mio fratello é figlio unico

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

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venerdì, 31 ottobre 2008

UNA GRANDE GIORNATA DI DEMOCRAZIA

Ieri ho partecipato ad una grande giornata di democrazia.

La manifestazione contro la riforma dell'istruzione dei ministri Tremonti-Gelmini è stata bellissima.

Colorata, pacifica, piena di spuinti di riflessione.

C'erano tantissimi ragazzi e tantissimi adulti, provenienti da ogni parte d'Italia, accomunati dalla voglia di riprendersi il proprio futuro e quello dei propri figli.

Mi ha fatto sorridere una dichiarazione che ho ascoltato di ritorno, in autogrill, del ministro Maroni. "Erano solo 100.00", ha detto.

Mi stupisce davvero come si possa riuscire a mentire in questi termini, ad accusare gli altri di manipolare la verità e lasciarsi andare in tali grottesche dichiarazioni.

Intere piazze di Roma e le arterie circostanti, erano completamente invase di manifestanti, molti dei quali non sono mai riusciti ad arrivare a piazza del Popolo.

Ma lasciamo perdere, i giochetti delle cifre contano ben poco, lasciamoli ai difensori della Patria e della famiglia. Credo che le immagini siano molto più eloquenti di tante inconsistenti parole.

Personalmente mi hanno colpito moltissimo alcuni cartelli che ho visto portare a qualche manifestante.

Una donna ne aveva uno che diceva: "MEA CULPA. Chiedo perdono ai miei figli per aver votato Berlusconi".

L'altro: "Sono una maestra elementare che ad aprile ha votato Berlusconi e quindi la Gelmini. Chiedo scusa ai miei alunni".

Ecco perchè questo movimento e queste manifestazioni fanno paura.

Perchè si contrappongono alla politica di lobotomizzazione e disinformazione del governo, entrano nel cuore della società civile, avvicinano alla politica e alla società tanti giovani prima disinteressati.

E dietro questi ragazzi ci sono le loro famiglie.

Per questo bisogna continuare a protestare, ad informare e contrastare la distruzione delle fondamenta democratiche e sociali del nostro paese.

Riguardo gli scontri di piazza Navona, bisognerebbe cercare di fare chiarezza.

Capire come abbiano fatto i ragazzi di Blocco Studentesco ad arrivare fino a piazza Navona con tanto di camioncino con spranghe e mazze.

Interessanti due video reperibili su youtube.

Possono aiutare a far chiarezza su alcune cose, o almeno a porsi dei dubbi su certe dinamiche.

Nel primo un agente dice ad un ragazzo di Blocco studentesco: "Francesco, levati di qui, vai via"..

Il tal Francesco è in piedi a protezione dei suoi amici e dice ai polizioni: "questi quà sono i miei ragazzi, sono i miei ragazzi, la conoscete la situazione".

Eccoli, guardateli con attenzione...







postato da: majortom79 alle ore ottobre 31, 2008 12:25 | link | commenti
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mercoledì, 29 ottobre 2008

ACQUA IN BOCCA: VI ABBIAMO VENDUTO L'ACQUA

Mentre nel paese imperversano annose discussioni sul grembiulino a scuola, sul guinzaglio per i cani e sul flagello dei graffiti, il governo Berlusconi senza far sapere niente a nessuno, ha avviato la privatizzazione dell'acqua pubblica. Il Parlamento ha votato l'articolo 23bis del decreto legge 112 del ministro Tremonti che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica.

Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l'acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e, dunque, sarà gestita da multinazionali internazionali (quelle che già possiedono le acque minerali).

Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l'acqua locale) ha deciso di aumentare la bolletta del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda la sua squadra di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.

La privatizzazione dell'acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L'acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: L'uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L'acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropiarsene per trarne illecito profitto.

L'acqua è l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre.

Guerre che saranno dirette dalle stesse multinazionali, alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.


Acqua in bocca.
postato da: majortom79 alle ore ottobre 29, 2008 22:18 | link | commenti
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martedì, 28 ottobre 2008

SENZA PAROLE



FrancescoCossigaPresidente Cossiga, pensa che minacciando l'uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?


"Dipende se ritiene d'essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l'Italia è uno Stato debole, e all'opposizione non c'è il granitico Pci ma l'evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia".

Quali fatti dovrebbero seguire?

"Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell'Interno".

Ossia?

"In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...".

Gli universitari invece?

"Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città".

Dopo di che?

"Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle sirene di carabinieri e polizia".

Nel senso che...

"Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito il libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano."

Anche i docenti?

"Soprattutto i docenti."

Presidente, il suo è un paradosso, no?

"Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!"

E lei si rende conto di quello che direbbero in Europa dopo una cosa del genere? "In Italia torna il fascimo" direbbero.

"Balle, questa è la ricetta democratica. Spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio".

Quale incendio?

"Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche, ma nelle università". E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale".

E' dunque possibile che la storia si ripeta?

"Non è possibile. E' probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perchè il fuoco non fu spento per tempo".

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.

"Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...".

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente...

"Politicamente sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all'inizio della contestazione: fece da sponda al Movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com'era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c'è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere prudente".




 
postato da: majortom79 alle ore ottobre 28, 2008 18:26 | link | commenti (1)
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Viaggio nelle scuole elementari emiliane, che l'Ocse giudica come le migliori al mondo

di Curzio Maltese



BOLOGNA - A New York sono sorte negli ultimi dieci anni scuole materne ed elementari che copiano quelle emiliane perfino negli arredi. Via i banchi, le classi prendono l'aria delle fattorie reggiane che ispirarono Loris Malaguzzi, con i bambini impegnati a impastare dolci sui tavolacci di legno, le foglie appese alle finestre per imparare a conoscere i nomi delle piante.

Si chiama "Reggio approach", un metodo studiato in tutto il mondo, dall'Emilia al West, con associazioni dal Canada all'Australia alla Svezia.

Se la scuola elementare italiana è, dati Ocse, la prima d'Europa, l'emiliana è la prima del mondo, celebrata in centinaia di grandi reportage, non soltanto la famosa copertina di Newsweek del '91 o quello del New York Times un anno fa, e poi documentari, saggi, tesi di laurea, premi internazionali. Non stupisce che proprio dalle aule del "modello emiliano", quelle doc fra Reggio e Bologna, sia nata la rivolta della scuola italiana. La storia dell'Emilia rossa c'entra poco.

A Bologna di rosso sono rimaste le mura, tira forte vento di destra e sul voto di primavera incombono i litigi a sinistra e l'ombra del ritorno di Guazzaloca. "C'entra un calcolo sbagliato della destra, che poi fu lo stesso errore dell'articolo 18", mi spiega Sergio Cofferati, ancora per poco sindaco. "Il non capire che quando la gente conosce una materia, perché la vive sulla propria pelle tutti i giorni, allora non bastano le televisioni, le favole, gli slogan, il rovesciamento della realtà. Le madri, i padri, sanno come lavorano le maestre. E se gli racconti che sono lazzarone, mangiapane a tradimento, si sentono presi in giro e finisce che s'incazzano".

Che maestre e maestri emiliani siano in gamba non lo testimonia soltanto un malloppo alto così di classifiche d'eccellenza, o la decennale ripresa della natalità a Bologna, unica fra le grandi città italiane e nonostante le mamme bolognesi siano le più occupate d'Italia. Ma anche il modo straordinario in cui sono riusciti in poche settimane a organizzare un movimento di protesta di massa.


Stasera in Piazza Maggiore, alla fiaccolata per bloccare l'approvazione dei decreti sulla scuola, sono attese decine di migliaia di persone. "È il frutto di un lavoro preparato con centinaia di assemblee e cominciato già a metà settembre, da soli, senza l'appoggio di partiti o sindacati che non si erano neppure accorti della gravità del decreto", dice Giovanni Cocchi, maestro.

Il 15 ottobre Bologna e provincia si sono illuminate per la notte bianca di protesta che ha coinvolto 15 mila persone, dai 37 genitori della frazione montana di Tolè, ai tremila di Casalecchio, ai quindicimila per le strade di Bologna. Genitori, insegnanti, bambini hanno invaso la notte bolognese, ormai desertificata dalle paure, con bande musicali, artisti di strada, clown, maghi, fiaccole, biscotti fatti a scuola e lenzuoli da fantasmini, il logo inventato dai bimbi per l'occasione. Ci sarebbe voluto un grande regista dell'infanzia, un Truffaut, un Cantet o Nicholas Philibert, per raccontarne la meraviglia e l'emozione. C'erano invece i giornalisti gendarmi di Rai e Mediaset, a gufare per l'incidente che non è arrivato.


Perché stavolta la caccia al capro espiatorio non ha funzionato? Me lo spiega la giovane madre di tre bambini, Valeria de Vincenzi: "Non hanno calcolato che quando un provvedimento tocca i tuoi figli, uno i decreti li legge con attenzione. Io ormai lo so a memoria. C'è scritto maestro "unico" e non "prevalente". C'è scritto "24 ore", che significa fine del tempo pieno. Non c'è nulla invece a proposito di grembiulini e bullismo".

Il fatto sarà anche che le famiglie vogliono bene ai maestri, li stimano. Fossero stati altri dipendenti statali, non si sarebbe mosso quasi nessuno. Marzia Mascagni, un'altra maestra dei comitati: "La scuola elementare è migliore della società che c'è intorno e le famiglie lo sanno. Con o senza grembiule, i bambini si sentono uguali, senza differenze di colore, nazionalità, ceto sociale. La scuola elementare è oggi uno dei luoghi dove si mantengono vivi valori di tolleranza che altrove sono minacciati di estinzione, travolti dalla paura del diverso".


Come darle torto? Ci volevano i maestri elementari per far vergognare gli italiani davanti all'ennesimo provvedimento razzista, l'apartheid delle classi differenziate per i figli d'immigrati. Rifiutato da tutti, nei sondaggi, anche da chi era sfavorevole alla schedatura dei bimbi rom. "Certo che il problema esiste", mi dicono alla scuola "Mario Longhena", un vanto cittadino, dove è nato il tempo pieno "ma bastava non tagliare i maestri aggiuntivi d'italiano".

E se domani il decreto passa comunque, nel nome del decisionismo a tutti i costi? "Noi andiamo avanti lo stesso", risponde il maestro Mirko Pieralisi. "Andiamo avanti perché indietro non si può. Non vogliono le famiglie, più ancora di noi maestri. Ma a chi la vogliono raccontare che le elementari di una volta erano migliori? Era la scuola criticata da Don Milani, quella che perdeva per strada il quaranta per cento dei bambini, quella dell'Italia analfabeta, recuperata in tv dal "Non è mai troppo tardi" del maestro Manzi".


Ve lo ricordate il maestro Alberto Manzi? Un grande maestro, una grande persona. Negli anni Sessanta fu calcolato che un milione e mezzo d'italiani sia riuscito a prendere la licenza elementare grazie al suo programma. Poi tornò a fare il maestro, allora con la tv non si facevano i soldi. Nell'81 fu sospeso dal ministero per essersi rifiutato di ritornare al voto. Aveva sostituito i voti con un timbro: "Fa quel che può, quel che non può non fa". È morto dieci anni fa. Altrimenti, sarebbe stasera a Piazza Maggiore.
postato da: majortom79 alle ore ottobre 28, 2008 12:11 | link | commenti
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domenica, 26 ottobre 2008

Giovani padani: peggio degli immigrati: i meridionali

di Daniele Sensi


«Non è giusto, siamo invasi! Ovunque ti giri sei sommerso da ‘sti qui che vogliono comandare loro, mi fanno venire la nausea», sbotta una novarese. «Troppi, ce ne sono troppi, meglio con contarli», ribatte un utente di Mondovì. «Ce ne sono tanti, ma molti dei loro figli crescono innamorati del territorio in cui sono nati e cresciuti», replica un magnanimo iscritto ligure. Ennesimo dibattito su immigrazione e presunte invasioni islamiche? No. Il sito è quello dei Giovani Padani, e l'oggetto della discussione è quanti siano i meridionali residenti nel nord Italia.

Non si tratta solo di un divertito passatempo: lamentando la mancanza di dati ufficiali («Purtroppo nessuno ha mai pensato di fare un censimento etnico in Padania, poiché siamo tutti  "fratelli italiani"»), sul forum del movimento giovanile leghista con cura e dovizia vengono incrociate fonti diverse per tentare di fornire una risposta all'inquietudine che pare togliere il sonno ad alcuni simpatizzanti.

Così, ricorrendo ad una terminologia allarmante e servendosi del  censimento del 2001, delle analisi di  alcuni studiosi dialettali e di quelle  relative alle migrazioni interne del dopoguerra (con una certa approssimazione dovuta all'impossibilità  di conteggiare con precisione i «meridionali nati al nord da genitori immigrati o  da matrimoni misti padano-meridionali») alla fine, tenendo comunque  conto «del tasso di fecondità dei centro-meridionali in base al quale è possibile stimare 3 milioni di discendenti meridionali nati in Padania, compresi i bambini nati da coppie miste», il verdetto è di «9 milioni di individui, tra centro-meridionali etnici e loro discendenti puri o misti».

Una stima al ribasso   secondo un utente  milanese che arriva a denunciare, nelle statistiche, «la mancanza dei clandestini, cioè di quelli che sono qui di fatto ma non hanno domicilio o residenza padane».

Dati eccessivamente gonfiati, al contrario, per  un  altro giovane lombardo, perché «credo proprio che il meridionale al nord, specie se sposato con una padana, figli meno rispetto al meridionale che sta al sud». Una ragazza di Reggio Emilia, invece, pare poco interessata a parametri e variabili: «Non so quanti siano, non mi interessa il numero, so solo che sono troppi e che stanno rovinando una zona che era un'isola felice. Girando per strada difficilmente si incontra un reggiano! Purtroppo stiamo diventando una minoranza e i meridionali la fanno da padrone».

La Lega, si sa, ha oramai ampliato il proprio bacino elettorale, pertanto  pure un simpatizzante salernitano si inserisce nella conversazione, e, quasi invocando clemenza («Io sono meridionale ma amo la Lega e odio i terroni che vengono qui al nord per spadroneggiare e per rompere i coglioni»), finisce col  cedere    allo stesso meccanismo di autodifesa visto attivarsi  durante la recente campagna mediatica e politica  anti-rom, quando, per riflesso, non pochi cittadini rumeni quasi  si sono messi a rivendicare distinzioni etniche  dai loro connazionali residenti nei campi nomadi, poiché  nel gioco all'esclusione c'è sempre chi sta un po' peggio: «Certi meridionali non possono essere espulsi perché italiani, ma, se si potesse fare una bella barca, sopra ci metterei i meridionali che non lavorano e gli extracomunitari, che sono più bastardi dei meridionali».

Qualche nordico animatore del forum non indugia nel mostrare comprensione e solidarietà al fratello salernitano, e si affretta a precisare come sia possibile ravvisare differenza  tra "meridionali" e "terroni", spiegando che «terrone è colui che arriva e pensa di essere nel suo luogo di origine, e si comporta di conseguenza, tanto che nemmeno si offende se lo chiami terrone». Per taluni, addirittura, il luogo di origine non c'entra proprio nulla, perché «non è la provenienza che fa l'individuo,  e nemmeno il sangue o il colore della pelle, ma unicamente l'atteggiamento».

L'insistenza dei più ostinati  («Se ne dicono tante sui cinesi ma sicuramente li rispetto più di certi meridionali o marocchini o slavi perché almeno lavorano e si fanno i fatti  loro»)  incontra obiezioni  dalle quali emergono ulteriori sfumature d'opinione tra i giovani padani, quelli più "cosmopoliti", coinvolti nella surreale disamina, tanto che tra essi diviene possibile distinguere tra filantropi  («Di meridionali ne conosco tanti e tanti miei amici sono meridionali, per me un meridionale è colui che è venuto e lavora onestamente»), progressisti («Esempi di integrazione con il passare degli anni si fanno più frequenti, sono esempi da non snobbare ma anzi da far diventare casi di scuola: piano piano li integreremo»), e possibilisti («Un meridionale che lavora e interagisce con gli altri vale quanto un settentrionale»). Su tutti, però, inesorabile  cade il richiamo ad un maggior pragmatismo da parte dei realisti: «Siete in ritardo di 40 anni, c'è bel altra gente che invade le nostre città, purtroppo!».

Trascorso qualche giorno, sul forum viene avviata una nuova discussione: «Un test per capire a quale sottogruppo della razza caucasica apparteniamo». Un test scientifico, affidabile, perché «per una volta non ci si basa sul colore della pelle, dei capelli e degli occhi, ma sulla forma del cranio».

postato da: majortom79 alle ore ottobre 26, 2008 23:21 | link | commenti (14)
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venerdì, 24 ottobre 2008

L'INTERVENTO DI GIORGIO PECORINI

Un sentito ringraziamento a tutti i numerosissimi partecipanti al secondo incontro della "DEMOCRAZIA DELLE PAROLE", che ha avuto come ospite il prof. Tullio De Mauro e ha visto la partecipazione della prof.ssa Adele Corradi.

Un grazie agli ospiti, per l'altissimo spessore dei contenuti e l'eccezionale disponibilità mostrata.

Testimoni diretti, come nel caso della professoressa Corradi, o indiretti, come il prof. De Mauro, dimostrano di incarnare, come presenza viva e mai dimentica, il messaggio di don Lorenzo Milani.

Disponibili nel non tenere per sè il loro meraviglioso scrigno di esperienze culturali e di vita.

In questo l'influenza milaniana è pienamente tangibile, in quella capacità di dare tutto quello che si ha a favore degli altri, specie se più deboli come i "Gianni" di Barbiana.

Loro, come don Lorenzo, "lottano" affinché tutti i cittadini possano diventare "sovrani", padroni della propria vita e capaci di non cedere alla "facile tentazione dell'obbedienza", in tutte le sue, spesso subdole, forme.

Grazie anche al gran risalto dato dai media all'evento, specie alla Gazzetta del Mezzogiorno (che ne ha dato contezza anche sulla pagina nazionale), capace di capire la valenza culturale e comunicativa dell'incontro e delll'interezza degli eventi della DEMOCRAZIA DELLE PAROLE.

Grazie, infine, ad un altro straordinario testimone della vita e del messaggio (quello autentico) del priore di Barbiana e della fondamentale importanza della nostra carta costituzionale: Giorgio Pecorini.

Lo scrittore e giornalista, nonché fidato amico di don Lorenzo, non ha, suo malgrado, potuto essere presente all'incontro di ieri, ma ha voluto ugualmente farci pervenire una sua splendida testimonianza.

Vi lascio alle sue parole.


Sono davvero dispiaciuto di non poter essere oggi con voi. L’avevo desiderato fin dal primo annuncio dei vostri Incontri. Me n’era cresciuta la voglia ascoltando la registrazione di quello con Roberto Scarpinato,  così provocatorio e affascinante. Speravo seguire dal vivo la lezione di Tullio De Mauro su un tema tanto interessante quanto inconsueto, e per me coinvolgente.

Mi tocca invece restare a casa, e per consolarmi provo a riassumere qui la testimonianza che mi sarebbe piaciuto dare nel dibattito. De Mauro già la conosce ma credo siano in pochi a sapere la singolare coincidenza che mi preme indicare e che riguarda proprio la genesi e il senso del secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione. Quel comma di cui De Mauro, introducendo l’edizione speciale della Carta fatta dall’Utet per il sessantennio, ha dimostrato con rigore scientifico l’esemplare comprensibilità linguistica.

Rileggiamolo sempre, senza stancarci mai, l’articolo 3 completo dei suoi due commi:


 
             «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

          «E' còmpito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della personalità umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese»
.


Luciano Canfora, lo definisce «una vera rivoluzione nella storia del pensiero costituzionale e nella prassi. L’articolo ‘eversivo’ per eccellenza, […] l’elemento totalmente nuovo, unico anche rispetto alle coeve costituzioni “antifasciste” […] Esso costituisce una novità assoluta». E dopo un raffronto con le nuove costituzioni francese e tedesca, rileva come sia «ben più vasta la formula adottata dai costituenti italiani i quali chiamano in causa un concetto capitale e dalle implicazioni incalcolabili: gli “ostacoli” alla “vera” e sostanziale eguaglianza e la loro necessaria “rimozione”». Infine ricorda come l’autore del secondo comma
riandando ai lavori dell'assemblea costituente di cui era stato membro per il partito socialista, ne rivendicasse la paternità con orgoglio; e ben a ragione, essendo esso «l’articolo chiave di tutta la Costituzione, l’articolo fondamentale, l’articolo perno in cui si afferma “che non c’è democrazia finché sussistono diseguaglianze economiche e sociali”»[1].

Bene: l’autore di quel secondo comma è Lelio Basso. Oggi fra i giovani quasi nessuno sa chi sia, fra i vecchi in pochi lo ricordano. Io, vecchissimo, vorrei provarci a farlo verificando con voi la legittimità di un accostamento che può parere avventato e che secondo me è, oltre che dovuto, utile a meglio intendere natura e funzione delle due culture italiane, la laica e la religiosa, sostanzialmente differenti ma non ineluttabilmente contrapposte: l’accostamento a Lorenzo Milani.

Per il mio mestiere di giornalista ho conosciuto tante persone; di alcune, per il modo parecchio anomalo in cui lo facevo quel mestiere, son diventato amico: tre loro, Basso e Milani. Due uomini diversi. E lontani.

Lorenzo Milani, prete cattolico criticamente ortodosso fino a sopportare il martirio inflittogli dalla propria chiesa senza mai sottrarvisi pur puntigliosamente denunciandone ogni ingiustizia e crudeltà, e documentandone il distacco dal vangelo e la sua manipolazione; ma contemporaneamente cittadino intransigente tanto nell’osservanza dei doveri quanto nella rivendicazione dei diritti.

Lelio Basso, socialista ateo, ma eticamente attento alle istanze religiose, e culturalmente curioso dei loro sbocchi sociali e politici. Pure lui sempre a rischio di scomunica da parte delle chiese marxiste, per l'ostinazione con cui ne dimostrava il distacco da Marx e denunciava le manipolazioni del suo pensiero.

Non si sono mai incontrati di persona. A differenza di altri intellettuali e politici non credenti, da Gaetano Arfè a Pietro Ingrao, Lelio Basso non è mai andato a San Donato, non è mai salito a Barbiana. Né risulta abbia mai letto Esperienze pastorali. E se certamente ha seguìto la battaglia civile di Milani sull'obiezione di coscienza e condiviso la convinzione che “l'obbedienza non è più una virtù” non soltanto negli eserciti ma nell'intera vita sociale e civile, e quindi anche nella prassi politica, non risulta abbia preso posizione pubblica sul problema né sul processo a don Lorenzo e al settimanale comunista Rinascita, l’unica testata fra le molte cui era stata inviata, a pubblicare la replica ai cappellani che avevano insultato gli obiettori cattolici dando loro di vili e anticristiani. 

Eppure c'è una coincidenza sorprendente, di schieramento, di proposte, di indignazioni, di speranze.

Lelio Basso nasce nel 1903. Nel 1923, quando, Lorenzo Milani nasce, ha vent'anni, ma già da tre ha fatto una scelta definitiva di campo: socialista, e antifascista militante. Proprio nel '23 su Critica Sociale esce anche il suo primo articolo, intitolato “La religione dello stato”: denuncia ferma del primo grave cedimento del fascismo, da neppure un anno al potere, dinanzi alle pressioni vaticane; rivendicazione ancor oggi attuale del diritto-dovere di difendere la laicità della legislazione e delle istituzioni civili, la scuola per prima, da infiltrazioni confessionali.

Sarebbe interessante una ricerca biografica parallela, alla scoperta delle loro individuali deviazioni dal verbo sclerotizzato e manipolato dalle rispettive chiese, la cattolica e la marxista. Delle conseguenti bacchettate e sanzioni. Dei modi in cui entrambi organizzano difese e contrattacchi, costruiscono alleanze, accettano e gestisco compromessi.

Qui mi limito a rilevare le sorprendenti concordanze di analisi e di obiettivi partendo da due loro libri: Esperienze pastorali di Milani, Il Principe sensa scettro di Basso. Due libri diversissimi, di due autori reciprocamente ignoti. Ma eguali nella tensione etica. Nella consapevolezza dei limiti di ogni potere e delle responsabilità di chi li detiene. Nel riconoscimento della pari dignita di ogni singolo essere umano, e dell'inseparabilità tra diritti e doveri dei cittadini. Nella rivendicazione degli strumenti culturali indispensabili all'esercizio di quei diritti e all'assolvimento di quei doveri. Nella denuncia ostinata delle omissioni, delle prevaricazioni, degli sfruttamenti. Nella legittimazione della rivolta degli oppressi contro gli oppressori. Eguali persino in taluni aspetti del linguaggio. E, coincidenza curiosa, due libri "finiti di stampare" a pochi giorni di distanza: il Principe  in febbraio, Esperienze  nel marzo del 1958.


Altrettanto interessante della ricerca biografica parallela, risulterebbe un'antologia di testi di Basso con testi di Milani a fronte, ordinata per temi. Qualche scheggia soltanto, per averne un'idea:


Basso:
«La democrazia, cioè la sovranità del popolo, sarà più o meno effettiva a seconda che il popolo sarà più o meno in grado di avere e di formulare una propria volontà libera e cosciente e di controllarne l'adempimento, ciò che dipenderà dalle condizioni economiche sociali e culturali della popolazione» [pagina 29 del Principe senza scettro].


Milani:
«Ma la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale. [ ... ] La distinzione in classi sociali non si può dunque fare sull'imponibile catastale, ma sui valori culturali» [pagina 209 di Esperienze pastorali].


Basso:
«Se il predominio deve esser lasciato al libero gioco delle forze sociali, saranno appunto le forze della classe dominante che detteranno legge allo Stato. E poiché questo libero gioco vien proclamato "interesse generale", gli interessi reali dei ceti subalterni non troveranno protezione presso il potere supremo, e saranno anzi respinti come "interessi particolari". Naturalmente un simile regime può durare a condizione di escludere dal potere precisamente le forze popolari, cioè a condizione di non essere realmente democratico» [pagina 38 del Principe].


Milani
: «Il mondo ingiusto l’hanno da raddrizzare i poveri e lo raddrizzeranno solo quando l'avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può avere solo un povero che è stato a scuola», constata Milani [pagina 105 di Esperienze]. E dieci anni dopo riprenderà il discorso coi ragazzi della sua scuola e lo concluderà così [Lettera a una professoressa, pagina 92]: «Un parlamento che rispecchiasse le esigenze di tutto il popolo e non soltanto della borghesia, con un par di leggi penali vi metterebbe a posto. Voi [insegnanti che selezionate con metro classista] e i programmi [scolastici]. Ma in parlamento bisogna andarci noi. I bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri». Infatti, «la lotta di classe quando la fanno i signori è signorile»[idem, pagina 73].


Poi, per entrambi, sparpagliate in tutte le loro altre pagine e ricorrenti in ogni loro discorso, professioni di fede sullo sciopero e il voto, le sole due armi potenti e legittime in mano al popolo. Sui partiti, strumento indispensabile della convivenza civile. Sulla Rivoluzione francese, radice della consapevolezza e della dignità dell'uomo moderno. Sulla cultura, divenuta privilegio di pochi a danno dei molti che seguitano a esserne defraudati. E ancora il puntiglioso scavo semantico sul senso e l'origine delle parole. E la sacralità della Parola, “non una parola qualsiasi, che non impegna chi la dice e non serve a chi l'ascolta, non una parola riempitivo di tempo”, come ha precisato l'arcivescovo Carlo Maria Martini. Una  Parola con la P maiuscola incarnata nella Costituzione della Repubblica italiana, tenuta tanto da Basso quanto da Milani in conto di vangelo laico.


Entrambi infine denunciano, con fermezza e indignazione eguali, "congelamento", manipolazioni e manomissioni dei due testi: la miscredenza non impedisce a Basso di intendere la provocazione del vangelo; la fede di Milani non gli ostacola né limita l’adesione al patto costituzionale, gliene fa riconoscere anzi la sacralità.


Tant'è che la coincidenza maggiore e migliore fra i due, la più sorprendente, è proprio sull'articolo 3 della Costituzione, e particolarmente sul suo secondo comma:


L’articolo viene prima citato da don Milani e dai suoi ragazzi [pagina 19], poi trascritto per intero [pagina 61] in Lettera a una professoressa. Un articolo del cui secondo comma Lelio Basso  riandando ai lavori dell'assemblea costituente di cui era stato membro per il partito socialista, rivendicava con orgoglio la paternità. E Milani se ne serviva come prova della non raggiunta eguaglianza: «Dato che nessuna riforma costituzionale ha finora cancellato quel comma, è segno che nessuno ha finora rimosso quegli ostacoli; e se ci sono ancòra ostacoli da rimuovere vuol dire che non è ancora consentito a tutti i cittadini di diventar sovrani», diceva.


Ecco perché mi è parso giusto proporre questo accostamento. (Per me è anche un debito di testimonianza e di gratitudine. Don Milani l’ho conosciuto nel 1958 sùbito dopo l’uscita di Esperienze pastorali e il rapporto con lui e la scuola è durato fino alla sua morte, a 44 anni, nel ’67. Lelio Basso, morto nel 1978 a  l’ho incontrato nei primi anni Sessanta quando ancora abitavo a Milano; l’ho poi frequentato con particolare intensità a Roma negli ultimi otto anni della sua vita, quando mia moglie lavorava come sua segretaria. Purtroppo, oltre un decennio dopo la morte di Lorenzo Milani. Ma queste sono altre storie, e qui non c’entrano.)
75 anni,

[1]           La democrazia – Storia di un’ideologia, Laterza, 2004, pagina 263







postato da: majortom79 alle ore ottobre 24, 2008 21:30 | link | commenti
categorie: tullio de mauro
mercoledì, 22 ottobre 2008

LA DEMOCRAZIA DELLE PAROLE: Incontro col prof. Tullio De Mauro





de mauropecorini

Dopo il grande successo di pubblico e di contenuti del primo appuntamento che ha coinvolto Roberto Scarpinato, prosegue il ciclo di incontri La Democrazia delle parole, organizzato da Magistratura Democratica in collaborazione con il Comune di Barletta.

Il 23 ottobre 2008 alle ore 18.30, nella Sala Rossa del Castello di Barletta, si terrà il secondo incontro della rassegna che vedrà la partecipazione del prof. Tullio De Mauro, già Ordinario di Linguistica generale, Emerito dell'Università “La Sapienza” di Roma e ex Ministro della Pubblica Istruzione nel secondo Governo


Amato.

De Mauro proporrà un intervento intitolato Sulle vie (interrotte) della democrazia della parola: ripensa
ndo all’Articolo 3 della Costituzione e a Esperienze Pastorali di don Lorenzo Milani.

All’incontro parteciperanno la prof.ssa Adele Corradi e il giornalista e scrittore Giorgio Pecorini, amici di don Lorenzo Milani e anch’essi coinvolti dal sacerdote fiorentino nel grande progetto di educazione popolare dell’eremo di Barbiana, dove don Milani era stato confinato dalla curia gigliata e dove riuscì, in pochi anni, a convogliare alcuni dei più grandi intellettuali italiani del Novecento, tra i quali Pier Paolo Pasolini e Pietro Ingrao, sino al teorico della nonviolenza Aldo Capitini. Il capolavoro della teoria milaniana, Esperienze Pastorali, uscito nel 1958, verrà ridiscusso da Tullio De Mauro attraverso un’imponente riflessione sulla Costituzione italiana e sul senso della storia democratica del paese, partendo dall’articolo 3 della Carta costituzionale: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.


Saranno presenti il Sindaco di Barletta, Nicola Maffei, e il Giudice del Tribunale di Trani e rappresentante di

Magistratura Democratica, Francesco Messina, che coordinerà anche il successivo dibattito.


Ufficio Stampa:


Victor Rivera Magos:

victorriveramagos@gmail.com;

cell.: 3280169937

Segreteria Organizzativa:

Dario Rivera Magos

majortom79@hotmail.com;

cell.: 3208979074

Aurora Ippolito

lola.ro@hotmail.it;

cell.: 3278197744

L’iniziativa è inoltre sostenuta dai blog:

www.giozzolino.splinder.com

www.miofratellofigliounico.splinder.com

www.murocontromuro.ilcannocchiale.it

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postato da: majortom79 alle ore ottobre 22, 2008 10:53 | link | commenti
categorie: tullio de mauro, la democrazia delle parole
martedì, 21 ottobre 2008

MENTALMENTE DISTURBATI

AnnaCanepaIl Sostituto procuratore del Dda di Genova, Anna Canepa, torna ad esercitare la propria professione di magistrato in Sicilia, a Gela.

Letta così, la notizia, sembrerebbe quanto di più banale possa esserci, questione di ordinaria amministrazione.

Di ordinaria amministrazione, invece, questa vicenda non ha proprio nulla e lo si capisce dando uno sguardo al curriculum professionale della quarantonevenne ligure che, a distanza di una quindicina d'anni da quella che fu la sua prima destinazione professionale, Caltagirone, ha deciso, spontaneamente, di tornare in Sicilia per offrire la sua collaborazione ad una Procura in grossa difficoltà come quella gelese e, sopratutto, allo Stato.

E' paradossale dover constatare che proprio nei luoghi in cui ci sarebbe maggior necessità di risorse, umane e non, la battaglia delle istituzioni per la legalità e per combattere le varie forme di criminalità organizzata, debba essere condotta in situazioni di emergenza e precarietà.

Il gesto della Canepa assume significato ancor più forte se si pensa che nel 1992, anno degli attentati a Falcone e Borsellino, fu lo stesso giudice ligure a scampare ad un analogo attentato ordito dalla mafia e sventato grazie alle rivelazioni di un pentito del clan Russo di Niscemi.

Insomma, come si fa a dar torto al paladino della giustizia, il "Cavaliere della legalità", quando sostiene che i giudici siano "mentalmente disturbati"?

Quale persona assennata rinuncerebbe a svolgere il proprio lavoro in un luogo molto più tranquillo e confortevole per decidere, spontaneamente, di emigrare verso lidi insidiosi e minacciosi?

Quale soggetto sano mentalmente voterebbe la propria vita professionale, e non solo, alla causa dello Stato, inteso come ideale istituzione, sacrificando la propria vita privata e mettendo a repentaglio la propria incolumità?

E quale cittadino (in questo caso inteso nel senso più nobile del termine)  metterebbe l'interesse della collettività prima di tutto,  anteponendolo al proprio tornaconto personale?

Solo un folle!

Meditate gente, meditate...



postato da: majortom79 alle ore ottobre 21, 2008 16:42 | link | commenti
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lunedì, 20 ottobre 2008

Generali nelle scuole, concerti e carrarmati la Grande Guerra diventa un maxi spot

da Repubblica.it di Vincenzo Nigro

COMANDO Supremo. Bollettino della Vittoria (...) i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Firmato: Diaz". Nelle piazze dei paesi d'Italia, sui monumenti ai caduti, nei cimiteri, corrosa dal tempo e dalla ruggine, oppure costantemente rinnovata dall'olio di gomito di un volenteroso, c'è sempre una lapide con queste parole.


E' il "bollettino della Vittoria" con cui 90 anni fa, il 4 novembre del 1918, il generale Armando Diaz annunciava all'Italia la resa dell'Austria e la vittoria del Regio Esercito nella prima guerra mondiale. Quelle lapidi, quella vittoria, quella guerra stanno per essere riscoperte e forse strumentalizzate nella più imponente manifestazione di propaganda militare che l'Italia repubblicana abbia mai messo in piedi.

Il ministro della Difesa Ignazio la Russa ha definito con un gruppo di studio una serie di iniziative per "celebrare la Vittoria nella Grande Guerra e risvegliare negli italiani i sentimenti di orgoglio e di unità nazionale". Si inizia da oggi, con lezioni di storia in 200 licei: Mariastella Gelmini ha accettato che ufficiali delle tre forze armate e dei carabinieri vadano nelle scuole a spiegare il significato della Grande Guerra, ma non solo. "Per volontà del ministro La Russa", dice il generale Giancarlo Rossi, portavoce del ministro, "verrà ricordato che il 4 novembre da 90 anni è anche il giorno dell'Unità nazionale e delle forze armate, oltre che quello della Vittoria nella Grande Guerra".

Per questo La Russa ha pensato di fare le cose in grande: la festa sarà di fatto trasferita dal 4 novembre (un martedì) al week-end dell'8-9. In ventuno piazze italiane ci saranno innanzitutto la cerimonia dell'alzabandiera e poi dell'ammainabandiera. Ancora: sfilate, parate, mostre statiche di carri armati ed elicotteri, concerti di bande e fanfare, simulazioni di assalti militari, lancio di paracadutisti. Tra le 21 piazze ci sarà anche quella di Bolzano, dove ogni anno il 4 novembre provoca tensione con i tirolesi austriaci. Ma il clou sarà a Roma: La Russa ha chiesto ai militari di dare il meglio di sé al Circo Massimo, con parate ed esibizioni varie, e poi a Piazza del Popolo, dove ci sarà un "concerto tricolore" di Andrea Bocelli.

Non tutti i militari sono convinti che quello scelto da La Russa sia il modo giusto per celebrare la Vittoria. Innanzitutto per un problema di fondi: negli stati maggiori fanno notare che verranno spesi 6 milioni di euro, di cui più di 1 milione per l'evento-Bocelli. Il tutto nel momento in cui si rinuncia alle missioni all'estero e all'addestramento del personale. Sui fondi La Russa, oltre a utilizzare parte del bilancio della Difesa, ha fatto qualcosa che ha creato imbarazzo anche nel settore dell'industria: usando l'Associazione delle industrie della Difesa, il ministro ha chiesto ai fornitori del ministero di versare soldi per organizzare il week end tricolore. Da Finmeccanica in giù a tutti sono stati chiesti 30mila euro, un "obolo per la Grande Guerra".

In una riunione all'Esercito è stato avvistato un altro problema: la "santificazione" dei 90 anni della Vittoria rischia di far apparire ancora una volta le forze armate strumento di parte, di metterle al servizio di un disegno di propaganda politica che non è nazionale, ma spesso di partito o magari del ministro in persona.

Le prime insofferenze - in estate - ci sono state per l'uso di soldati per compiti al di fuori della loro missione naturale, come le operazioni anti-criminalità o anti-immondizia. E ora c'è il maxi-spot sul 4 Novembre. "Con l'aggravante che mandare ufficiali nelle scuole d'Italia a parlare di qualcosa su cui non sono professionalmente preparati e titolati rischia di delegittimarci, di renderci strumento di un'operazione che potrebbe ritorcersi contro la Forze armate", dice un altissimo ufficiale.

Il rapporto di La Russa con la Difesa ormai da settimane è diventato delicato: le continue gaffe pubbliche, la scarsa presenza al ministero per inseguire il compito di reggente di An, il metodo di lavoro che ha adottato (affidarsi a intuito e improvvisazione politica, non allo studio dei dossier), hanno scavato un solco tra lui e la dirigenza militare.

"So bene di questo disagio, e sono sicuro che il governo saprà affrontarlo", dice il generale Enrico Del Vecchio, ex capo del Comando operativo interforze, oggi senatore del Pd: "Ma una cosa è chiara: celebrare in maniera strumentale la giornata in cui le Forze armate si aprono alla popolazione sarebbe un grave errore. Ben venga il riconoscimento per l'Unità d'Italia, ma nessuno può appropriarsi politicamente delle forze armate".

postato da: majortom79 alle ore ottobre 20, 2008 11:15 | link | commenti
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sabato, 18 ottobre 2008

L'apparenza non inganna

E' il governo a dominare la scena nell'informazione dei nostri telegiornali. Il predominio è più evidente nei notiziari Mediaset (incluso il Tg5 di Mimun). Ma anche il Tg2 non scherza. L'Autorità per le Comunicazioni chiede ora alle reti pubbliche e private di riequilibrare.

L'Autorità scatta una fotografia che va da aprile a settembre 2008. E' un'istantanea rilevante perché descrive la situazione dalla nascita del nuovo esecutivo fino quasi ad oggi. Segnali di squilibrio si notano intanto nelle trasmissioni di approfondimento. Ma sono i telegiornali - scrive l'Autorità - a commettere i peccati più gravi. La disparità è doppia: il governo parla più delle opposizioni; alcune forze politiche (di maggioranza) parlano più, molto più di ogni altra. Per questo i telegiornali sono adesso invitati a un effettivo pluralismo. L'Autorità ammette che non siamo certo in periodo elettorale, quando le regole sulle "pari opportunità" sono rigide, severe. Ma la legge vuole che le redazioni rispettino i principi di "correttezza e parità di trattamento" in qualsiasi momento dell'anno, ogni giorno, ad ogni edizione di Tg.

Una regola non scritta vuole che i telegiornali assegnino un terzo del tempo ai partiti della maggioranza, un terzo a quelli di minoranza e un terzo infine al governo in carica. Questa divisione è spesso elusa. Ecco alcuni esempi significativi. Prendiamo le edizioni principali dei telegiornali, quelle che richiamano il maggior numero di ascoltatori. E prendiamo anche il "tempo di antenna". Somma le parole del giornalista - che introduce un tema o un politico - alle parole del politico. A maggio, Studio Aperto dedica il 42,27% dello spazio al governo e un altro 18,22% al presidente del Consiglio. Al Tg5, il 28% è per Palazzo Chigi e un altro 15 per il premier. Il mese successivo - a giugno - Palazzo Chigi e premier superano quota 50%, sempre al Tg5.

Ancora a giugno 2008, il Tg2 assegna quasi il 32% all'esecutivo Berlusconi e un altro 14% a Berlusconi in persona. A luglio del 2008, il Tg4 non è poi così squilibrato con il governo, che ottiene uno spazio pari al 27%. Ma se poi sommiamo il 28,9 del Cavaliere, ecco superata la metà della torta disponibile.

La musica non cambia se leggiamo i dati con un'altra lente. Siamo a settembre ed esaminiamo tutte le edizioni dei telegiornali (pranzo e cena, le più importanti, ma anche quelle del mattino presto e della sera tardi). Nell'insieme dei notiziari Mediaset (Tg4, Tg5, Studio Aperto e TgCom), la maggioranza, il governo e Silvio Berlusconi sono sopra il 70%, mentre le opposizioni arrancano al 16,77%.

Impressiona il dato dei Radicali. Chissà che cosa saranno riusciti a dire nei 9 secondi che il Tg4 regala loro nell'intero mese di maggio, oppure nei 26 secondi di Studio Aperto. E chissà quali messaggi avrà veicolato quella sinistra che non ha più rappresentanti alle Camere. A maggio, l'intera batteria dei telegiornali della Rai concede 38 secondi - per fare solo un esempio - ai Verdi (38 secondi in 30 giorni). E mentre il Partito Socialista risulta a zero secondi (sempre a maggio, sempre in Rai), l'Udc di Casini potrà certo esultare per il secondo, uno solo, che ottiene al Tg3 nel mese di maggio, per i tre secondi di agosto, per i 5 di settembre.
postato da: majortom79 alle ore ottobre 18, 2008 12:16 | link | commenti (2)
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