mio fratello é figlio unico

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

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lunedì, 29 dicembre 2008

Carceri, con la finanziaria taglio del 30% ai fondi

Signori si taglia. I detenuti crescono ma i soldi per le carceri si riducono. Cresce la popolazione che vive dietro le sbarre, al ritmo di mille persone al mese, ma il governo taglia le risorse per far funzionare le prigioni. Centotrenta milioni in meno, questo a sentire i parlamentari del Pd e le organizzazioni sindacali, l'importo che l'esecutivo ha deciso di tagliare, rispetto allo scorso anno per il funzionamento delle carceri.

Siamo al paradosso - esordisce Amalia Schirru, parlamentare Pd - il numero dei detenuti cresce a dismisura e il governo taglia le risorse per il funzionamento». Sforbiciata che riguarda un importo consistente per un sistema che oggi ha raggiunto quasi quota 59mila detenuti.«La nuova Finanziaria prevede un taglio del 30 per cento delle risorse destinate al sistema penitenziario rispetto alle somme stanziate l’anno scorso - dice Amalia Schirru, parlamentare del Pd - che tradotto in soldi dovrebbe voler dire quasi 130 milioni di euro in meno rispetto al passato». Un fatto che, a sentire operatori e addetti ai lavori, non potrà che avere conseguenze sull’intero sistema. chi in carcere sconta una pena. Risultato? Meno servizi e detenuti sempre più stretti.

«Il taglio di queste risorse produrrà una serie di disfunzioni alla vita del carcere - denuncia Francesco Quinti, responsabile del settore penitenziario per la funzione pubblica della Cgil nazionale - anche perché diminuiranno i soldi per i costi di formazione, per le attività culturali, la pulizia dei locali negli istituti, la luce, acqua e telefono». Eppoi le iniziative culturali e le attività di recupero. «Non bisogna dimenticare che, oltre a tagliare i corsi di educazione - prosegue il sindacalista - si vanno a ridurre le spese per il personale, che significa naturalmente salti mortali per garantire il funzionamento di strutture che sono quasi al collasso».

Ricorda la protesta dell’albero di Natale di carta igienica davanti a San Vittore per dire che «verranno a mancare anche i soldi per la carta igienica», Lillo di Mauro, responsabile della Consulta penitenziaria di Roma che non nasconde il suo disappunto e le critiche per un «sistema che si dirige verso il collasso». «Sia chiaro - dice - qui si sta tagliando su una cosa concreta: il reinserimento dei detenuti nella società. Con questo sistema alla pena inflitta dal tribunale se ne aggiunge un'altra, non scritta ma non meno dura».

I tagli, a sentire il rappresentante della Consulta riguardano anche il lavoro all'interno delle carceri. «Ci sarà una riduzione del 22 per cento delle spese per le mercedi - spiega - ossia il pagamento del lavoro ai detenuti, un altro taglio del 28 per cento riguarda l'acquisto di nuovi arredi mentre un altro taglio del 18 per cento riguarda gli investimenti per il funzionamento del lavoro agricolo». Non mancano poi le polemiche e i problemi legati alla sanità dietro le sbarre. Il passaggio di competenze dal ministero della Giustizia a quello della Sanità con conseguente trasferimento alle Regioni e alle Asl non è ancora terminato.

«Il problema vero è che la fase di transizione non è ancora terminata - prosegue Di Mauro - e all'interno delle strutture detentive si vive ancora una situazione di perenne incertezza». Motivo? «Il governo non trasferisce i soldi alle regioni - aggiunge Amalia Schirru - e questo non può che aumentare il livello di incertezza in cui si è costretti a operare».


Davide Madeddu

postato da: majortom79 alle ore dicembre 29, 2008 18:15 | link | commenti
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sabato, 27 dicembre 2008

NO alla controriforma della Giustizia!!!






Editoriale di Pasquale Profiti – Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Trento - sul quotidiano “L’Adige” del 19 dic. 2008


 


giustiziaLa riforma della giustizia, agitata come una clava fin dall’insediamento del nuovo governo, ha un unico obiettivo: il controllo della giustizia e, soprattutto, del Pubblico Ministero da parte del ceto politico governante.


La prima proposta di riforma, quella della separazione dei magistrati del pubblico Ministero (c.d. magistratura inquirente) dai magistrati giudici (c.d. magistratura giudicante), non ha nulla a che vedere con l’efficienza dei processi, ma nemmeno con l’equità della giustizia. Basti osservare i dati ed uscire dagli slogan demagogici o dalle battute qualunquiste. I casi éclatanti dei processi del G8 di Genova, del presunto abuso edilizio di Villa Certosa o dell’omicidio di Garlasco, con il rigetto delle tesi del pubblico ministero da parte dei giudici, sono un riscontro immediato del fatto che i giudici guardano alle prove offerte e non al soggetto che le propone. I giudici devono motivare le loro decisioni e nessuno ha mai dimostrato che tali motivazioni in caso di condanna siano state rese per compiacere il pubblico ministero. Se fosse vero l’assunto per cui l’unicità di carriera sarebbe idonea ad incidere sull’imparzialità di giudizio, lo stesso argomento dovrebbe valere anche tra giudici di primo e secondo grado o di Cassazione, tra G.I.P. e tribunale del riesame, tra giudice dei cautelari civili e tribunale del reclamo e così via, fino a creare decine di carriere separate: un vero assurdo. I numeri, ancora una volta, smentiscono clamorosamente l’assunto con oltre il 50% di modifiche in grado di appello delle sentenze di primo grado in materia penale. L’unicità di carriera, di contro, garantisce una cultura forte dei diritti e delle garanzie di tutto il sistema giurisdizionale, a cominciare dal pubblico ministero il quale può e deve chiedere l’assoluzione degli imputati nei casi di ritenuta insufficienza delle prove.


La seconda idea di riforma è quella di aumentare la componente di nomina “politica” del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), diminuendo quella eletta dai magistrati; è una proposta che non occorre commentare tanto è evidente la finalità della politica di mettere le mani sulla nomina, carriera e formazione di giudici e pubblici ministeri.


La terza proposta di cambiamento è l’affidamento della giustizia disciplinare ad un collegio composto da non magistrati. È un’idea che non tiene conto dell’esistente. Attualmente i magistrati vengono giudicati da un collegio in cui siede il vicepresidente del CSM, membro di nomina “politica”, pur affiancato da altri componenti del CSM eletti dai magistrati. L’azione disciplinare è oggi esercitata dal Ministro della Giustizia che conduce le ispezioni negli uffici giudiziari, oltre che dalla Procura generale della Cassazione. Un sistema disciplinare, quindi, in cui la componente “esterna” ai magistrati ha un ruolo considerevole. Nessuna categoria professionale ha un procedimento disciplinare affidato totalmente o prevalentemente a soggetti esterni alla medesima categoria. Il potere disciplinare nei confronti dei magistrati attribuito ad un organismo che non ha una conoscenza delle condizioni di lavoro finirebbe per essere quantomeno ingiusto. Forte sarebbe il rischio di utilizzare lo spauracchio della sanzione disciplinare per punire i magistrati troppo attivi ed efficaci.


Una quarta corrente di riforma vuole una totale conduzione delle indagini da parte della polizia giudiziaria, con un ruolo del Pubblico Ministero limitato al controllo posteriore dell’attività investigativa. Chi propugna tale tesi sa bene che vi sono talune tipologie di reati, quelli dei colletti bianchi, nei quali la cooperazione del pubblico ministero alle indagini della polizia giudiziaria è indispensabile; in assenza di tale partecipazione, tali indagini difficilmente condurrebbero a risultati e, talora, nemmeno nascerebbero.


Mi piacerebbe che coloro i quali sostengono quelle idee di riforma dichiarassero apertamente che vogliono una giustizia, soprattutto quella penale, che non sia totalmente libera, ma che risponda in qualche misura alle direttive della contingente maggioranza politica al governo. Sarebbe un gesto di serietà ed onestà intellettuale affermare chiaramente che la giustizia rientra tra i settori dei quali la classe di governo deve occuparsi per renderne conto ai cittadini e che, pertanto, la politica criminale delle Procure debba essere diretta dal governo in carica.


È questo il vero argomento con cui confrontarsi. Un confronto che apre direttamente il tema della qualità della democrazia che vogliamo qui ed ora nel nostro Paese.


Quando la nostra Costituzione all’art. 104 definisce la magistratura, sia quella del Pubblico Ministero che dei giudici, come un ordine autonomo ed indipendente ed istituisce un unico CSM per giudici e pubblici ministeri, non fa una scelta meramente tecnica tra le possibili architetture istituzionali della magistratura. Il costituente compie una scelta precisa sul tipo di democrazia che vuole per l’Italia. Una scelta di valore che propone anche l’art. 112 che pretende l’obbligatorietà dell’azione penale per il Pubblico Ministero; un obbligo che, quindi, va adempiuto nei confronti di chiunque, non residuando spazi per direttive imposte da altri poteri.


Ma di quale qualità di democrazia parliamo? In fondo di modelli di magistratura, e di pubblico ministero in particolare, ne esistono diversi nel mondo occidentale democratico. L’autonomia ed imparzialità del Pubblico Ministero in altri ordinamenti, sicuramente democratici, è meno marcata che in Italia. La separazione dei poteri, su cui si fondano gli Stati democratici e di diritto, ha diversi gradi di “rigidità” proprio con riferimento alla figura del Pubblico Ministero; perché dovremmo accettare in Italia il modello attuale, basato sull’assetto costituzionale del 1948?


Il nostro modello di magistratura inquirente ha bisogno di una marcata separazione dei poteri e, quindi, di una completa autonomia e “giurisdizionalizzazione” dei Pubblici Ministeri, per una serie di semplici ed evidenti ragioni; ne illustro solo alcune tra le più evidenti: a) la democrazia italiana ha dovuto e deve sopportare le pesanti infiltrazioni di organizzazioni criminali mafiose nelle varie amministrazioni di governo. In Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, Stati Uniti e via dicendo vi sono state amministrazioni locali commissariate per infiltrazioni mafiose come in Italia?


b) La democrazia italiana è stata reiteratamente posta sotto attacco da veri e propri sistemi di corruzione che hanno invaso gli apparati di governo di ogni livello, con una vera e propria manipolazione istituzionalizzata del consenso popolare attraverso il mercato e la gestione a fini personali delle funzioni pubbliche. Nessuna delle altre democrazie occidentali ha visto qualcosa di simile ad una tale alterazione delle regole democratiche di acquisizione del consenso popolare.


c) La nostra è una democrazia nella quale solo qualche giorno fa alcuni parlamentari hanno tentato di far passare nella manovra finanziaria predisposta dal governo una disposizione di legge che avrebbe comportato, con un piccolo espediente tecnico, l’assoluzione di famosi banchieri ed ex capitani d’industria, nel processo PARLAMAT come in altri famosi scandali finanziari. Altro che i 30 anni di carcere inflitti e già in esecuzione per gli amministratori della ENRON americana.


d) La nostra democrazia deve convivere con la presenza di un numero imbarazzante di parlamentari, consiglieri, segretari e coordinatori di partiti politici condannati irrevocabilmente per vari reati. Non diamo certo lo stesso spettacolo offerto, ad esempio, dall’Inghilterra, ove un ministro è stato costretto a dimettersi per l’assunzione non regolarizzata di una domestica.


e) La nostra democrazia deve far fronte ad una concentrazione contemporanea di potere mediatico e politico che, senza alcun giudizio di valore, è sicuramente singolare tra le democrazie occidentali, in cui nessun capo di governo e nemmeno di opposizione è azionista di riferimento di tre canali televisivi, quotidiani, riviste e case editoriali.


I padri costituenti vollero la totale indipendenza ed unicità della magistratura inquirente in reazione ai danni provocati dal regime fascista. Oggi siamo costretti a mantenere quel modello poiché dobbiamo onestamente prendere atto che il nostro livello di maturità democratica non lascia alternative ad un controllo di legalità forte ed indiscutibilmente indipendente ed imparziale.

postato da: majortom79 alle ore dicembre 27, 2008 19:11 | link | commenti
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lunedì, 22 dicembre 2008

IL SILENZIO DELLE SENTINELLE

di Giuseppe D'Avanzo                                                                    


Dovremmo aver imparato in questi quindici anni che, nonostante l'abitudine alla menzogna, Berlusconi non nasconde mai i suoi appetiti. Il sermone di fine anno ci ricorda che la sua bulimia non conosce argini.

Vuole il presidenzialismo come il compimento della sua biografia personale. Non si accontenta di avere in pugno due poteri su tre. Dopo aver asservito il Parlamento al governo, pretende ora che evapori l'autonomia della magistratura. Dice che la riforma della giustizia è pronta e sarà battezzata al primo Consiglio dei ministri del 2009. Anticipa quel che ci sarà scritto: i pubblici ministeri se le scordino le indagini. Diventeranno lavoro esclusivo delle polizie subalterne al ministro dell'Interno, quindi affar suo che governa in nome del popolo. I pubblici ministeri, ammonisce, diventeranno soltanto "avvocati dell'accusa". Andranno in aula "con il cappello in mano" davanti al giudice a rappresentare come notai, o come burocrati più o meno sapienti, le ragioni del poliziotto. Dunque, del governo. Con un colpo solo, si liquidano l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art. 3 della Costituzione, "Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge"); l'indipendenza della magistratura (art. 104, "La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"); l'unicità dell'ordine giudiziario (art. 107, "I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni"); l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale"); la dipendenza della polizia giudiziaria dal pm (art. 109, "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria").                                                                                     


Soltanto un effetto autoinibitorio può impedire di udire, nelle "novità" di Berlusconi, una vibrazione conosciuta e cupissima. Anche a rischio di indispettire il suo alleato decisivo (Bossi), il mago di Arcore rimuove ? per il momento ? il federalismo dalle priorità del 2009 per rilanciare il castigo delle toghe e la nascita della repubblica presidenziale. Sarà un gaffeur o un arrogante, sarà per ingenuità o per superbia, Berlusconi propone la necessità di una riforma costituzionale con le stesse parole - e per le stesse ragioni - di Licio Gelli. Se non lo si ricorda, davvero "le memorie deperiscono e i fatti fluttuano", come ripete nel deserto FrancoCordero. Appena il 4 dicembre il "maestro venerabile" della P2, intervistato da Klaus Davi, ha detto: "Nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca". Berlusconi, 20 dicembre: "Sono convinto che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare al migliore risultato per il governo del paese. L'architettura attuale non permette di prendere decisioni tempestive e non dà poteri al premier".

Fa venire freddo alle ossa il farfuglio dell'opposizione di fronte a questo funesto programma da realizzare presto (si annotano soltanto parole che dicono d'altro). E' un silenzio che lascia temere o lo stato confusionale di opposizioni ormai assuefatte al peggio o un'altra letale tentazione di quella commedia bicamerale che, senza sfiorare il conflitto di interessi, concesse al mago di Arcore l'impero mediatico e, in nome del primato della politica sulla giustizia, la vendetta sulla magistratura. Dio non voglia che, con il prepotente ritorno al proscenio di qualche campione di quel tempo, la stagione si rinnovi. In una giornata di sconcerto, sono così un balsamo le parole di Giuseppe Dossetti, padre della Costituzione e dello Stato poi fattosi monaco (le ha ricordate ieri Filippo Ceccarelli). Vale la pena tornarci ancora su.

In memoria del suo grande amico Giuseppe Lazzati, e in coincidenza della prima vittoria delle destre, Dossetti pronuncia un discorso famoso. Il titolo lo ricava da un salmo di Isaia (21,11) "Sentinella, quanto resta della notte?". In quei giorni del 1994, egli vede affiorare un male diagnosticato con molti anni di anticipo: la supremazia di una concezione individualistica, in cui il diritto costituzionale regredisce a diritto commerciale (il primato del contratto, l'eclissi del patto di fedeltà); il dissolversi di ogni legame comunitario, mascherato dietro l'appello al "federalismo" (il "politico" diventa pura contrattazione economica); il rifiuto esplicito di una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune (la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole sino alla riduzione al singolo individuo). Non si può sperare, dice Dossetti e parla ai cattolici, che si possa uscire dalla "nostra notte" "rinunziando a un giudizio severo nei confronti dell'attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo (la politica familiare, la politica scolastica)".

Dossetti non nega la necessità di cambiamenti. Elenca: riforma della pubblica amministrazione; contrasto alle degenerazioni dello Stato sociale; lotta alla criminalità organizzata; valorizzazione della piccola e media imprenditoria; riforma del bicameralismo; promozione delle autonomie locali. Teme però riforme costituzionali ispirate da uno "spirito di sopraffazione e di rapina". "C'è ? avverte ? una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto. Questa soglia sarebbe oltrepassata da ogni modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti dalla Costituzione. E così va pure ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell'equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè per l'avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell'esecutivo ai danni del legislativo ancorché fosse realizzato attraverso referendum che potrebbero trasformarsi in forma di plebiscito".

I referendum, segnati da "una forte emotività imperniata su una figura di grande seduttore", possono trasformarsi infatti "da legittimo mezzo di democrazia diretta in un consenso artefatto e irrazionale che appunto dà luogo a una forma non più referendaria ma plebiscitaria". Il "padre costituente" denuncia senza sofismi quel che vede dietro la "trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica". Vede la nascita, "attraverso la manipolazione mediatica dell'opinione", di "un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea". Dossetti chiede allora ai cristiani di "riconoscere la notte per notte" e di opporre "un rifiuto cristiano" ritenendo che "non ci sia possibilità per le coscienze cristiane di nessuna trattativa".

Nessuna trattativa. Per trovare queste parole che aiutano a sperare ancora in una via diurna, si deve ricordare Dossetti. Dove sono le "sentinelle" a cui si può chiedere oggi: "Quanto resta della notte"?

postato da: majortom79 alle ore dicembre 22, 2008 15:00 | link | commenti
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sabato, 20 dicembre 2008

Class action depotenziata ricorsi solo da luglio 2008. Alla faccia della tutela delle classi deboli...

In arrivo il depotenziamento della class action. Il governo sta lavorando alle nuove norme che regoleranno le azioni di risarcimento collettivo e le associazioni dei consumatori denunciano lo stravolgimento del meccanismo approvato nell' ultima Finanziaria del governo Prodi, ma mai applicato. Secondo il testo divulgato dall' Unione dei consumatori, i tecnici del ministero dello Sviluppo economico vogliono rendere impossibile denunciare violazioni avvenute prima del primo luglio 2008. Quindi sparirebbero nel nulla le azioni di risarcimento su gran parte delle vicende che hanno colpito risparmiatori e consumatori negli anni scorsi (Parmalat, Cirio, Argentina) e si rivelerebbero totalmente vani i numerosi annunci di una class action in preparazione che si sono succeduti in questo anno di "attesa".

Non solo, proprio le associazioni dei consumatori secondo la nuova disciplina perderebbero il ruolo di promotori. E dire che nel dibattito al momento dell' approvazione si discusse un' ipotesi esattamente contraria: allargare tale facoltà non solo alle sigle riconosciute nel Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti (Cncu), ma anche ad altri enti come le associazioni ambientaliste e di tutela dei diritti in senso ampio. Saranno i singoli utenti ad avviare le Class action: «Più che togliere potere a noi, hanno trovato il modo migliore per rendere inutilizzabile questo strumento - dichiara Massimiliano Dona, segretario generale dell' Unione dei consumatori - i rischi e i costi per un singolo che avvia un' azione collettiva sono enormi e quasi in nessun caso si rivelerà conveniente.

Lo stesso giudice, in un altro comma dell' emendamento, può rifiutare la richiesta qualora il proponente non appaia in grado di curare adeguatamente l' interesse della classe». Mercoledì prossimo al ministero è prevista una nuova riunione con i rappresentanti del Cncu, ma è probabile che la nuova legge sarà presentata dal governo senza molti margini di modifica. Non sono invece previsti "filtri" aggiuntivi all' ammissibilità, come richiesto da Confindustria che temeva un numero infinito di ricorsi in grado di bloccare le attività e alzare i costi legali per le aziende.

L'esecutivo ha la necessità di arrivare ad approvare una nuova disciplina entro il 31 dicembre perché sta scadendo il "congelamento" deciso in estate per correggere il testo votato dal centrosinistra. Già con l' esame della Finanziaria 2009 era emersa la necessità di un' accelerazione: un ordine del giorno presentato dai senatori del Pd, tra cui Felice Casson, Gerardo D' Ambrosio e Gianrico Carofiglio avevano fatto approvare un ordine del giorno in cui impegnava il governo «rendere operative in tempi certi le norme sull' azione collettiva risarcitoria». Il sottosegretario alla Giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati ha dichiarato ieri: «Il governo dovrebbe essere in procinto di presentare al Senato un emendamento relativo alla disciplina dell' azione risarcitoria collettiva» ha affermato Emendamento che dovrebbe essere proposto ad uno dei dl sulla manovra proprio per ottenerne l' approvazione entro la fine dell' anno. Più improbabile l' inserimento nel pacchetto di riforma della Giustizia nella parte riguardante il processo civile.



LUCA IEZZI
postato da: majortom79 alle ore dicembre 20, 2008 18:16 | link | commenti (2)
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mercoledì, 17 dicembre 2008

Barletta, i cittadini e le parole della democrazia

Quando si giunge alla fine di un percorso, fosse anche una tappa di un cammino più lungo, chi è abituato a riflettere ne valuta i risultati.

Il successo dell'iniziativa “La democrazia delle parole” certifica che i cittadini costituiscono un patrimonio da valorizzare e rispettare, principalmente da chi espleta funzioni istituzionali.

“Magistratura democratica” è stata riconosciuta come luogo in cui quel rispetto è stato concreto perché si è guardato alla città nel suo complesso. Senza, cioè, rivolgersi – esclusivamente – a élite culturali e proporre momenti intellettuali fruibili da una ristretta cerchia di persone, ma pensando a coloro che, per età o condizione sociale, non possono formarsi una conoscenza “alta” e hanno minori difese rispetto alla omologante incultura mediatica.

Ci si dovrebbe interrogare, quindi, non “se” esista o “quanto” sia diffusa una domanda di cultura nel territorio, ma sulla qualità dell'offerta.E' questione che deve interessare la classe dirigente nel suo complesso perchè una comunità progredisce sotto il profilo umano, economico e della sicurezza solo quando è condivisa l'importanza di avere competenze “alte” e diffuse in ogni sua articolazione.

Omettere questa prospettiva e limitarsi a pretendere interventi istituzionali solo quando le patologie sociali toccano la quotidianità personale è atteggiamento miope e autoassolutorio.




Ognuno ha le proprie aspirazioni, ma fra queste e la loro realizzazione c’è uno spazio che deve essere riempito dalla vera Politica.

Quella che considera il cittadino come “persona” e non come individuo costretto a recepire acriticamente inerzie e comodità altrui, anche di chi rappresenta le Istituzioni.


Quella che considera la formazione dei giovani e la gratificazione culturale di chi è già maturo come una opportunità per fare economia sana e fruttifera del territorio; quella che, di conseguenza, abitua a scegliere ciò che è meglio per la comunità e non il puro interesse personale; quella che educa alla giusta pretesa verso lo Stato senza accontentarsi di miserie o di imposture.


Quella che instrada la passione giovanile nel mettersi a disposizione della propria collettività consegnando loro gli strumenti della critica consapevole.


La Politica
, per dirla con Italo Calvino, che abitua a pensare che “quando le cose non sono semplici, pretendere la semplificazione a tutti i costi è faciloneria e prepara alla menzogna. Invece lo sforzo di pensare e di esprimersi con la massima precisione possibile di fronte alle cose più complesse è l'unico atteggiamento onesto e utile”.






I relatori ospitati a Barletta hanno fatto riferimento alla bellezza del luogo federiciano in quanto simbolo di ciò che è “tradizione” nell'accezione interculturale e diacronica del termine.

Hanno lasciato ai cittadini qualcosa di prezioso e di necessario per comprendere meglio la realtà in cui sono immersi, sia quanto a nozioni che a metodi di approccio e di indagine.

Hanno consegnato strumenti concreti per esercitare quella che Isaiah Berlin ha chiamato “l'arte del vivere nella polis”, l'attività di cui anche coloro che preferiscono la vita privata non possono fare a meno. La politica, cioè, intesa come sapere “tecnico” dei meccanismi democratici, come rigoroso codice di lettura e di giudizio dei comportamenti sociali, come scambio reciproco di informazioni.

Secondo i più acuti analisti economici la grave situazione in cui versa il Paese potrà essere superata  proprio recuperando una politica dell'agire comune, in distonia con le spinte individualiste e improntate alla finanza “facile” degli ultimi anni. La crisi, insomma, va colta - etimologicamente – come momento di “scelta” di ciò che è vero e giusto, e “separazione” da ciò che non è tale.



Giacomo Devoto ha scritto che ogni persona alla sua nascita riceve in dote tre scrigni simbolici, ciascuno dei quali contiene tre germi diversi. Nel primo scrigno si trovano i germi della stanchezza e della contemplazione passiva; nel secondo quelli della propensione al godimento immediato; nel terzo quelli della passione e dell’impulso a fare.


Di coloro in cui prevarranno i germi della stanchezza si dirà che un “destino” non evitabile ha segnato, nel bene o nel male, la loro vita. Invece la prevalenza dei germi del buon vivere porterà a dire di altre persone che sono state il “ritratto” del loro tempo e si sono adattate al fluire delle cose. E infine di coloro in cui saranno prevalenti la passione e la spinta creativa si dirà che essi si sono proposti un “compito”, senza aver la certezza della sua realizzazione.


Non il loro “destino” o il loro “ritratto”, ma il loro “compito” che, nel suo significato più profondo, è l'azione che completa, che colma i vuoti, che elimina le distanze.


È un insegnamento che scolpisce le persone ed è realizzabile solo rispettando il giuramento fatto alla propria coscienza di uomini liberi nella Costituzione. Solo se si saprà, come ci ha insegnato Tullio De Mauro, “essere alternativamente scolari gli uni degli altri”.


È questo, credo, che fa sentire meno soli e meno impotenti, e che fa dire, anche nei momenti non facili come questo, con espressione milaniana, I Care: io mi faccio carico





di Francesco Messina, giudice del Tribunale di Trani ed esponente di Magistratura democratica.










 

postato da: majortom79 alle ore dicembre 17, 2008 21:27 | link | commenti
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martedì, 16 dicembre 2008

Abruzzo: Vince Chiodi (Pdl). Crollano affluenza e Pd.

A più di due terzi delle sezioni scrutinate (1.169 su 1.625 seggi), Gianni Chiodi conduce con un vantaggio incolmabile la corsa verso la presidenza della Regione Abruzzo. Il distacco con il candidato del centrosinistra, Carlo Costantini, è tale che la vittoria per l'esponente di destra può dirsi certa. I voti per lui sono 183.925 con una percentuale del 48,9 per cento. L'esponente del Pd-Idv è a 160.732 con una percentuale del 42,7 per cento. Per quanto riguarda i partiti, il Pdl è al primo posto con il 35,4 per cento seguito dal Pd con il 20 per cento e dall'Idv. Ottimo risultato per il movimento di Antonio Di Pietro che alle scorse regionali aveva ottenuto solo il 2,4 per cento mentre ora è sul 15,4.

Proprio sull'alleanza con l'Idv e sulla scelta di Carlo Costantini come candidato presidente si appuntano le critiche del senatore Pd Marco Follini che evidenzia «il costo politico dell'alleanza con Di Pietro». Sulla stessa lunghezza d'onda Nicola Latorre. Caustico Parisi: «Spero che ora Veltroni rinsavisca».

Il dato fino ad ora definitivo e ufficiale è rappresentato dalla bassissima affluenza alle urne, che si è attestata intorno al 53%, un dato storico per la regione Abruzzo, circa il 16% in meno rispetto alle amministrative di tre anni fa. Il voto anticipato arriva dopo la bufera giudiziaria relativa a presunte tangenti nella sanità che nello scorso luglio ha travolto la Giunta regionale, portando a undici arresti eccellenti, tra i quali quello del presidente della Regione, Ottaviano Del Turco. Oltre che per il presidente della regione si votava anche per l'elezione di 500 consiglieri regionali.

postato da: majortom79 alle ore dicembre 16, 2008 10:02 | link | commenti (2)
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lunedì, 15 dicembre 2008

L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI SULLE VICENDE SALERNO-CATANZARO

La vicenda che ha coinvolto gli uffici giudiziari di Salerno e di Catanzaro ha creato sconcerto  e preoccupazione nell'opinione pubblica.


Il tempestivo intervento prima del Capo dello Stato e, subito dopo, della I Commissione del Consiglio con la immediata convocazione dei vertici degli uffici giudiziari coinvolti, cui è seguita l'apertura di una pratica di trasferimento di ufficio per entrambi, hanno rappresentato una prima doverosa risposta ad una situazione di eccezionale gravità, che non ha precedenti nella storia giudiziaria del paese.


Spetterà ora al CSM ricostruire compiutamente i fatti e adottare le conseguenti determinazioni, così come spetterà ai titolari dell'azione disciplinare valutare la eventuale sussistenza di condotte di singoli meritevoli di sanzione. Riteniamo, però, che in una fase così delicata per la magistratura italiana, si imponga da parte nostra un meditato approfondimento ed un dovere di chiarezza di posizione. Al di là delle eventuali responsabilità di singoli, infatti, non si può non vedere come in questa vicenda sia stata gravemente messa in discussione la credibilità dell'istituzione giudiziaria nel suo complesso.


E non è un caso, infatti, che coloro che da tempo auspicano interventi di riforma della Costituzione diretti a ridurre l'autonomia e l'indipendenza del potere giudiziario cerchino di approfittare del legittimo sconcerto dell'opinione pubblica per rilanciare una proposta di accordo per riforme della giustizia dirette ad aumentare il controllo della politica sulla magistratura.


Ed è per questo che riteniamo di dover dire, senza reticenze o tatticismi, all'opinione pubblica e ai colleghi quali siano le nostre valutazioni su questa vicenda.


In questa occasione la gravità e l'eccezionalità della situazione non consentono, infatti, di sottrarsi al giudizio e di rifugiarsi in un doveroso riserbo in attesa che la giustizia faccia il suo corso.


Si è verificato un cortocircuito istituzionale e giudiziario che richiede risposte istituzionali da adottare con rapidità nelle sedi competenti, ma che chiama in causa anche il ruolo di rappresentanza culturale e politica della magistratura che  compete all'Associazione Nazionale Magistrati.


L'intervenuta revoca dei due provvedimenti di sequestro offre ulteriore conforto alla valutazione negativa per quanto accaduto, perché il metodo seguito da ultimo ben poteva essere adottato prima, evitando questa drammatizzazione ed i suoi deleteri effetti. Noi riteniamo che la credibilità della funzione giudiziaria e la sua legittimazione democratica si fondino esclusivamente sull'applicazione di regole secondo criteri di ragione. L'autonomia e l'indipendenza di un corpo di magistrati professionali e di carriera trova, infatti,  la sua sola giustificazione nella riferibilità delle decisioni giudiziarie ad una regola interpretata ed applicata sulla base di criteri razionali. Criteri che possono essere opinabili, ma devono sempre apparire comprensibili.


Ecco: quello che sconcerta in questa vicenda, che sconcerta noi come magistrati e come cittadini e che crediamo sconcerti  l'opinione pubblica è lo smarrimento completo e assoluto di ogni regola e di ogni ragione, di talché l'esercizio del potere giudiziario si presenta all'esterno  come arbitrario, sganciato da regole, incomprensibile. Non è nostra intenzione esprimere valutazioni sul merito del provvedimento di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura di Salerno, sulle finalità o sulle modalità esecutive adottate. Ciò che interessa in questa sede è il profilo della professionalità dei magistrati che emerge dalla vicenda.


Riteniamo di dover ricordare che il dovere di motivazione dei provvedimenti giudiziari consiste nella chiara e analitica descrizione delle ragioni di fatto e di diritto sulle quali il provvedimento si fonda. E che la riproduzione integrale di atti di indagine, affastellati tra loro e non inquadrati  all'interno di un percorso argomentativo logico-razionale, da un lato, non aiuta a comprendere le ragioni di fatto e di diritto su cui il provvedimento si fonda e, dall'altro, determina una impropria diffusione del materiale investigativo. Tale materiale, peraltro, proprio perchè non filtrato da un ragionamento di ricostruzione di fatti, si presta ad uso distorto da parte dei mezzi di informazione, i quali, per l'autorevolezza della fonte da cui l'atto promana, amplificano la confusione tra fatti accertati e mere ipotesi o allusioni. Né può sottacersi il fatto che tra il materiale riprodotto nel provvedimento vengono riportati fatti attinenti alla vita privata di persone estranee all'indagine e privi di alcuna rilevanza investigativa, così come vengono riportati sospetti, insinuazioni e accuse rivolte dal denunciante a persone estranee all'indagine e nei confronti delle quali non è stata elevato alcun addebito, e che pertanto non hanno alcuna possibilità di difendersi.


Si tratta di conseguenze dannose, estranee alle finalità proprie dell'atto e che sarebbe stato agevole evitare.


L'ANM reputa legittimo domandarsi quale sia la finalità di un tale metodo di elaborazione dei provvedimenti giudiziari ed interrogarsi se, al di là delle intenzioni, la stessa non appaia estranea alle ragioni ed alle regole del processo penale.


In ogni caso, l'ANM ritiene di poter dire che non condivide questo metodo, in quanto lo giudica in contrasto con il dovere del magistrato di argomentare secondo criteri logico-razionali.


All'iniziativa giudiziaria della Procura di Salerno la Procura Generale di Catanzaro ha reagito aprendo un procedimento penale a carico degli inquirenti di Salerno per i reati di abuso di ufficio e interruzione di pubblico servizio e ha disposto il sequestro degli stessi procedimenti già acquisiti da Salerno.


Al di là di ogni giudizio sul merito e sulla fondatezza della iniziativa non può sfuggire la grave e palese violazione dell'obbligo di astensione che grava sul magistrato che sia sottoposto ad indagini in procedimento collegato. I magistrati di Catanzaro, infatti,  hanno aperto un procedimento a carico dei pubblici ministeri di Salerno che procedevano nei loro confronti e ne hanno assunto la titolarità.


Infine, il sequestro di atti del procedimento già sequestrati dall'autorità giudiziaria "contrapposta", con il grottesco finale dei due carabinieri a guardia del medesimo fascicolo ha portato al culmine parossistico la vicenda.


Anche in questo caso, è evidente, si sono smarrite regole e ragione. Un magistrato non deve mai   allontanarsi dalla regola e dalla ragione: solo questi sono i fari e i punti di riferimento della sua azione.


Tutta la vicenda, però, deve essere letta nel più ampio contesto calabrese. Una terra difficile che è, per molti versi, simbolo dei mali del nostro paese e che non deve essere abbandonata.


Dobbiamo riconoscere il fatto che per troppi anni si è accettato che alcuni uffici giudiziari fossero gestiti da persone inadeguate, che non hanno esercitato i propri compiti con trasparenza ed impegno responsabile e a volte sono apparse legate a poteri locali;  il  che ha contribuito a quella crisi della legalità che, purtroppo, è il connotato più preoccupante di quella regione.


Dobbiamo dire con forza che noi non ci riconosciamo in "quella" magistratura. Allo stesso tempo siamo consapevoli del fatto che l'ansia di legalità e di giustizia che viene da quella terra può solo essere alimentata dentro un circuito di legalità e rispetto delle regole. Che ogni illusione di "rompere il cerchio" attraverso scorciatoie è destinata ad infrangersi e finisce per favorire lo status quo. Noi siamo dalla parte di quei tanti magistrati che lavorano con rigore,  giorno dopo giorno, nel pieno rispetto delle regole,  pur nella consapevolezza della difficoltà dello sforzo, senza mai deflettere dalla cultura del limite della funzione.


Possiamo cambiare solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno: è dovere e responsabilità dell'ANM e degli organi di autogoverno assicurare ai cittadini una magistratura capace, motivata e professionalmente adeguata.


Roma, 10 dicembre 2008


La Giunta Esecutiva Centrale

postato da: majortom79 alle ore dicembre 15, 2008 10:41 | link | commenti
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sabato, 13 dicembre 2008

APPELLO FINI-TRAVAGLIO

di Massimo Fini e Marco Travaglio

Con l’annuncio di Silvio Berlusconi di voler cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza si è giunti al culmine di un’escalation, iniziata tre lustri fa, che porta dritto e di filato a una dittatura di un solo uomo che farebbe invidia a un generale birmano.

Da un punto di vista formale la cosa è legittima. La nostra Carta prevede, all’articolo 138, i meccanismi per modificare le norme costituzionali. Ma farlo a colpi di maggioranza lede i fondamenti stessi della liberal-democrazia che è un sistema nato per tutelare innanzitutto le minoranze (la maggioranza si tutela già da sola) e che, come ricordava Stuart Mill, uno dei padri nobili di questo sistema, deve porre dei limiti al consenso popolare. Altrimenti col potere assoluto del consenso popolare si potrebbe decidere, legittimamente dal punto di vista formale, che tutti quelli che si chiamano Bianchi vanno fucilati. Ma la Costituzione non ha abolito la pena di morte? Che importa? Si cambia la Costituzione. Col consenso popolare. Elementare Watson. Senza contare che a noi la Costituzione del 1948 va bene così, e non si vede un solo motivo per stravolgerla (altra cosa è qualche ritocco sporadico per aggiornarla).

 Com’è possibile che in una democrazia si sia giunti a questo punto? Non fermando Berlusconi sul bagnasciuga, permettendogli, passo dopo passo, illiberalità e illegalità sempre più gravi. Prima il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) che è il contrario di un assetto liberal-liberista perché ammazza la concorrenza e in un settore, quello dei media televisivi, che è uno dei gangli vitali di ogni moderna liberaldemocrazia. Poi un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio. Quindi le leggi “ad personas”, per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, “ad personam” per salvare se stesso, il “lodo Alfano”, che ledono un altro dei capisaldi della liberaldemocrazia: l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Infine una capillare, costante e devastante campagna di delegittimazione della Magistratura non solo per metterle la mordacchia (che è uno degli obbiettivi, ma non l’unico e nemmeno il principale della cosiddetta riforma costituzionale), ma per instaurare un regime a doppio diritto: impunità sostanziale per “lorsignori”, “tolleranza zero”, senza garanzia alcuna, per i reati di strada, che sono quelli commessi dai poveracci.

Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento e di quei fantocci che sono i presidenti delle due Camere, padrone assoluto del centro-destra, se si eccettua, forse, la Lega, padrone di tre quarti del sistema televisivo, con un Capo dello Stato che assomiglia molto a un Re travicello, Silvio Berlusconi è ormai il padrone assoluto del Paese e si sente, ed è, autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le reti televisive nazionali, che pur controlla nella stragrande maggioranza (ieri, in presenza del suo inquietante annuncio, si sono occupate soprattutto della neve), di “insultarlo”, di “denigrarlo”, di essere “disfattiste” (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlare troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa (mentre lui, il genio dell’economia, non si era accorto, nemmeno dopo il crollo dei “subprime” americani, dell’enorme bolla speculativa in circolazione).

Poi, non contento, ha intimidito i direttori della Stampa e del Corriere (il quale ultimo peraltro se lo merita perché ha quasi sempre avvallato, con troppi silenzi e qualche adesione, tutte le illegalità del berlusconismo) affermando che devono “cambiare mestiere”.

Questa escalation berlusconiana ci spiega la genesi del fascismo. Che si affermò non in forza dei fascisti ma per l’opportunismo, la viltà, la complicità (o semplicemente per non aver capito quanto stava succedendo) di tutti coloro che, senza essere fascisti, si adeguarono.

Ma sarebbe ingeneroso paragonare il berlusconismo al fascismo. Ingeneroso per il fascismo. Che aveva perlomeno in testa un’idea, per quanto tragica, di Stato e di Nazione. Mentre nella testa di Berlusconi c’è solo il suo comico e tragico superego, frammisto ai suoi loschi interessi di bottega.

Una democrazia che non rispetta i suoi presupposti non è più una democrazia. Una democrazia che non rispetta le sue regole fondamentali non può essere rispettata. A questo punto, perché mai un cittadino comune dovrebbe rispettarla, anziché mettersi “alla pari” col Presidente del Consiglio? “A brigante, brigante e mezzo” diceva Sandro Pertini quando lottava contro il totalitarismo. O per finirla in modo più colto: “Se tutto è assurdo”, grida Ivan Karamazov “tutto è permesso”.

Massimo Fini

Marco Travaglio
postato da: majortom79 alle ore dicembre 13, 2008 11:21 | link | commenti
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venerdì, 12 dicembre 2008

Sarkozy miglior dirigente europeo. Berlusconi ultimo.

Nicolas Sarkozy è il leader europeo più amato tra il 27 capi di stato e di governo dell'Unione Europea secondo il quotidiano francese La Tribune, che ogni anno affida la scelta a una giuria di 12 giornalisti (corrispondenti da Bruxelles ed esperti di politica europea) di 9 diversi paesi. Ultimo della lista, invece, il leader italiano Silvio Berlusconi. Il premier italiano è stato duramente criticato dalla giuria e definito "un arruffapopolo imprevedibile e egoista".

Nella lista dei somari europei, a far compagnia a Berlusconi, ci sono anche il premier ceco Mirek Topolanek (25esimo) e il premier irlandese Brian Cowen (penultimo).

I francesi, si sa, sono chauvinisti e dunque non stupisce che al primo posto tra i "dirigenti europei" ci sia Sarkozy, senza contare che l'attività politica degli altri capi di Stato e di governo Ue è stata piuttosto opaca. Fatto sta che il presidente della repubblica francese ha vinto il premio, pur essendo - recita il verdetto degli esperti -  "più apprezzato in Europa che in Francia".

Il capo dello stato francese, secondo la giuria della Tribune, "ha dato prova di un nuovo stile di presidenza dell'Unione, magari non perfetto ma comunque di eccezionale qualità". Sarkozy, proseguono gli esperti, si è anche distinto per le sue "qualità di leadership e per l'energia con cui ha affrontato delicati dossier come la crisi georgiana o quella finanziaria".

Sul podio, a seguire, si sono ben classificati il primo ministro lussemburgese Jean-Claude Juncker, presidente dell'eurogruppo, il premier britannico Gordon Brown e il cancelliere tedesco Angela Merkel.



postato da: majortom79 alle ore dicembre 12, 2008 10:27 | link | commenti (1)
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martedì, 09 dicembre 2008

La Lega: "Il Cardinale Tettamanzi è un infiltrato"

di Daniele Sensi

Dura la replica che dalle onde di “Radio Padania Libera” ha fatto seguito alle parole del cardinale Tettamanzi, l’arcivescovo di Milano che durante le celebrazioni di Sant’Amborgio ha lamentato la carenza di strutture in cui i fedeli musulmani possano praticare il proprio culto. Durante il settimanale appuntamento radiofonico dedicato all’associazione “Padania Cristiana” -di cui è presidente l’eurodeputato Mario Borghezio - il lefebvriano don Floriano Abrahamowicz, celebratore ufficiale di messe dell’associazione cristiana leghista e membro della Fraternità tradizionalista di San Pio X, ha invitato gli ascoltatori a diffidare non solo di Dionigi Tettamanzi («ultimo esempio di quegli infiltrati che durante ogni rivoluzione -inglese, francese, bolscevica e, ora, mondialista- tentano di sovvertire la Chiesa dal suo interno») ma della stessa Santa Sede. «Non crediate che Tettamanzi rappresenti l’ala di sinistra in una Chiesa comunque guidata dal conservatore Ratzinger, perché è la Chiesa conciliare tutta intera ad essere in realtà alleata di quei poteri forti che, tramite l’islamizzazione dell’Europa, mirano al dominio del mondo secondo un disegno anticristico». Poteva in parte sembrare una non infondata critica a talune perversioni del sistema finanziario, ed invece non si è trattato che dell’ennesimo discorso di stampo complottistico.

Pensare che liberalizzando la messa tridentina (quella in latino) con la pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum, papa Benedetto XVI, preoccupato di riconciliare la Chiesa al suo interno, intendeva proprio andare incontro al variegato movimento dei cattolici tradizionalisti (che rifiutano la liturgia e l’ecumenismo del Concilio Vaticano II – Concilio, ricordiamolo, che ha anche formalmente sancito l’abbandono dell’antigiudaismo teologico).

Quell’ingrato di don Floriano, invece, in radio s’è messo ad esortare gli ascoltatori «a rifiutare i sacramenti e il catechismo della Chiesa romana» e «a disertare le stesse strane messe in latino da poco concesse», invitandoli a visitare il sito della Fraternità «onde trovare la cappella o la chiesa più vicina in cui viene praticata la fede cattolica di sempre». Ovviamente ai pii radioascoltatori non è stato detto che il fondatore della Fraternità San Pio X, Marcél Lefébvre, è incorso in scomunica nel 1988, né che secondo il diritto canonico di quella «Chiesa conciliare il cui sistema è marcio» -sono parole di Abrahamowicz- tale organizzazione tradizionalista vive in situazione di “scisma” e, i suoi aderenti, di “separazione”.

In passato, preoccupato invece della sua, di anima, tra una benedizione al “Parlamento del Nord” ed una messa officiata al cospetto di Umberto Bossi («non sono un fervente fedele, ma questi canti ti liberano e ti trasportano in una dimensione più spirituale») don Floriano non s’è lasciato sfuggire occasione per oltraggiare i partigiani («poveri ignoranti che combattevano per la perversa setta del comunismo»), per onorare, al contrario, i caduti di Salò («vittime innocenti perché i loro assassini non facevano parte di un esercito legittimo»), e per mostrare particolare indulgenza nei confronti di personaggi come Erich Priebke, che lui rifiuta di definire “boia”, poiché «la rappresaglia è un triste aspetto della guerra, e Priebke l’ha compiuta col cuore pesante».

«Ma come può Tettamanzi non rendersi conto che quello dell’Islam è un messaggio di violenza che non può convivere con l’amore del nostro Vangelo? », si lamentava un ascoltatore di “Radio Padania” con Floriano Abrahamowicz. Peccato che questi si sia limitato ad un generico richiamo a Sant’Ambrogio, «che aveva una sua polizia personale con la quale metteva ordine nella città», e non abbia mostrato il proprio amorevole modo di intendere il Vangelo, magari rispondendo così come rispose a Rimini, lo scorso ottobre, durante un convegno sull’“usurocrazia del signoraggio” (edizione riveduta ed aggiornata delle teorie sul complotto demo-pluto-massonico e, all’occorrenza, giudaico): «Con il sorriso sereno dobbiamo brandire la spada come quei cavalieri che, con Gesù Cristo nel cuore, combattevano il nemico senza odio, seppur con violenza».
postato da: majortom79 alle ore dicembre 09, 2008 14:30 | link | commenti (2)
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