione pubblica.
Il tempestivo intervento prima del Capo dello Stato e, subito dopo, della I Commissione del Consiglio con la immediata convocazione dei vertici degli uffici giudiziari coinvolti, cui è seguita l'apertura di una pratica di trasferimento di ufficio per entrambi, hanno rappresentato una prima doverosa risposta ad una situazione di eccezionale gravità, che non ha precedenti nella storia giudiziaria del paese.
Spetterà ora al CSM ricostruire compiutamente i fatti e adottare le conseguenti determinazioni, così come spetterà ai titolari dell'azione disciplinare valutare la eventuale sussistenza di condotte di singoli meritevoli di sanzione. Riteniamo, però, che in una fase così delicata per la magistratura italiana, si imponga da parte nostra un meditato approfondimento ed un dovere di chiarezza di posizione. Al di là delle eventuali responsabilità di singoli, infatti, non si può non vedere come in questa vicenda sia stata gravemente messa in discussione la credibilità dell'istituzione giudiziaria nel suo complesso.
E non è un caso, infatti, che coloro che da tempo auspicano interventi di riforma della Costituzione diretti a ridurre l'autonomia e l'indipendenza del potere giudiziario cerchino di approfittare del legittimo sconcerto dell'opinione pubblica per rilanciare una proposta di accordo per riforme della giustizia dirette ad aumentare il controllo della politica sulla magistratura.
Ed è per questo che riteniamo di dover dire, senza reticenze o tatticismi, all'opinione pubblica e ai colleghi quali siano le nostre valutazioni su questa vicenda.
In questa occasione la gravità e l'eccezionalità della situazione non consentono, infatti, di sottrarsi al giudizio e di rifugiarsi in un doveroso riserbo in attesa che la giustizia faccia il suo corso.
Si è verificato un cortocircuito istituzionale e giudiziario che richiede risposte istituzionali da adottare con rapidità nelle sedi competenti, ma che chiama in causa anche il ruolo di rappresentanza culturale e politica della magistratura che compete all'Associazione Nazionale Magistrati.
L'intervenuta revoca dei due provvedimenti di sequestro offre ulteriore conforto alla valutazione negativa per quanto accaduto, perché il metodo seguito da ultimo ben poteva essere adottato prima, evitando questa drammatizzazione ed i suoi deleteri effetti. Noi riteniamo che la credibilità della funzione giudiziaria e la sua legittimazione democratica si fondino esclusivamente sull'applicazione di regole secondo criteri di ragione. L'autonomia e l'indipendenza di un corpo di magistrati professionali e di carriera trova, infatti, la sua sola giustificazione nella riferibilità delle decisioni giudiziarie ad una regola interpretata ed applicata sulla base di criteri razionali. Criteri che possono essere opinabili, ma devono sempre apparire comprensibili.
Ecco: quello che sconcerta in questa vicenda, che sconcerta noi come magistrati e come cittadini e che crediamo sconcerti l'opinione pubblica è lo smarrimento completo e assoluto di ogni regola e di ogni ragione, di talché l'esercizio del potere giudiziario si presenta all'esterno come arbitrario, sganciato da regole, incomprensibile. Non è nostra intenzione esprimere valutazioni sul merito del provvedimento di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura di Salerno, sulle finalità o sulle modalità esecutive adottate. Ciò che interessa in questa sede è il profilo della professionalità dei magistrati che emerge dalla vicenda.
Riteniamo di dover ricordare che il dovere di motivazione dei provvedimenti giudiziari consiste nella chiara e analitica descrizione delle ragioni di fatto e di diritto sulle quali il provvedimento si fonda. E che la riproduzione integrale di atti di indagine, affastellati tra loro e non inquadrati all'interno di un percorso argomentativo logico-razionale, da un lato, non aiuta a comprendere le ragioni di fatto e di diritto su cui il provvedimento si fonda e, dall'altro, determina una impropria diffusione del materiale investigativo. Tale materiale, peraltro, proprio perchè non filtrato da un ragionamento di ricostruzione di fatti, si presta ad uso distorto da parte dei mezzi di informazione, i quali, per l'autorevolezza della fonte da cui l'atto promana, amplificano la confusione tra fatti accertati e mere ipotesi o allusioni. Né può sottacersi il fatto che tra il materiale riprodotto nel provvedimento vengono riportati fatti attinenti alla vita privata di persone estranee all'indagine e privi di alcuna rilevanza investigativa, così come vengono riportati sospetti, insinuazioni e accuse rivolte dal denunciante a persone estranee all'indagine e nei confronti delle quali non è stata elevato alcun addebito, e che pertanto non hanno alcuna possibilità di difendersi.
Si tratta di conseguenze dannose, estranee alle finalità proprie dell'atto e che sarebbe stato agevole evitare.
L'ANM reputa legittimo domandarsi quale sia la finalità di un tale metodo di elaborazione dei provvedimenti giudiziari ed interrogarsi se, al di là delle intenzioni, la stessa non appaia estranea alle ragioni ed alle regole del processo penale.
In ogni caso, l'ANM ritiene di poter dire che non condivide questo metodo, in quanto lo giudica in contrasto con il dovere del magistrato di argomentare secondo criteri logico-razionali.
All'iniziativa giudiziaria della Procura di Salerno la Procura Generale di Catanzaro ha reagito aprendo un procedimento penale a carico degli inquirenti di Salerno per i reati di abuso di ufficio e interruzione di pubblico servizio e ha disposto il sequestro degli stessi procedimenti già acquisiti da Salerno.
Al di là di ogni giudizio sul merito e sulla fondatezza della iniziativa non può sfuggire la grave e palese violazione dell'obbligo di astensione che grava sul magistrato che sia sottoposto ad indagini in procedimento collegato. I magistrati di Catanzaro, infatti, hanno aperto un procedimento a carico dei pubblici ministeri di Salerno che procedevano nei loro confronti e ne hanno assunto la titolarità.
Infine, il sequestro di atti del procedimento già sequestrati dall'autorità giudiziaria "contrapposta", con il grottesco finale dei due carabinieri a guardia del medesimo fascicolo ha portato al culmine parossistico la vicenda.
Anche in questo caso, è evidente, si sono smarrite regole e ragione. Un magistrato non deve mai allontanarsi dalla regola e dalla ragione: solo questi sono i fari e i punti di riferimento della sua azione.
Tutta la vicenda, però, deve essere letta nel più ampio contesto calabrese. Una terra difficile che è, per molti versi, simbolo dei mali del nostro paese e che non deve essere abbandonata.
Dobbiamo riconoscere il fatto che per troppi anni si è accettato che alcuni uffici giudiziari fossero gestiti da persone inadeguate, che non hanno esercitato i propri compiti con trasparenza ed impegno responsabile e a volte sono apparse legate a poteri locali; il che ha contribuito a quella crisi della legalità che, purtroppo, è il connotato più preoccupante di quella regione.
Dobbiamo dire con forza che noi non ci riconosciamo in "quella" magistratura. Allo stesso tempo siamo consapevoli del fatto che l'ansia di legalità e di giustizia che viene da quella terra può solo essere alimentata dentro un circuito di legalità e rispetto delle regole. Che ogni illusione di "rompere il cerchio" attraverso scorciatoie è destinata ad infrangersi e finisce per favorire lo status quo. Noi siamo dalla parte di quei tanti magistrati che lavorano con rigore, giorno dopo giorno, nel pieno rispetto delle regole, pur nella consapevolezza della difficoltà dello sforzo, senza mai deflettere dalla cultura del limite della funzione.
Possiamo cambiare solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno: è dovere e responsabilità dell'ANM e degli organi di autogoverno assicurare ai cittadini una magistratura capace, motivata e professionalmente adeguata.
Roma, 10 dicembre 2008
La Giunta Esecutiva Centrale
Nicolas Sarkozy è il leader europeo più amato tra il 27 capi di stato e di governo dell'Unione Europea secondo il quotidiano francese La Tribune, che ogni anno affida la scelta a una giuria di 12 giornalisti (corrispondenti da Bruxelles ed esperti di politica europea) di 9 diversi paesi. Ultimo della lista, invece, il leader italiano Silvio Berlusconi. Il premier italiano è stato duramente criticato dalla giuria e definito "un arruffapopolo imprevedibile e egoista".
Nella lista dei somari europei, a far compagnia a Berlusconi, ci sono anche il premier ceco Mirek Topolanek (25esimo) e il premier irlandese Brian Cowen (penultimo).
I francesi, si sa, sono chauvinisti e dunque non stupisce che al primo posto tra i "dirigenti europei" ci sia Sarkozy, senza contare che l'attività politica degli altri capi di Stato e di governo Ue è stata piuttosto opaca. Fatto sta che il presidente della repubblica francese ha vinto il premio, pur essendo - recita il verdetto degli esperti - "più apprezzato in Europa che in Francia".
Il capo dello stato francese, secondo la giuria della Tribune, "ha dato prova di un nuovo stile di presidenza dell'Unione, magari non perfetto ma comunque di eccezionale qualità". Sarkozy, proseguono gli esperti, si è anche distinto per le sue "qualità di leadership e per l'energia con cui ha affrontato delicati dossier come la crisi georgiana o quella finanziaria".
Sul podio, a seguire, si sono ben classificati il primo ministro lussemburgese Jean-Claude Juncker, presidente dell'eurogruppo, il premier britannico Gordon Brown e il cancelliere tedesco Angela Merkel.