mio fratello é figlio unico

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

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domenica, 30 novembre 2008

Solare e doppi vetri più cari. Stop agli incentivi per l'efficienza energetica

Il concetto di efficienza energetica si conferma decisamente ostico per il governo. Dopo la battaglia per impedire l'obiettivo del miglioramento del 20% entro il 2020 imposto dalla apposita direttiva dell'Unione Europea e dopo aver cancellato l'obbligo di certificazione energetica nella compravendita degli immobili, Palazzo Chigi ha dato un'altra picconata alle misure per ridurre la bolletta energetica nazionale. Questa volta la misura è contenuta nel recente piano anticrisi approvato dall'esecutivo e va a colpire la possibilità di ottenere vantaggi fiscali in caso di interventi di riqualificazione energetica.

La normativa introdotta un paio di anni fa dall'allora ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani prevede infatti l'opportunità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi il 55% delle spese sostenute, ad esempio, per installare un pannello solare o sostituire un impianto di climatizzazione o cambiare gli infissi alle finestre. Ma ora, con l'entrata in vigore del decreto anticrisi, accedere a questo incentivo sarà molto più difficile.

L'iter per avere accesso alle detrazioni Irpef e Ires diventa decisamente più complesso. Il decreto prevede che per le spese sostenute dopo il 31 dicembre 2007, i contribuenti debbano inviare all'Agenzia delle entrate, esclusivamente in via telematica, "un'apposita istanza per consentire il monitoraggio della spesa e la verifica del rispetto dei limiti di spesa complessivi".

Il provvedimento stabilisce ancora che l'Agenzia delle entrate esamini le domande secondo l'ordine cronologico di invio e comunica entro 30 giorni l'esito della verifica agli interessati. Decorsi i 30 giorni senza esplicita comunicazione di accoglimento "l'assenso si intende non fornito" e il cittadino non potrà usufruire della detrazione.

Per quanto riguarda invece le spese sostenute nel 2008, in caso di mancato invio della domanda o di diniego da parte dell'Agenzia, l'interessato potrà comunque usufruire di una detrazione dall'imposta lorda pari al 36% delle spese sostenute fino ad un massimo di 48.000 euro da ripartire in 10 rate annuali.

Un cambio di registro rispetto ai buoni risultati ottenuti sino ad oggi duramente criticato dall'opposizione e dalle associazioni ambientaliste. "Lo sconto fiscale del 55% sulle ristrutturazioni edilizie a fini ambientali - denuncia il ministro ombra dell'Economia Pierluigi Bersani - era una tipica norma di sostegno all'economia e all'ambiente secondo priorità universalmente riconosciute dal Protocollo di Kyoto in poi. Anche questo viene vanificato, addirittura con effetti retroattivi. Per stare al concreto, chi ha realizzato l'intervento sulla sua casa nel 2008 potrà rimetterci fino a 15mila euro".

"Lo sgravio fiscale del 55% introdotto dal governo Prodi - ricorda ancora il ministro ombra dell'Ambiente Ermete Realacci - è stato utilizzato da 230 mila famiglie e ha messo in moto un volano di affari superiore ai 3 miliardi di euro permettendo di ripagare lo sgravio fiscale previsto, attraverso l'emersione del sommerso e l'attivazione di una nuova economia".

Dura anche la presa di posizione di Legambiente. "Non si comprende - dice il responsabile energia Edoardo Zanchini - la ragione per la quale si è deciso di cambiare un provvedimento che ha avuto un grande successo e che permetteva alle famiglie di risparmiare sulle bollette elettriche e termiche grazie alla possibilità di installare impianti solari termici, caldaie a condensazione, interventi di efficienza energetica. A meno di voler proprio limitare il ricorso a questo tipo di incentivi".
postato da: majortom79 alle ore novembre 30, 2008 20:12 | link | commenti (3)
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sabato, 29 novembre 2008

Berlusconi ai ministri: «Non andate ospiti in tv da Maurizio Crozza»

crozzaUna voce "sfuggita" dal Consiglio dei ministri racconta che Berlusconi ha lanciato un nuovo editto contro i conduttori televisivi: non più dai microfoni durante le conferenze stampa (come quando dalla Bulgaria attaccò Biagi, Santoro e Luttazzi), ma niente meno che nelle sale di Palazzo Chigi.  Ora, infatti, in una sede decisamente ufficiale, "consiglia" riservatamente (ma non troppo)  ai suoi ministri di negarsi alle trasmissioni "scomode": ce l'ha con Maurizio Crozza e il suo "Crozza live" in onda la domenica sera su La7.

Secondo Berlusconi - a quanto riporta l'agenzia di stampa AdnKronos - i politici che vanno da Crozza hanno pochissimo tempo per rispondere, ma chi fa la trasmissione ha almeno una settimana per studiare delle domande che possono mettere in difficoltà...  Che è esattamente quello che dovrebbe fare un buon giornalista: prepararsi coscienziosamente. Qui, invece, si tratta addirittura di una trasmissione e di domande satiriche, che spesso non vogliono neppure risposta.

Durante il Consiglio dei ministri di venerdì, hanno infatti raccontato alcuni partecipanti alla riunione, Silvio Berlusconi avrebbe rilanciato il black-out televisivo, annunciato nei mesi scorsi.  

Crozza ha replicato a stretto giro di posta: ha ringraziato il premier «per aver pensato a me, nonostante tutti gli impegni che ha». E invitato Silvio Berlusconi alla puntata del suo programma del 7 dicembre, assicurando che gli darà una settimana di tempo per «pensare alle risposte».  «Ringrazio il presidente del Consiglio che nonostante tutte le cose importanti che ha da fare trova sempre un minuto per me, è davvero carino», premette Crozza. Che subito dopo aggiunge: «In ogni caso non voglio sfuggire al dibattito, riconosco che è vero: io preparo le domande con anticipo e un povero ministro deve rispondere al volo. Gli verremo incontro: domenica prossima, in diretta, farò qualche domanda a Berlusconi, e lui avrà una settimana per pensare alle risposte. Lo aspettiamo dunque in diretta la domenica successiva, 7 dicembre, ultima puntata di Crozza Italia Live. Venga, Presidente!».
postato da: majortom79 alle ore novembre 29, 2008 01:59 | link | commenti (6)
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venerdì, 28 novembre 2008

FACCI DI BRONZO

da voglioscendere.it

facciA Stoccolma Roberto Saviano parla al mondo intero con Salman Rushdie, pochi giorni dopo che il governo svedese ha onorato il Nobel Dario Fo con uno speciale annullo postale. In Italia, per le cosiddette autorità, Fo è un mezzo terrorista. E il comune di Milano nega l’Ambrogino a Saviano e Biagi. Inutile riportare le ragioni addotte dai carneadi che occupano i banchi del Pdl. Ragioni inesistenti, come i loro sostenitori. All’origine di quel vergognoso No c’è sicuramente l’allergia dei berluscones agli uomini liberi, che continuano a dar fastidio anche da morti. Ma c’è anche il sacro terrore dei mediocri per il talento, la sindrome di Salieri dei nani della politica per i giganti che han saputo conquistarsi l’amore del pubblico. Ieri il solito poveraccio, già noto per aver insultato Biagi da vivo e da morto, è riuscito a sputare pure sulla tomba di Montanelli. L’ha fatto sul Giornale da lui fondato nel 1974, nel tentativo disperato di assolvere il padrone per la sua iscrizione alla P2, sostenendo che Montanelli “scrisse con il piduista Roberto Gervaso una Storia d’Italia in 6 volumi”. Non è vero niente: Montanelli scrisse i libri con Gervaso dal 1965 al ‘70, mentre Gervaso si iscrisse alla P2 nella seconda metà degli anni 70. E quando saltò fuori il suo nome nelle liste di Gelli, si ruppero i rapporti fra i due. Poi, quando Gelli insinuò cose false sui loro rapporti, Montanelli lo querelò e lo fece condannare per diffamazione. Lo sputo sulla tomba di Montanelli merita solo disprezzo. Ma, come diceva il vecchio Indro citando Chateaubriand, “il disprezzo va usato con parsimonia, in un mondo così pieno di bisognosi”.

Montanelli parla di Gelli

A Montanelli interessa qualche investitore per il suo giornale. Con il collega Renzo Trionfera, massone, va a Roma all'hotel Excelsior a incontrare un tizio che, non si sa mai, forse potrebbe aiutarli, ma ben presto capisce che lo strano Gelli ha un'idea di giornali e giornalisti ("ci vuole un padrone della stampa") degna del "più grosso farabolano con cui abbiamo avuto a che fare", di "un matto", di "un piazzista", di "un fregnacciaro qualsiasi". Poco tempo dopo esce la lista della P2 e si dice che sia Gelli il famoso "grande vecchio". Montanelli non crede nemmeno a questo. E si capisce! Dal suo punto di vista, come avrebbe potuto, quello che lui aveva incontrato, e poi definito un grande fregnacciaro, essere anche "il grande vecchio"?
postato da: majortom79 alle ore novembre 28, 2008 14:53 | link | commenti (2)
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giovedì, 27 novembre 2008

L'ultima della Carlucci: via dal ministero chi critica Bondi

di Stefano Miliani

Da meno di dieci giorni circola on line, sul sito dell’associazione Bianchi Bandinelli, un appello contro il super direttore dei musei prefigurato dal ministro Bondi nella sua riforma dei Beni culturali. Al pomeriggio del 26 novembre le adesioni sono 3.400, quelle pubblicate sul sito (www.bianchibandinelli.it) sono circa 1.800 e hanno nomi autorevoli: tipo il presidente onorario del Louvre Laclotte, da dirigenti del Metropolitan e altre istituzioni straniere, Lavin, storico dell’arte docente a Princeton . In Italia hanno aderito tra i tanti Mina Gregori, l’archeologo Paolo Matthiae, uno studioso come Bruno Zanardi, Alessandra Mottola Molfino, Andrea Emiliani del Consiglio superiore dei Beni culturali, l’ex soprintendente del Comune di Roma La Rocca. E poi restauratori, docenti universitari, giovani, non giovani, una pioggia di firme.


Tanto successo scatena però le ire della parlamentare del Pdl Gabriella Carlucci. Che è componente della commissione cultura della Camera e, tramite agenzie di stampa, proclama: "Tutti i firmatari dell'appello contro la saggia decisione del Ministro Bondi di istituire un manager che valorizzi adeguatamente il patrimonio museale italiano, i quali in questo momento ricoprano incarichi pubblici, dovrebbero immediatamente dimettersi”.

E se questo non vi suona come un invito all’epurazione continuate a leggere qui. “Un appello delirante che dimostra la miope e antiquata visione che certi personaggi hanno e continuano ad avere della gestione del patrimonio culturale italiano. Continuare a non capire che un manager di assoluto livello come il dottor Resca sia la persona più adatta a trasmettere nel mondo dei Beni Culturali gli ottimi risultati ottenuti nelle aziende. Siamo di fronte ad un documento inaccettabile, che testimonia come alcuni dipendenti del Ministero dei beni culturali, non condividano in alcun modo la linea di rilancio disegnata dal Ministro Bondi. A questo punto l'incompatibilità funzionale palesata suggerirebbe di rassegnare immediate e responsabili dimissioni".

In altre parole, voi come la vedete: o si condivide l’operato politico o si deve sloggiare? La libertà di opinione non è ammessa? Uno storico dell’arte a servizio nel ministero non è un libero cittadino? Non sulla sua materia? D’altro canto è già diffuso il timore a parlare ed esporsi, nel dicastero. Per ragioni politiche, mica tecniche.

Il ministro Bondi ieri sera alla tv Red ha dichiarato che la sua scelta, quella del manager venuto da MacDonald’s e da società finanziarie, Resca, resta valida. Così però svicola. Nessuno contesta le capacità amministrative del manager. Viene contestato, a Bondi, che una figura così guidi il patrimonio artistico. Che un super-direttore e super-manager di musei e siti archeologici abbia tanti, troppi, poteri e per una visione economistica dell’arte. Questo lo ha contestato a più riprese il preside della Normale e Archeologo Salvatore Settis. Ne ha scritto il direttore dei Musei vaticani, ex ministro ed ex soprintedente Antonio Paolucci, storico dell’arte di fama internazionale, su Avvenire di mercoledì 26, sul quotidiano della Conferenza episcopale quindi. Per l’onorevole Carlucci dunque anche Paolucci “delira?”.
postato da: majortom79 alle ore novembre 27, 2008 10:25 | link | commenti
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mercoledì, 26 novembre 2008

MIlano città svenduta al cemento. Ecco tutti i predoni dell'Expo 2015

inchiesta da Repubblica.it

L'"aringa rossa", antica astuzia venatoria, sta per fare della Milano da bere dell'epoca craxian-ligrestiana la Milano da mangiare della nuova era ligrestian-morattiana, trasformando l'Expo del 2015, dedicato all'alimentazione, in una colossale operazione immobiliare. I distinti cacciatori britannici usavano le "red harrings" per distrarre i cani da caccia degli avversari, gettando in luoghi strategici della riserva aringhe affumicate. I cacciatori milanesi di cubature immobiliari, che si definiscono "developers", stanno spargendo su 8 milioni di metri quadri di aree dismesse dall'industria manifatturiera che non c'è più, una selva di grattacieli firmati da architetti di fama mondiale, i cosiddetti "archistar".

Quei grattacieli, secondo l'immagine di Renzo Piano, sono per l'appunto le "aringhe rosse" che servono a distrarre l'attenzione da quel che germoglia intorno: quartieri selvaggi, simili a quelli che hanno assediato la Roma dei palazzinari. O "caricature di città" nella città, come dice l'architetto Mario Botta.

Dalla Bovisa all'ex Ansaldo, da Porta Vittoria a Porta Nuova - Garibaldi-Repubblica, dal Portello a Montecity-Santa Giulia, sono venticinque i grandi progetti, lottizzati tra i gruppi immobiliari con le immutabili regole del manuale Cencelli - tot a me, tot a te - che stanno cambiando lo skyline meneghino insieme a quelli del potere e delle ricchezze immobiliari d'Italia. Quanti sono i grattacieli che svetteranno a far ombra alla Madonnina? C'è quello nuovo della Regione a Garibaldi, monumento alla grandezza del governatore Roberto Formigoni, poi un'infinità di grattacielini "alla lombarda", una trentina di piani o poco più, tipo l'attuale Pirellone, definiti non proprio grattacieli, secondo la contabilità americana o asiatica, ma "case-torre".




È nell'area della vecchia Fiera la nuova fiera dell'"aringa rossa". Si chiama CityLife, un affare da due miliardi, che prima ancora di partire è costato 523 milioni di euro, il prezzo pagato alla Fondazione Fiera per i 23 ettari (che diventano 36 con le aree limitrofe) acquistati dalla cordata immobiliar-assicurativa vincente.


Domenica 11 maggio 2008. È quel giorno che una nuvola di polvere oscura i palazzi novecenteschi che si affacciano nella zona dell'ex Fiera, tra viale Boezio, Piazza VI Febbraio, via Gattamelata, Largo Domodossola, piazza Giulio Cesare, via Eginardo. Un'imprecisata carica di esplosivo ha sbriciolato in pochi secondi il Padigione 20, 230 mila metri cubi di calcestruzzo, per far luogo al mitico Central Park meneghino, che certificherà il Nuovo Rinascimento di Milano. È lì che sorgeranno non uno, ma tre grattacieli. Il più alto, di 209 metri firmato dal giapponese Arata Isozaki, il secondo di 170 metri dall'irachena Zaha Hadid e il terzo di 140 metri, quello a forma di banana che ha ferito il buongusto persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, progettato dall'americano Daniel Libenskind.

"Milano è piena di gente che ha il membro storto - ridacchia Umberto Eco - ce ne sarà uno in più e prenderà il Viagra". Intorno 140 mila metri quadri di edilizia residenziale e 100 mila di uffici, il tutto in cinque mega-blocchi di altezza variabile tra i cinque e i venti piani, protetti da un sistema di "torri di guardia del quartiere". E il Central Park? Spezzettato lì in mezzo, tra i blocchi svettanti verso il cielo.

Per non inorridire, non dovete affacciarvi oggi a una delle porte della ex Fiera, da cui non vedreste che un deprimente paesaggio lunare, o soffermarvi nel cratere vuoto di Porta Nuova, dove scaricano travi da 30 metri che dovranno sorreggere un tunnel stradale. Dovreste invece passeggiare intorno ai plastici esposti in uno show-room che i padroni di CityLife, cioè Ligresti, i Fratelli Toti della Lamaro, gli stessi immobiliaristi che spadroneggiano a Roma, insieme a Generali e Allianz hanno voluto a piazza Cordusio, cuore della Milano bancaria. O, ancora meglio, farvi mostrare il rendering, cioè le simulazioni al computer, come consigliano Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa nel loro libro "Milano da morire", dove con ironia raccontano visioni paradisiache di grattacieli scintillanti in un cielo di purissimo azzurro. Come a Milano si vede non più di dieci giorni l'anno.

Ligresti chi? Sì, proprio quel Salvatore Ligresti della Milano da bere craxiana. Si dice che a volte ritornano, ma nonostante le condanne di Tangentopoli, la prigione, l'affidamento ai servizi sociali, don Salvatore, come lo chiamano, non se ne è mai andato. Oggi controlla buona parte dei sei principali progetti immobiliari milanesi, che valgono 7 miliardi di euro: non solo CityLife, ma anche Porta Nuova-Garibaldi. E non c'è a Milano chi non corra a baciare la pantofola del finanziere pregiudicato, originario di Paternò, provincia di Catania.

È cambiato soltanto l'azionista di riferimento politico (ma chi è azionista di chi?) in quell'intreccio di mediazioni opache tra mattoni e finanza, tra affari e politica, che l'ex capitale morale non ha mai dismesso e che ha rilanciato entusiasticamente con il miraggio dell'Expo. Prima era Craxi, che si narra sia stato accompagnato proprio dall'uomo di Paternò in visita al conterraneo Enrico Cuccia, allora dominus del capitalismo italiano. Oggi è quella Milano della politica senza qualità, sospesa tra postfascismo, berlusconismo, leghismo e integralismo affaristico ciellino.

Di Craxi resta Massimo Pini che, passato ad An, ricopre ruoli importanti nella galassia assicurativo-cementizia di Ligresti. Ma la costante è la famiglia La Russa di Paternò, il cui capostipite Antonino, antica autorità missina di Milano, seguì amorevolmente quasi cinquant'anni fa i primi passi del compaesano che fu scelto per sostituire a Milano gli ormai inaffidabili fiduciari Michelangelo Virgillito e Raffaele Ursini.

Ignazio La Russa presidia il ligrestismo al governo, il fratello Vincenzo e il figlio Geronimo siedono nel Consiglio della ligrestiana Premafin. Berlusconi, che quando faceva il palazzinaro non amava il concorrente nel cemento e nel cuore di Craxi, ora rischia d'imparentarsi con lui, dal momento che uno dei figli giovani è fidanzato con una nipotina Ligresti.

Le solite facce, i soliti nomi. A Milanofiori e ad Assago c'è Matteo Cabassi, quinto figlio di Giuseppe, "el sabiunatt" degli anni Settanta. È titolare di una parte dei terreni a destinazione agricola su cui sorgeranno le opere dell'Expo. Cedendoli al Comune si troverà 150 mila metri quadrati edificabili. A Porta Vittoria si sono fermati i lavori dopo l'arresto di Danilo Coppola. A Santa Giulia, sud-est di Milano, area Montedison, e a Sesto San Giovanni nell'area Falck, sta affondando un altro furbetto. È Luigi Zunino, esposto con le banche, soprattutto Intesa-San Paolo, per 2 miliardi.

Con questi chiari di luna, riuscirà l'immobiliarista piemontese a fronteggiare il debito vendendo i palazzoni residenziali di Rogoredo che fanno da sfondo alla nuova sede argentea di Sky-Tv? Forse quelli di edilizia convenzionata a 2-3 mila euro al metro quadrato. Ma quelli di lusso progettati da Norman Foster, a 7-10 mila? Chissà se arriveranno fondi del Dubai a riprenderlo per i capelli.

Ligresti, Cabassi, i furbetti, Pirelli RE, i texani di Hines, Luigi Colombo, Manfredi Catella. Vecchio e nuovo - dice l'urbanista Matteo Bolocan Goldstein - "convivono nella modernizzazione equivoca di Milano, in una dimensione opaca, con una poliarchia solipsistica che non fa sistema". Chi più chi meno, tutti lavorano con la cosidetta "leva finanziaria", che in pratica vuol dire i soldi delle banche. Sui 7 miliardi finora investiti sulla carta, sei, circa l'85 per cento sono di Intesa-San Paolo, Unicredit, Popolare di Milano, Monte dei Paschi, Antonveneta e Mediobanca, mentre la Banca d'Italia giudica corretta una quota del debito non superiore al 70 per cento rispetto al totale e un'equity del 30 per cento, cioè di investimento di tasca propria.

Sarà rispettato adesso, in piena crisi finanziaria globale, il "lodo Draghi" e, se sì, cosa capiterà dei mille e mille progetti cementizi già avviati o che stanno per partire? Chissà se la salvezza, o il disastro, verrà dal progetto dell'assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, definito dal suo ex collega Vittorio Sgarbi "coerente e leale vandalo integralista", che vuole una Milano con 700 mila abitanti in più, portandola da un milione e 300 mila a 2 milioni tondi.

Come? Con più volumetrie ai palazzinari privati, aumentando gli indici di edificabilità di un terzo, da 0,65 a 1, o - precisa - "anche di più", con vincoli e regole ridotti al minimo. Una Milano da 2 milioni? "Una favola campata in aria", per Gae Aulenti. Vi immaginate le centinaia di migliaia di persone che dal 1974 hanno lasciato le cerchie cittadine per rifugiarsi nell'hinterland, che tornano come in un controesodo biblico perché Masseroli fa l'housing sociale a 2 o 3 mila euro al metro? In Consiglio comunale si battaglia sul progetto Masseroli tra carrettate di emendamenti.

Se mai, bisognerebbe occuparsi del destino delle decine di migliaia di metri cubi di uffici sfitti e dei nuovi che stanno per arrivare sul mercato invece che del cemento fresco, avverte l'architetto Stefano Boeri. E non dimenticare che Milano è una "città costretta", come la definisce Bolocan, che, con Renzo Piano, retrodata agli anni Sessanta e Settanta l'era milanese più fervida di sviluppo. "Due milioni di abitanti?" si chiede perplesso anche Carlo Tognoli, che dal 1976 fu sindaco per un decennio: "Nel dopoguerra ci fu il piacere della crescita, poi ci si accorse che la crescita non poteva essere esagerata".

La Milano metropoli da due milioni, piccola Londra o New York ma senz'anima, sembra replicare l'apologo della ricottina, quello della pastorella che camminando verso il mercato aumenta via via il valore teorico della forma da vendere che trasporta in bilico sulla testa. Finché la ricottina cade e si spiaccica per terra. Ciò che rischia di accadere per l'Expo. "Sarà sicuramente un fallimento", sentenzia Sgarbi, accusando "Suor Letizia", che lo ha licenziato da assessore mettendo al suo posto a gestire la cultura un culturista, nel senso di body builder, di essere un sindaco inadeguato, che annaspa tra le contraddizioni.

Per di più assistita da Paolo Glisenti, che egli giudica "l'elaborazione intellettuale del nulla" e che il titolare del salvadanaio Giulio Tremonti, che lo ha in uggia, farà di tutto per non favorire: "Dimenticatevi che lascerò tutto in mano alla Moratti", ha avvertito il ministro. Durante la campagna-acquisti di voti per l'Expo dei paesi minori, costata dieci milioni, sono stati regalati scuolabus nei Caraibi, borse di studio nello Yemen, in Belize e altrove, il progetto di una metrotranvia in Costa d'Avorio, una centrale del latte in Nigeria, bus dismessi a Cuba e quant'altro.

Ma adesso viene il difficile. Tolti i 4,1 miliardi necessari per realizzare il sito fieristico, mancano quasi tre miliardi per le opere infrastrutturali essenziali (metropolitane, ferrovie, stazioni, raccordi, strade) e 6 miliardi per le infrastrutture "minori". Il sogno della Milano da mangiare, che rischia di infrangersi come la ricottina della pastorella, oltre a 65 mila nuovi posti di lavoro dal 2010 al 2015, vagheggia 29 milioni di visitatori, 160 mila al giorno per sei mesi, che porteranno un indotto di 44 miliardi di euro. Ma perché quasi trenta milioni di persone dovrebbero venire a Milano nell'estate 2015? Per vedere il grattacielo-banana? Per una mostra sull'alimentazione? Saragozza è stata un flop.

Pazienza. A Milano, comunque vada, nel terzo lustro del nuovo secolo potremo lasciare l'auto nel parcheggio di cinque piani scavato sotto la Basilica di Sant'Ambrogio, nel parco medievale più importante della civiltà lombarda. Un insulto cui la borghesia intellettuale di Milano non vuole rassegnarsi. E tra le aringhe rosse avremo la città dei developers, "una città che si prostituisce al miglior offerente". Parola dell'architetto inglese David Chipperfield.


postato da: majortom79 alle ore novembre 26, 2008 10:59 | link | commenti
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martedì, 25 novembre 2008

Spot elettorale offre lavoro. Abruzzo, bufera sul candidato Pdl

Il Popolo della Libertà, prima ancora di vincere le elezioni, offre opportunità di lavoro in Abruzzo. Con uno spot elettorale che finisce sul sito del candidato e su YouTube. Per poi pentirsi dopo un paio d'ore e ritirare in gran fretta il tutto. "E' stato solo un errore materiale", dicono dallo staff del candidato del Pdl Gianni Chiodi. Un "errore" nel quale si diceva che tutti i giovani che si sarebbero presentati con un curriculum presso i comitati, o i gazebo, sarebbero stati chiamati, entro due mesi, per colloquio, "selezione" e "avviamento all'imprenditorialità". Ma il colloquio per entrare in questo "generatore di sviluppo economico" avverrà solo a fine gennaio. Dunque dopo le elezioni regionali. Dopo che Gianni Chiodi, candidato presidente alla Regione, voluto da Silvio Berlusconi, sarà stato - eventualmente - eletto.

Proprio Chiodi ha pubblicizzato, in prima persona, questo tipo di messaggio elettorale, registrando lo spot "incriminato". Messaggio che è stato inviato (e frettolosamente bloccato) al circuito delle tv locali. Ma che nel frattempo era stato messo su YouTube e sul sito dell candidato presidente. Dove è rimasto per alcune ore.

"Abbiamo sbagliato dvd - dicono dall'ufficio stampa -, quello spot era già stato giudicato non opportuno e a rischio di strumentalizzazioni".

Ma l'iniziativa ha prodotto anche una lettera aperta ai giovani, dai contenuti analoghi: "Correte alle Bancarelle per Chiodi Presidente, rispondete ai 'questionari di auto-selezione', prenotate gli incontri di orientamento e formazione che partiranno dal gennaio 2009... Stringiamoci la mano e scambiamoci energia".






Ma la campagna pubblicitaria in questione è durata pochissimo, perché è stata travolta dalle polemiche e con un'accusa precisa: tentativo di voto di scambio, dice Francesco Storace, il primo a saltare sulal sedia: "Lo spot del Pdl è una vergogna, un fatto gravissimo in una regione già travolta dagli scandali. Adesso presenteremo subito una denuncia alla Procura della Repubblica dell'Aquila, perché qui siamo di fronte ad un reato penale. Un bieco tentativo di strumentalizzare i giovani, di far leva sulle loro insicurezze. Il lavoro è un diritto non un favore in cambio del voto. Una roba così, non l'avrebbe fatta nemmeno Achille Lauro...".

Rabbia e indignazione invece da parte di Rifondazione Comunista. "In Abruzzo sembra che non si possa proprio prescindere dal clientelismo, ora addirittura finisce in uno spot - commenta il segretario regionale Marco Gelmini - abbiamo chiesto a Chiodi di rimuovere quel video e lo ha fatto. Resta l'amarezza di come ancora si intenda la politica in questa regione".
postato da: majortom79 alle ore novembre 25, 2008 09:59 | link | commenti (1)
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lunedì, 24 novembre 2008

Aggredita troupe TG1. Indagava sui pestaggi razzisti a Roma

Una troupe del Tg1 è stata minacciata questa mattina da alcune persone durante la realizzazione di un servizio televisivo nel quartiere del Trullo, a Roma, dove nei giorni scorsi è stata sgominata una gang di giovanissimi arrestati per rapina, lesioni, minaccia in concorso e con l'aggravante di avere commesso il fatto per finalità di discriminazione e odio razziale. Durante le riprese, dopo aver realizzato alcune interviste, il cameraman e la giornalista del Tg1 sono stati bloccati da alcune persone che hanno loro impedito, fisicamente e poi minacciandoli verbalmente, di realizzare il servizio.

Come ha mostrato il servizio proposto oggi nell'edizione delle 13:30, la troupe del Tg1 è stata aggredita da due persone, sopraggiunte su un'auto: prima da un ragazzo incappucciato, con una sciarpa a coprire il volto, che ha spintonato la giornalista, l'operatore e il tecnico specializzato; poi da una donna, che ha insultato e minacciato più volte di morte in particolare la giornalista. La troupe del Tg1 è riusciti alla fine ad allontanarsi, scortati dai carabinieri.

«L'aggressione violenta subita dalla troupe del Tg1 - afferma il comitato di redazione della testata - è la conferma del pesante clima di intimidazione che colpisce chi cerca di fare informazione al servizio dei cittadini. Chiunque abbia a cuore la libertà di stampa non può più tollerare che  avvengano simili episodi». Anche la direzione del Tg1 condanna  “duramente” l'episodio.

«Esprimiamo solidarietà alla giornalista e alla troupe del Tg1 che hanno subito questa mattina una gravissima aggressione nel quartiere del Trullo mentre effettuavano un'inchiesta – afferma in una nota il portavoce di Articolo21, Giuseppe Giulietti - L'intento della giornalista era quello di chiedere conto agli abitanti del quartiere dei pestaggi e delle sopraffazioni avvenute nei giorni precedenti ai danni di immigrati. L'aggressione alla troupe così come quelle nei confronti di cittadini extracomunitari, rom, o gli assalti squadristici ad alcune redazioni sono un segno evidente del clima di intolleranza che in questi mesi si respira nel nostro Paese».

«Auspichiamo che le altre tv pubbliche e private i e giornali – ha aggiunto Giulietti - documentino approfonditamente quello che sta succedendo in quel quartiere di Roma e in altre realtà dove sono avvenuti episodi di violenza e di discriminazione razziale. Solo se tutti accendono i riflettori su questi episodi sarà possibile isolare i fenomeni di intolleranza».
postato da: majortom79 alle ore novembre 24, 2008 10:36 | link | commenti
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venerdì, 21 novembre 2008

LA DEMOCRAZIA DELLE PAROLE: Incontro col giudice Vittorio Borraccetti

0JTJYZNA--140x180Si svolgerà il 22 novembre 2008 alle ore 18.00 nella Sala Rossa del Castello di Barletta il terzo incontro de “La democrazia delle parole”, ciclo organizzato da Magistratura Democratica in collaborazione con il Comune di Barletta.

Protagonista sarà il dott. Vittorio Borraccetti, Procuratore capo presso il tribunale di Venezia, il quale terrà un intervento su Terrorismo nero: trame, stragi, radicalismo armato di destra. Ecco dunque che l’iniziativa apre la sua seconda parte con la storia, raccontata da uno dei suoi protagonisti, come spesso avviene quando si parla di avvenimenti vicini e ancora vivi nel sentito della società italiana.

Borraccetti è entrato in magistratura alla fine del 1967. Dal settembre 1979 al gennaio 1993 ha svolto funzioni di sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Padova dove si è occupato di procedimenti per reati di terrorismo ed eversione. In particolare ha curato le indagini nei confronti di “Autonomia Operaia organizzata” e di altri gruppi collocati nell’area del terrorismo di sinistra. Ha svolto indagini su Valerio Fioravanti e su gruppi del terrorismo di destra e, nel 1982, ha curato le indagini relative al procedimento riguardante le violenze subite da appartenenti alle Brigate Rosse, autori del sequestro del Generale Dozier, nei giorni seguenti il loro arresto. Dal 25 gennaio 1993 ha prestato servizio presso la Direzione Nazionale Antimafia come sostituto Procuratore e dal 1999 come Procuratore Nazionale Aggiunto. In tale funzione ha curato, tra l’altro, il collegamento investigativo con le Direzioni Distrettuali Antimafia di Venezia, Trento e Trieste. Ha così seguito le indagini sviluppate a seguito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Felice Maniero che hanno portato all’individuazione e all’arresto di innumerevoli appartenenti all’associazione per delinquere di tipo mafioso, meglio conosciuta come la “mafia del Brenta”. Dal 3 giugno 2002 è a capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Venezia, ufficio che ha competenza sull’intero territorio regionale in materia di criminalità organizzata e di terrorismo. É sempre stato attivo nell’Associazione Nazionale Magistrati, del cui comitato direttivo centrale è stato componente fino al 2007. Ha fatto parte, sin dalla sua costituzione, del gruppo di Magistratura Democratica, di cui è stato segretario nazionale da marzo 1996 a dicembre 2000. Collabora alla rivista “Questione Giustizia” e ha curato la pubblicazione del volume “Eversione di destra terrorismo e stragi” (Franco Angeli 1985).

La serata sarà coordinata dal Giudice del Tribunale di Trani, dott. Francesco Messina, alla presenza del Sindaco di Barletta, ing. Nicola Maffei.

Il dott. Borraccetti sarà a disposizione dei giornalisti di carta stampata e televisione per una chiacchierata informale dalle ore 17.30 nei locali dell’Emeroteca della Biblioteca Comunale nel Castello di Barletta.
postato da: majortom79 alle ore novembre 21, 2008 13:37 | link | commenti
categorie: francesco messina, borraccetti, la democrazia delle parole
giovedì, 20 novembre 2008

Easy London: Cosa c'è dietro a Forza Nuova?

Easy London, l'impero finanziario di Fiore da indymedia.org


Da quasi quattro decenni la GB e in particolare Londra sono diventate un posto sicuro in Europa per ex terroristi neri e neo fascisti da ogni parte del mondo, dove possono trovare indisturbati rifugio dopo aver commesso le peggiori infamità.

Molti sono gli esempi, dal dopo guerra a oggi, cui si potrebbe far riferimento: dalla lunga latitanza in terra inglese di James Earl Ray, l'assassino di Martin Luter King, all'accoglienza che l'estrema destra locale offri per un bel periodo a George Parisey, terrorista algerino, arrestato poi (grazie al lavoro degli antifascisti) in compagnia di un comandante dell'OSWALD MOSLEY¹S UNION MOVEMENT, vecchio gruppo ultra conservatore britannico.


I legami tra la destra internazionale e la GB sono, come ribadito, molto saldi; ma la connessione con l'Italia è sicuramente la più forte, sono italiani infatti i referenti dell'organizzazione meglio conosciuta come INTERNATIONAL THIRD POSITION e sempre gli stessi italiani sono riusciti a costruire, con l¹appoggio di vari strutture locali, un enorme apparato finanziario capace di sostenere economicamente (in maniera più o meno nascosta) molte organizzazioni neo-fasciste in Europa ma, come ovvio, concentrando i maggiori sforzi e le maggiori sovvenzioni qui in Italia dove il referente politico-militante si chiama FORZA NUOVA.

Se a qualcuno non fosse ancora chiaro i nostri manager in camicia nera rispondono ai nomi di Roberto Fiore e Massimo Morsello (ora deceduto ndr) - il primo è anche segretario di F.N.


Cerchiamo ora di ricostruire la storia che ha portato due fascisti dalla semplice latitanza alla costituzione di quel macro-apparato finanziario che trova la sua direzione nella società MEETING POINT.

Nel 1980 Fiore e Morsello insieme ad altri 15 fascisti fuggono a Londra subito dopo la strage alla stazione di Bologna ; da allora sfruttando i già saldi agganci con Nick Griffin (leader del BRITISH NATIONAL PARTY oltre che coofondatore, con F. e M. di I.T.P.) e costruendo nuove alleanze, i due riescono, nel 1986 a inaugurare M.P.


M.P. è una finanziaria che ha come maggior patrimonio una vastissima e molto mobile proprietà immobiliare (1300 appartamenti) abitati esclusivamente da giovani che, per svariati motivi decidono di andare in Inghilterra a lavorare, studiare o più semplicemente per imparare la lingua. La struttura che in Europa si occupa di reclutare i giovani che dovranno poi lavorare tramite società di collocamento direttamente collegate a M.P. si chiama EASY LONDON (15 sedi in Italia), E.L. propone a coloro che, ignari, vi si rivolgono chiedendo possibilità di lavorare e mantenersi a Londra un pacchetto pronto che offre viaggio, lavoro e alloggio ad un prezzo "interessante". Non viene detto però ai malaugurati che alloro arrivo in G.B. il lavoro che li aspetta è nelle cucine del West End dove parte delle già magre paghe andrà ad ingrassare le casse di F. e soci, non viene nemmeno detto che le confortevoli camere illustrate nei depliants non esistono e al loro posto ci sono micro-alloggi super affollati, letti nei corridoi e bagni in comune per 15 persone, il tutto gestito (in clima militaresco) da decine di nazi skin non solo italiani, è infatti del quotidiano "Mail" del 20/9/99 la notizia che Fiore avrebbe fatto arrivare dalla Polonia un "esercito" di boneheads per meglio gestire i quasi seimila giovani europei che annualmente entrano in contatto con la società. Molti sono i racconti (alcuni di esperienze dirette) che parlano di pestaggi notturni ad affittuari in ritardo o semplicemente non in linea con la gestione.


Ma le grosse rendite per la M.P. non si esauriscono nella percentuale sottratta agli stipendi e dalla riscossione degli affitti molto alti, nonostante il mercato immobiliare londinese sia già caro di per sé; infatti tra le molteplici attività della holding troviamo una catena di ristoranti, negozi alimentari di prodotti italiani, una casa discografica e alcune scuole di lingua, come quella di Westminster Bridge Road dove secondo la magistratura italiana si tengono periodicamente congressi di organizzazioni fasciste di tutta Europa e il cui contratto d'affitto era intestato direttamente a nome di Morsello.

Tutto questo, dal reclutamento di nazi all'enorme impero finanziario potrebbe per certi versi sembrare fantascienza, ma non lo è. Se teniamo soprattutto conto che dei maggiori sostenitori della coppia non abbiamo ancora parlato ed è giunto il momento di farlo. Si tratta di due organizzazioni ultra cattoliche (come potevano mancare) che fin dagli inizi della latitanza hanno offerto a F. e M. protezione ma soprattutto danaro, si chiamano St.George's Educational Trust e St.Michael's the Arcangel Trust.

Della prima Fiore è l'amministratore ed è direttamente collegata alla St.George League, un piccolo quanto ricchissimo gruppo nazista in contatto con personaggi e i fondi delle ex SS; la seconda, al pari della prima in quanto a ricchezza prende il nome dall'Arcangelo Michele santo patrono dei miliziani della guardia di ferro del leader fascista rumeno Corneliu Codreanu. Le due organizzazioni sono proprietarie di una fitta rete di charity shop (letteralmente "negozi della carità"), la cui funzione principale è quella di fornire la migliore copertura possibile a I.T.P. contribuendo comunque, in maniera determinante, a riempirne le casse.


Lo scopo ufficiale delle charity (la cui fitta rete conta 8 negozi solo a Londra) è quello di promuovere la diffusione della religione cattolica in un paese a maggioranza protestante, anche se il Vaticano ha sempre negato il proprio appoggio a questo tipo di forme caritatevoli; nonostante ciò migliaia di cattolici inglesi, per lo più ignari riguardo la reale attività, continuano a frequentare le charity dove tra immagini di madonne, abiti usati e dischi possono trovare testi revisionisti e varie pubblicazioni fasciste. Se la presenza di tali libri non fosse abbastanza esplicita riguardo l'ispirazione politica, da cui traggono origine queste organizzazioni, basta spingersi a visitare i rispettivi siti internet dove è possibile acquistare poster di Hitler e Mussolini, libri di propaganda nazista, pubblicazioni antisemite e sulla superiorità della razza bianca.


Non c'è da stupirsi quindi se proprio la St.Michael's trust ha deciso di "donare" 21 milioni di lire per la costruzione della chiesa che dovrà sorgere nel nuovo villaggio fascista nel nord della SpagnA e se la somma restante è stata staccata da un assegno della Barclays Bank intestato a M.P., il cui patrimonio economico, va ricordato, ammonta a più di 30 miliardi di lire.



Come ogni società che si rispetti anche M.P. necessita di reinvestire i propri utili e parte di questi F. ha deciso di impegnarli nella ricostruzione di un villaggio a circa 80 Km da Valencia "Los Pedriches" ; nel ¹96 con la spesa iniziale di circa 40 milioni M.P. acquista i primi quattro fabbricati all'interno del villaggio. Da allora gruppi di fascisti di mezz'Europa hanno contribuito alla costruzione di alcune abitazioni, una cappella e un ostello per famiglie. In risposta alla valanga di critiche piovutagli addosso nell'ultimo periodo (da quando la frequentazione di nazi è nettamente aumentata) F. ha controbattuto che il loro è un semplice progetto turistico che gode, oltretutto, dell'avallo del ministero del turismo spagnolo che avrebbe anche offerto il proprio aiuto economico al loro progetto di rilancio della vite in quel territorio.


Ovviamente le finalità di questa impresa sono ben altre e ben più chiare, l'obiettivo è quello di creare un villaggio rifugio dove ospitare fascisti in fuga da tutto il mondo, organizzare convegni e colonie estive; d¹altronde il villaggio viene reclamizzato proprio come il posto dove sperimentare l'esperienza di un "ordine nuovo" e dove verrà insegnato ai giovani europei a smetterla di "parlare, muoversi, agire come dei negri", e queste esternazioni di invito a nuove esperienze e di pubblicizzazione del villaggio da dove potevano arrivare se non dai siti ufficiali delle già citate St.George e St.Michael Trust.

Quello che è stato trattato in queste pagine non è altro che una panoramica, leggermente approfondita, dell'impero finanziario che M.P. e più in generale I.T.P. è riuscita a costruirsi attorno con l'aiuto di una fitta quanto complicata rete di contatti e collaborazioni tra le peggiori strutture di destra radicale e ortodossia cattolica presenti in Europa; ricordiamoci che F.N. è il braccio militante di questa struttura attivo in Italia e che non ci si trova di fronte a fenomeni già conosciuti riconducibili gruppi di boneheads tenuti insieme da una sigla, ma che oltre a questi personaggi non sono pochi coloro che, all'interno dell¹organizzazione, praticano sia politica che azione da un po' di tempo e che a molti, tra i potenti amici di Fiore, non dispiacerebbe rivedere il ritorno dello spontaneismo armato tanto amato da R.F..
postato da: majortom79 alle ore novembre 20, 2008 10:43 | link | commenti
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mercoledì, 19 novembre 2008

TOLLERANZA ZERO, ma non per tutti. Nel ddl Alfano quasi un'amnistia per condanne fino a 4 anni

da Repubblica.it

Il Guardasigilli Alfano critica da sempre l'indulto, ma mette mano a un ddl sulla certezza della pena con una mezza amnistia per i reati fino a quattro anni. Rispolvera l'istituto pensato dal predecessore Mastella, la "messa in prova", ma raddoppia la massima pena prevista. Chi rischia un processo, prima che cominci (fino al rinvio a giudizio), può chiedere al giudice "d'essere messo alla prova" in cambio di un lavoro socialmente utile. Che alla fine cancellerà tutto, il processo e pure il reato. Peggio dell'indulto dunque, che almeno lascia traccia del delitto sulla fedina penale.

Di Pietro, che litigò con Mastella in piena riunione dei ministri (e così gli anni retrocessero da tre a due), denuncia il nuovo "colpo di spugna", una norma che "salva tutti gli incensurati". Il ddl, previsto già oggi a palazzo Chigi, incappa però nelle ire del titolare del Viminale Maroni che pone un secco altolà. Lo ha detto chiaro, a Berlusconi e Ghedini, nella cena di lunedì sera ad Arcore. Al delfino di Bossi non basta il contentino che Alfano, in un empito di federalismo, dà agli enti locali, comuni in testa, nella gestione dei lavori sostitutivi al carcere. Maroni riflette sulla lunghissima lista di reati, dalla corruzione semplice (punita fino a tre anni), ai falsi in bilancio, che rischiano d'essere lavati via senza un giorno di cella, o solo con la potatura d'un albero. E pure quelli sull'immigrazione.

Per Maroni poi le drastiche misure del ddl sicurezza si sposano male con la manica larga della messa in prova. Una contraddizione che il popolo leghista non capirebbe. L'Anm, con il presidente Luca Palamara, è cauta: "Siamo favorevoli alle misure alternative al carcere, noi stessi ne avevamo parlato con Alfano, ma con un paletto ben fermo, al massimo reati fino a tre anni".

Provvedimento bifronte, quello del Guardasigilli. Venduto, pure nella relazione che accompagna gli otto articoli, come un testo che garantisce "una volta per tutti" la certezza della pena e lega la sospensione condizionale all'obbligo dei lavori utili, ma che al contempo apre alla messa in prova. Un cavallo di troia, fuori la mano dura contro i benefici, dentro il permissivismo per chi delinque fino a quattro anni. Quando Mastella portò in consiglio la soglia dei tre anni Di Pietro parlò di "colpo di spugna su reati edilizi, ambientali, fiscali, gli incidenti sul lavoro". Si calò tra tre a due anni, ora si raddoppia.

Processi evitati per reati odiosi come frodi in commercio, manovre speculative, ma pure per un attentato ad impianti di pubblica utilità, per furti non aggravati, danneggiamenti, usura impropria, appropriazione indebita, omissione di soccorso, per finire alle violenze private. E dire che, nella relazione, si citano "reati di criminalità medio-piccola" per cui "l'esito della messa in prova estingue il reato". Cos'è, se non un'amnistia? A leggere il dibattito post indulto, il centrodestra l'avrebbe chiamata così.

Con un mano Alfano allarga, con l'altra inasprisce. Ecco la riforma della sospensione condizionale della pena che, oggi, non fa andare in carcere chi è alla prima grana giudiziaria. Il ddl prevede che, per fruirne, "il condannato assicuri un parziale ristoro alla collettività". Riecco il lavoro socialmente utile. Che diventerà obbligatorio anche per ottenere affidamento in prova e libertà controllata.

Messa in soffitta la strada del "piano carceri" con braccialetti elettronici ed espulsioni, Alfano sfoga l'incubo delle carceri piene (a marzo 2009 oltre 62mila detenuti come prima dell'indulto) cercando di svuotarle. A sfruttare al meglio le misure sarà chi, grazie a un lavoro di prestigio o a mezzi economici, potrà pagarsi un famoso avvocato e ottenere da Comuni e Regioni i lavori migliori.
postato da: majortom79 alle ore novembre 19, 2008 11:53 | link | commenti (12)
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