mio fratello é figlio unico

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

Chi sono

Utente: majortom79
Nome: Dario Rivera Magos

Categorie

10 anni
8 mesi

abruzzo
abuso dufficio
accanimento terapeutico
alfano
alitalia
allarme
alleanza nazionale
andrialiveit
angela sozio
anm
arcoiris tv
armando spataro
autoritarismo
azione universitaria
bagnasco
banche
bari
barletta
bat
benito
bergamo
berlusconi
berslusconi
bertolaso
bonolis
boom economico
borraccetti
bugie
canfora
cascini
caso mills
catechismo
censura
chiesa
chiesa cattolica
chiesa lefebvriana
ciarpame
collettivi
collusione
colpevolezza
condanna
condannato
copasir
corruzione
corte di giustizia
crisi
cristianesimo
dalia
ddl
decreto
decreto legge
decreto sicurezza
demagogia
democrazia
diritti
diritto di voto
diseguaglianza
disperazione
divi
dl anticrisi
elezioni provinciali 2009
eluana englaro
escort
esproprio
europa 7
eutanasia
facebook
famiglia cristiana
famiglie
fascismo
fede
fondamentalisti cattolici
forza nuova
francesco messina
francesco ventola
frequenze televisive
futuro
gandus
garante
gasparri
gazzetta del mezzogiorno
giornali
giudici
giulio tam
giustizia
gossip
governo
governo berlusconi
grilli andriesi
ignoranza
il giorno
immigrati
impunità
informazione
intercettazioni
internet
ipocrisia
italia
la democrazia delle parole
laquila
lega nord
leggi ad personam
leggi razziali
licio gelli
liste elettorali
lodo alfano
malato
manganello
mangano
marco travaglio
massimo fini
massoneria
media
mediaset
medici
mills
minorenni
minus habens
morale
mostri
mutui
nicola marmo
norma antisismiche
notizie
oasi 2
orologeria
ortopedia
p2
paolo farinella
parla con me
parlamento europeo
pdl
piano di rinascita democratica
politica
populismo
poteri forti
presidente della repubblica
prevenzione
primario
privacy
promesse
protesi
protezione civile
razzismo
reati
regime
renato soru
riforma
rino daloiso
risarcimento
roberto fiore
roberto maroni
roberto scarpinato
roma
roma tre
romeni
rutelli
salva manager
sanità
sardegna
sciacalli
sentenze
sicurezza
sicurezza sul lavoro
silvio berlusconi
soccorsi
speculazione edilizia
stato laico
stranieri
stupri
tarantini
televisione
televisioni
tensione
terremoto
tg
the nation
thyssen
tolleranza zoro
totalitarismo
tragedia
tremonti
tullio de mauro
tv
usa
veronica lario
violenza
voglioscendere
xenofobia
zingari

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
martedì, 30 settembre 2008

Conferenza stampa di presentazione "LA DEMOCRAZIA DELLE PAROLE"

IMG_1283_2La necessità della conoscenza dei propri diritti, da parte del cittadino, senza tralasciare i doveri: in quest'ottica, diviene di fondamentale importanza avere una precisa contezza dei termini, per potersi rapportare alla realtà in maniera corretta, senza farsi fuorviare dalle distorsioni dei media e in particolare della TV  che costituisce ormai il principale strumento (o perlomeno il più diffuso) di accesso alla conoscenza stessa e ad all' informazione.

Essere cittadini "informati" signifca allo stesso tempo poter essere cittadini liberi, capaci di alimentare il proprio senso critico e di agire conseguentemente.

Si è tenuta oggi presso la Sala Giunta del Comune di Barletta la conferenza stampa di presentazione degli incontri dal titolo "La Democrazia delle Parole", organizzati da Magistratura Democratica con il fondamentale contributo del giudice del Tribunale di Trani Francesco Messina e il patrocinio del Comune della città della Disfida.

Di seguito il servizio dell'emittente Amica9 e alcuni frammenti riguardanti le tematiche affrontate nel corso della presentazione.

Appuntamento a venerdi per il primo, interessantissimo, incontro che avrà per ospite il Procuratore del Tribunale di Palermo dott. Roberto Scarpinato.















postato da: majortom79 alle ore settembre 30, 2008 18:04 | link | commenti (1)
categorie: roberto scarpinato
domenica, 28 settembre 2008

IMPORTANTE SAPERLO

A Reggio Emilia e a  ROZZANO (MI), sono stati inaugurati due nuovi ristoranti ROADHOUSE  GRILL, che fanno parte del Gruppo  Cremonini.

Tale gruppo, come testimoniato da inchieste di REPORT, è un'azienda che nel corso degli anni si è distinta per  una serie di azioni illegali e criminali.



Alcuni esempi: ha venduto carne di bovini di età superiore ai 17 anni come carne inferiore ai 24 mesi di età (questa è finita negli omogeneizzati);


ha  venduto svariate tonnellate di carne in scatola AVARIATA a  Paesi poveri (guadagnando con gli incentivi europei per tali esportazioni), tra cui la Russia nella quale si è verificata la morte di un 12enne  dovuta al consumo di tale alimento contenente botulino) e  Cuba. Per la morte in Russia un intermediario della Cremonini ha pagato 150.000 euro per evitare una denuncia e il blocco delle importazioni in tale Paese.


Al momento dell'indagine fatta da Report, la carne che il governo cubano ha respinto dopo alcune analisi (che confermavano le  pessime condizioni di diversi lotti) era stata imbarcata su una  nave, destinata non in Italia per la distruzion, ma in Angola.


Sarebbe il caso di effettuare un'azione di boicottaggio dei ristoranti del gruppoi ROADHOUSE GRILL , come le altre aziende del gruppo Cremonini: autogrill MOTO, carne  MONTANA, bar e ristoranti CHEF EXPRESS (treni e aeroporti), salumi IBISE', carni INALCA, supermercati MARR (diffusi  soprattutto in Romagna e Marche).




NB: la carne bovina utilizzata in Italia dai Mc'Donalds, è fornita dal Gruppo Cremonini
postato da: majortom79 alle ore settembre 28, 2008 18:05 | link | commenti (6)
categorie:
giovedì, 25 settembre 2008

La vergogna infinita: nuovo blitz del Pdl. In arrivo l'immunità per i ministri

da Republlica.it

Un lodo Alfano per il premier Silvio Berlusconi. Per bloccare i suoi processi Mills e Medusa. Quello è già fatto. È alle spalle. Adesso serve un lodo Consolo per il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, di cui Consolo è pure avvocato. Aennino il ministro, aennino il proponente. Tutto in famiglia. Com'è stato per il lodo Alfano. Uno scudo protettivo per fermare i processi alle alte cariche dello Stato fresco di pochi mesi. Un disegno di legge, pensato e scritto dal deputato Giuseppe Consolo, affidato alle cure del capogruppo di Forza Italia Enrico Costa, nelle prossime "priorità" della commissione Giustizia della Camera.

Una nuova porta aperta verso il definitivo ripristino dell'immunità parlamentare in stile 1948 per tutelare e mettere al riparo chi è già nei guai con la giustizia. In comune con il lodo Alfano la solita norma transitoria, quella che disciplina l'utilizzo di una legge, e che, anche in questo caso come per tutte le leggi ad personam, stabilisce che il lodo Consolo "si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge".

Giustizia di casa nostra per tutto il governo Berlusconi. Stavolta per i suoi ministri. Per Matteoli in particolare, visto che a Livorno c'è un suo processo per favoreggiamento. Ma vediamo prima la proposta e poi la persona e il processo a cui si applica. Che si va a inventare Consolo per il suo cliente? Una leggina, due articoli in tutto, che rivoluziona le regole costituzionali per i reati ministeriali, quelli commessi da soggetti che sono, o sono stati, ministri. Un giochetto facile facile.

Rendere obbligatoria la richiesta di autorizzazione anche per i reati che, a parere del tribunale dei ministri, non meritano una copertura ministeriale e quindi, stando alle norme attuali, devono essere valutati e investigati dalla procura. Se, a parere dei pm e dei giudici, il delitto è stato commesso, il soggetto va a processo come un normale cittadino.

Eh no, questo a Consolo non sta affatto bene.

Anche perché c'è giusto il suo compagno di partito e legalmente assistito, il ministro Matteoli, ex capogruppo di An al Senato nella scorsa legislatura, e prima ancora ministro dell'Ambiente, che nel 2005 viene messo sotto inchiesta dalla procura di Livorno per aver informato l'allora prefetto della città Vincenzo Gallitto che c'erano delle indagini sul suo conto per l'inchiesta sul "mostro di Procchio", un complesso edilizio in costruzione a Marciana, nell'isola d'Elba.

Il tribunale dei ministri del capoluogo toscano decise che quel reato non aveva niente a che fare con la funzione di ministro ricoperta da Matteoli e rispedì le carte alla procura. Matteoli non si dette per vinto. Divenuto nel frattempo senatore convinse la Camera a sollevare un conflitto di attribuzione contro Livorno per la "ministerialità" del reato. La Consulta lo considera ammissibile e dovrà pronunciarsi. Nel frattempo il processo è congelato. Adesso Consolo lo vuole ibernare definitivamente.

Nel giorno in cui il Guardasigilli Angelino Alfano, alla Camera, strizza l'occhio all'opposizione, in particolare ad Antonio Di Pietro, e dice che si può "aprire un confronto su norme che vietino la candidabilità di persone che siano state condannate con sentenza passata in giudicato" e mentre il Senato, all'opposto, blocca la richiesta di arresti per il pidiellino Nicola Di Girolamo, ecco che si materializza il lodo Consolo, presentato per tempo l'8 maggio 2008, ma rimasto tra le proposte da valutare in commissione. All'improvviso esplode l'urgenza.

Con una legge che mette sullo stesso piano chi è ministro e ha commesso un reato nell'ambito delle sue funzioni, e quindi, in base all'articolo 96 della Costituzione, gode di una parziale tutela in quanto spetta alla Camera o al Senato dare il via libera all'indagine, con chi invece è pur sempre ministro, ma ha commesso un delitto nelle vesti di normale cittadino. Consolo pretende che il tribunale dei ministri trasmetta il fascicolo "con relazione motivata al procuratore della Repubblica per l'immediata rimessione al presidente della Camera competente".

Una surrettizia autorizzazione che verrebbe garantita a un comune cittadino giudicabile per un reato commesso in coincidenza con la funzione di ministro, ma al di fuori del suo lavoro di membro del governo. Un'indebita protezione ad personam, una sorta di invito a delinquere, perché tanto le Camere, come la storia cinquantennale dell'autorizzazione a procedere dimostra ampiamente, sono sempre pronte a negare ai giudici la possibilità di indagare.
postato da: majortom79 alle ore settembre 25, 2008 10:21 | link | commenti
categorie:
martedì, 23 settembre 2008

Gli ultimi sviluppi del processo Berlusconi-Mills

Dopo la pausa estiva è ripreso nel silenzio generale il processo a Silvio Berlusconi e all’avvocato inglese David Mills, accusati di corruzione giudiziaria, attiva per il primo (presunto corruttore), passiva per il secondo (presunto corrotto). Il processo si basa sulla lettera del 2004 di Mills al suo commercialista Bob Drennan, in cui l’ex consulente Mediaset confessava di aver ricevuto 600 mila dollari in nero da «Mr.B» nel 1999 per due false testimonianze rese al Tribunale di Milano nel 1997-’98 nei processi Guardia di Finanza All Iberian per salvare Mr.B «da un mare di guai». Mr.B, per chi non l’avesse ancora capito (o per chi guardasse i tg), è il nostro presidente del Consiglio. Drennan, essendo un commercialista ma non un italiano, denunciò il suo cliente al fisco inglese. E la lettera finì nelle mani dei pm di Milano, che convocarono Mills, che confermò tutto a verbale. Poi, quando Mr.B lo venne a sapere, Mills tentò maldestramente di ritrattare, impapocchiando improbabili versioni che coinvolgono un armatore napoletano, tal Attanasio, e sperando di far credere che tirò in ballo il capo del governo italiano pur di salvare tal Attanasio. 

Il processo, in soldoni, è tutto qui. Raramente un giudice dispone di una prova tanto solida in un processo per corruzione: la confessione del corrotto, scritta quando il corrotto non poteva immaginare che la sua lettera top secret sarebbe finita in mano ai giudici. Per questo il Cainano è tanto allarmato per questo processo: più che le toghe rosse, qui ha fatto tutto il suo consulente inglese, che prima l’ha salvato da un mare di guai e poi l’ha cacciato in un mare di guai. Così, appena tornato al potere, ha varato in fretta la blocca-processi: sospensione (sulla carta di un anno, di fatto in saecula saeculorum) di 100 mila processi, anche per reati gravissimi come sequestro, estorsione, rapina e stupro, pur di sospendere il suo. Varata in tutta fretta dal Senato, sotto l’occhio vigile di Renato Schifani. E poi oggetto di una trattativa degna del peggiore racket: se volete sbloccare i 100 mila processi, bloccate i miei. Detto, fatto: il 26 luglio ecco il lodo Alfano, palesemente incostituzionale, approvato dalle due Camere in 25 giorni e firmato dal capo dello Stato in meno di 24 ore fra le standing ovation del Pd, che fingeva di aver vinto la battaglia, mentre come al solito l’aveva vinta "Mr. B".

Da allora il processo Berlusconi-Mills è il processo Mills: un solo imputato, l’altro essendo impunito per legge. Si tratta solo di prenderne atto, separando le sorti dei due compari con uno stralcio. Quello che appunto dovrebbe accadere. Ma i due avvocati del premier, l’on. Ghedini e il sen. Longo (l’on. Pecorella studia da giudice costituzionale per andare al posto di Vaccarella) han già annunciato per lettera che l’udienza non s’ha da fare. Infatti non si presenteranno per farla saltare.

L'udienza era stata convocata appositamente di venerdì, giorno in cui le Commissioni non si riuniscono, ma, coincidenza sospetta, succesivamente alla convocazione in udienza degli avvocati di Berlusconi, è stata fissata una convocazione della  commissione parlamentare proprio in quel giorno. E indovinate da chi?

Dall'avvocato Ghedini. Commissione poi tenutasi e andata semi deserta, durata appena 40 minuti.

I legali del premier hanno fatto già sapere di non poter partecipare nemmeno alla prossima, che si terrà di sabato per essere sicuri di non far torto agli stessi.

Ghedini sarà impegnato in altra udienza (anche questa fissata successivamente) e Pecorella ha fatto sapere che ha un impegno improrogabile e più importante: un convegno...

Ma perchè cercare di far saltare il processo se Berlusconi non vi è più imputato?

Primo, perché il Lodo avrebbe automaticamente sospeso tutto il processo, sia per Berlusconi sia per Mills (in base a una sorta di «immunità contagiosa» che si trasmette dalle alte cariche dello Stato ai coimputati). Secondo, perché comunque i due sono impegnatissimi a varare altre leggi ad personam per il premier. E non han tempo per il processo.

Anche i bambini sanno che "Mr. B."e i suoi legali sono terrorizzati: sia dall’eccezione di incostituzionalitàdall’imminente sentenza a carico del superstite Mills, che temono di condanna. E, nella eventuale condanna di un corrotto, non si può non scrivere il nome del corruttore. Cioè del nostro il premier, che da quel giorno diventerebbe per l’ennesima volta un colpevole impunito per legge. Il che, per uno che studia da presidente della Repubblica, sarebbe poco igienico persino in Italia. Resta da chiarire: se per gli onorevoli avvocati il processo è sospeso per legge dal 26 luglio, a quale titolo sono ricorsi in Cassazione contro il no della Corte d’appello alla ricusazione della giudice Gandus? L’unica risposta possibile è che lorsignori ritengano il Lodo così elastico, da sospendere i processi per i giudici, ma non per gli avvocati. I primi non possono più giudicare nessuno, ma i secondi possono ricusarli. Nella patria del diritto, ma soprattutto del rovescio, questo e altro.

postato da: majortom79 alle ore settembre 23, 2008 13:41 | link | commenti
categorie:
venerdì, 19 settembre 2008

Eurostar: Cancellata fermata a Barletta. Intervento congiunto Sindaco Maffei e Assessore Dibitonto

Barletta, venerdì 19 settembre 2008 - <<Apprendiamo, tramite gli organi di stampa, del contenuto dell’accordo siglato tra Governo e Trenitalia, che prevede la soppressione della fermata di Barletta sulla linea Eurostar Lecce-Roma.

Molti sono stati i problemi che hanno interessato questa tratta, numerosi i ritardi causati dai frequenti malfunzionamenti e le lamentele dei cittadini; qual è stata la risposta che l’accordo siglato sancisce? La soppressione delle fermate di Barletta e di Brindisi.

Nessun coinvolgimento dell’Amministrazione locale in un provvedimento che rischia di pesare gravemente sul territorio. Non si tratta, infatti, di tutelare solo i cittadini barlettani che giornalmente si spostano utilizzando il treno; bensì di un bacino di utenza molto più ampio comprendente sia l’intero territorio della sesta provincia sia aree limitrofe, quindi i Comuni di Terlizzi, Ruvo di Puglia, Corato, Andria, Canosa di Puglia, Minervino, Spinazzola, Trinitapoli, San Ferdinando, Margherita di Savoia e Bisceglie, in alcuni dei quali si utilizzano le linee della Ferrotramviaria, della Barletta - Spinazzola ma anche i pullman per raggiungere la stazione di Barletta, essendo tale scalo indispensabile per la mobilità su rotaia, baricentrico rispetto a Foggia e a Bari.

Desidereremmo, in qualità di rappresentanti istituzionali, conoscere quali sono stati i criteri che hanno orientato e determinato tale scelta, se sono stati presi in accurata considerazione i disagi che la scelta comporterà, certamente, per tutti quei viaggiatori che utilizzano l’Eurostar per la tratta Barletta - Roma e viceversa.

Ci chiediamo se è corretto penalizzare un bacino di utenza ampio come quello che interessa la fermata di Barletta, per risparmiare pochi minuti sul già citato percorso. Al posto di intervenire sui problemi strutturali che affliggono le linee e il parco movimento, s’individuano soluzioni tampone che rischiano solo di accrescere i disagi dell’utenza.

In un momento in cui le politiche territoriali sono tese a favorire la mobilità su rotaia per questioni ambientali e di sicurezza; in cui i cittadini chiedono di avere a disposizione servizi di trasporto pubblico efficienti - anche a fronte dell’insostenibile aumento dei prezzi del carburante - sosteniamo che non è condivisibile una simile scelta. Pertinente sottolineare, infine, che nel processo di pianificazione partecipata, in atto tra i Comuni della nuova Provincia Pugliese e del circondario (tramite il Piano Strategico di Area Vasta “Vision 2020”), è nitida la volontà collettiva di incentivare la fruizione delle reti di trasporto pubblico, indirizzo che incontra in queste decisioni un palese e dannoso impedimento.

Da cittadini comuni preferiremmo avere a disposizione vetture pulite e confortevoli, sapere che gli orari di partenza e quelli di arrivo sono definiti e non soggetti a fluttuazioni imprevedibili: in tal caso crediamo che il peso di pochi, davvero pochi minuti in più di permanenza nel treno non inciderebbe in modo negativo. Il rischio, invece, è dover suggerire ancora l’auto come sistema alternativo
>>.

postato da: majortom79 alle ore settembre 19, 2008 21:31 | link | commenti (1)
categorie:

ALITALIA, riritata l'offerta. La cordata gira i tacchi

alitalia(27)La tensione si taglia con il coltello al termine dell'ultimatum posto da Roberto Colaninno. Appena scendono dalle auto Colaninno e Rocco Sabelli a Palazzo Clerici per l'assemblea di Cai, assemblea cui spetta di decidere sulla prosecuzione delle trattative con i sindacati, il presidio dei dipendenti li accoglie a fischi e striscioni. Sul tavolo della trattativa negli ultimi minuti prima del vertice c'è stato un rimescolamento di carte. O meglio è arrivata una controproposta unitaria dei sindacati finora contrari al piano. Un'offerta che, secondo i rappresentanti dei lavoratori, non si può ignorare o rifiutare.

«Questo è un momento gravissimo, noi abbiamo fatto una proposta seria e confacente alle esigenze di impresa. Se non sarà accolta si apriranno scenari disastrosi. Siamo certi che cai se ne rende conto», spiega Mario Rossi, responsabile trasporti della Cgil.

La controproposta è stata presentata alla newco che vuole rilevare Alitalia dalla Cgil insieme a Anpac, Unione piloti Anpav, Avia e Sdl. E l'assemblea della nuova Compagnia Aerea Italiana sorta dalle ceneri dell'Alitalia deve dire un sì o un no.Ma i soci italiani di ciò che resterebbe della vecchia compagnia di bandiera italiana si sono appena seduti al tavolo che comincia a trapelare una notizia raggelante: la Cai, la famosa cordata di imprenditori italia faticosamente messa insieme dopo tanti mesi, sarebbe pronta a ritirare l'offerta per l'acquisto del "troncone sano" dell'Alitalia. Notizia non confermata ma accolta dai dipendenti fuori dalle finestre al grido di: «Buffoni, buffoni». E confermata indirettamente daMario Valducci, presidente della commissione Trasporti della Camera che già dà la responsabilità del fallimento alla «irragionevolezza e irresponsabilità dei sindacati».

Alle cinque e mezzo arriva la prima conferma semi-ufficiale: l'offerta Cai non esiste più. A Fiumicino i lavoratori fetseggiano alla notizia: «Meglio falliti che in mano ai banditi» si legge in un loro striscione. Mentre una sigla sindacale autonoma cerca di rassicurare sul mantenimento della 1continuotà aziendale» garantita dagli stessi dipendenti.

Silvio Berlusconi che fino a pochi minuti prima faceva sfoggio di grande ottimismo e sicurezza, di fronte alla conferma della rinuncia all'acquisto da parte della sua cordata italia, dice che la situazione ora è porecipitata. «Siamo di fronte al baratro», è la sua nuova versione. E subito scarica la responsabilità su «Cgil e piloti». Ma arriva subito la risposta del segretario della Cgil Epifani: «Piuttosto che cercare capri espiatori, governo e presidente del consiglio si assumano le proprie reponsabilità per come hanno gestito tutta la vicenda Alitalia e la trattativa con le parti sociali»

Nel frattempo la situazione di tensione più forte è a Fiumicino, dove a venti minuti dall'ora x dell'inizio della riunione Cai - ore 16 - è arrivato anche il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro, contornato da un migliaio di dipendenti.

Nelle ultime ore a far crescere il clima di esasperazione sono intanto partite le prime lettere di cassaintegrazione. O meglio, a farle partire è stato il nuovo commissario straordinario Augusto Fantozzi -oltre 4.800 lettere di cassaintegrazione a piloti, streward, hostess e personale di terra - ma si tratta del personale dei 34 aerei di Alitalia messi a terra sulla base del piano Prato. Secondo quanto si apprende, la cassa integrazione straordinaria interessa 831 piloti per 12 giorni al mese, 1.383 assistenti di volo per dieci giorni al mese e 2.072 lavoratori di terra per sei giorni al mese. La scadenza, comunque, ha i minuti contati. «La risposta deve arrivare entro le 15:50 di domani» dice ai sindacati il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Giovedì alle 16 la Cai riunisce l'assemblea per decidere se portare avanti l'offerta per la compagnia. Dieci minuti prima i sindacati dovranno aver deciso. Spazio per trattare, tanto, non c’è n’è più. Lo dice chiaro e tondo il presidente della Cai, Roberto Colaninno, spiegando che «senza consenso domani ritiro l'offerta». Il punto è uno solo, dice ai rappresentanti dei lavoratori: «Avete ottenuto in queste due settimane quello che non era previsto concedere. Non c'è più nulla di cui discutere, non c'è una lira in più da condividere». «Firmeremo con chi ci sta, e sono tutti chiamati a rispondere» gli fa eco il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, mentre il commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi, auspica che l'acquirente sia Cai, perchè se si ritira la prospettiva è portare i libri in tribunale.

postato da: majortom79 alle ore settembre 19, 2008 00:44 | link | commenti
categorie:
giovedì, 18 settembre 2008

QUANDO LA POLITICA DIVENTA UN FORMAT

populismodi Edmondo Berselli

E SE LA DEMOCRAZIA contemporanea fosse più vicina a un format che a un complesso strutturato di regole? Nella politica come gioco mediatico, le percentuali di gradimento per il governo schizzano in alto. L'audience appare soddisfatta. Eppure qualcuno dovrà pur chiedersi quali sono le ragioni del consenso che sta accompagnando Silvio Berlusconi.

Dati addirittura "imbarazzanti", ha confessato il premier reprimendo un brivido di piacere di fronte a quel 60 per cento di favorevoli che campeggia nei sondaggi.

L'imbarazzo è un sentimento soggettivo; a sinistra, invece, il picco di popolarità è considerato inspiegabile. Anche osservando da vicino l'azione dell'esecutivo e dei singoli ministri riesce difficile spiegare il perdurare della luna di miele. Difatti, a causa di quelle congiunture economiche sfortunate a cui Berlusconi e Tremonti sembrano condannati, la crescita è praticamente sottozero; l'inflazione ha rialzato la cresta; i consumi flettono; parti consistenti della società italiana avvertono il peso di un andamento economico sfavorevole. Sullo sfondo si intravede l'incubo del Ventinove. E allora?

Allora è probabile che per il momento serva a poco giudicare il governo Berlusconi con le categorie tradizionali della politica e dell'economia. Occorre invece un approccio culturale, se non addirittura antropologico: il governo e i ministri più popolari sono riusciti, chissà se per intenzione esplicita o per un caso fortunato, a imporre un modello, una forma specifica di comunicazione. Anzi, un format.

Come in un programma televisivo di successo, Renato Brunetta, Roberto Maroni, Mariastella Gelmini, e perfino la "new entry" Mara Carfagna, sono riusciti a trasmettere un contenuto secondo modalità standardizzate, di tipo essenzialmente mediatico-televisivo, e quindi a mettersi in comunicazione con il pubblico (ovvero lo stadio di implosione nella privacy a cui è stata consegnata l'opinione pubblica).

Il maestro del format è ovviamente Berlusconi. È stato lui per primo a dare una cornice competitiva e spettacolare alla politica, separando gli italiani "della libertà" dai "comunisti", e quindi a declinare la gara elettorale come un giudizio di Dio fra due Italie separate e inconciliabili. Ma Berlusconi è stato in grado più che altro di dividere, mobilitando la propria parte, fanatizzando ideologicamente i pasdaran del berlusconismo e chiamando a raccolta gli elettori anche più tiepidi contro l'esercito del male, in cui il sostantivo "comunisti" riuniva amministratori, magistrati, sindacalisti, impiegati pubblici, politici fannulloni, insegnanti sessantottini.

Ma in questo modo il consenso non poteva crescere oltre i limiti fisiologici della destra, oltre la sua geografia politica. Per superare il perimetro del voto conservatore occorreva un'invenzione culturale. La Lega, e in particolare Roberto Maroni, hanno aperto la strada, con le iniziative sulla sicurezza e le misure contro l'immigrazione irregolare: ma eravamo ancora nei pressi delle azioni classiche, in cui si individua un nemico vero o virtuale, e lo si etichetta esponendolo alla pubblica opinione, generando così processi dominati dalla configurazione classica del capro espiatorio.

Lo straniero, l'altro, il nomade, identificato come una figura potenzialmente incline a crimini come il furto o lo stupro, capace di violenze inaudite sotto l'effetto della coca, senza rispetto nemmeno per i codici della criminalità autoctona tradizionale.

Il passaggio successivo è stato formalizzato con metodi di rara efficacia da Brunetta, che lo ha pure teorizzato nelle numerose interviste concesse durante l'estate. Nello schema del ministro della pubblica amministrazione, la popolazione nazionale si divide in due parti ben individuate: da un lato, "sessanta milioni" di italiani per bene, contrapposti a un milione di farabutti, fannulloni, lavativi, buoni a niente, sabotatori. Dal lato dei fondamenti empirici, il modello descrittivo di Brunetta è irrilevante.

Ma quanto a capacità di mobilitazione è formidabile. Il format del ministro è un perfetto produttore di consenso, perché colloca la stragrande maggioranza dei cittadini dalla parte del buon senso e della buona volontà, e consegna a una gogna ipotetica un imprecisato milione di italiani (questi sì "imbarazzanti", quindi licenziabili, punibili, penalizzabili dagli ukase ministeriali).

Sarebbe superfluo dire che il format è impreciso, e non descrive nulla della società contemporanea, se non fosse che come modello proposto in pubblico ha successo. Anzi, un successo travolgente. Da un lato rassicura, dall'altro esorcizza. Rassicura i bravi cittadini, gli impiegati onesti, l'intera platea di chi auspica efficienza e rigore nei comportamenti pubblici; esorcizza il rischio di una società contagiata dagli imbroglioni, indifferente ai dettami etici, governata dai criteri di un familismo ancora e sempre amorale.

Naturalmente, il format distorce la realtà nel momento stesso in cui fa entrare a forza le tessere in un mosaico predeterminato. Semplifica con forzature impressionanti, attribuisce responsabilità collettive di procedura alla disposizione individuale, identifica l'inefficienza come il prodotto della furbizia e della neghittosità individuale anziché alla cattiva organizzazione degli apparati.

Non è L'isola dei famosi a essere cattiva in sé; sono un paio di protagonisti, su cui si può concentrare l'animosità degli altri. Ma il format è dannatamente efficace, perché permette a una maggioranza sociale dispersa, anonima, prima di riconoscersi, poi di autoassolversi (nessuno è colpevole, nella soap in cui tutti i cattivi, pochi, sono immediatamente riconoscibili), e infine a sostenere l'azione delle autorità contro questi imprecisati cattivi soggetti, a cui possono essere assegnate tutte le responsabilità.

Non c'è un inventore certo del format. Si è creato per prove ed errori, per tentativi e cambiamenti successivi. Che nel pubblico ci sia una disposizione favorevole, ormai quasi naturale, è fuori dubbio. Basta partecipare a una presentazione dei libri di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (La casta e il più recente La deriva) per rendersi conto che il pubblico si autointerpreta ogni volta come una moltitudine di bravi e onesti cittadini, stupefatti, e anzi angosciati, di fronte all'impazzimento dei meccanismi della politica, agli sprechi, alle piccole e grandi corruzioni delle strutture pubbliche.

Il format è quindi infallibile perché sgrava la coscienza: c'è un'altra Italia, là sullo sfondo, a cui dare la colpa. Un'Italia fortunatamente minoritaria, insignificante anche numericamente rispetto ai sessanta milioni di italiani brava gente, i quali possono deprecare scuotendo la testa il residuo milione di cattivi soggetti.

Il contenuto populista del format è fortissimo: in primo luogo perché inibisce qualsiasi distinguo. Sottilizzare è vietato: non vorrete stare dalla parte dei fannulloni, o dei corrotti. Attribuire la responsabilità dei disfunzionamenti a questioni di struttura e di imperfezione degli apparati è uno dei vizi della sinistra e del sindacato. Sono sciocchi giustificazionismi: bisogna licenziare gli assenteisti, mandare a domicilio le visite fiscali, colpire i fannulloni nel vivo dello stipendio, mettere in galera i corrotti e tenerceli.

Ma più ancora che di populismo si tratta di demagogia allo stato puro: i progetti e i provvedimenti del ministro Gelmini sul voto in condotta, i grembiuli, il "maestro unico" implicano tutti l'idea di un "ritorno" a una condizione nostalgica, in cui l'autorità e l'ordine erano sanciti da rapporti sociali e codici culturali apparentemente immutabili (e purtroppo distrutti dal "nullismo" del Sessantotto, come ripete spesso Giulio Tremonti, ministro che dichiara di ispirarsi sinteticamente al motto "Dio, patria e famiglia").

Dovrebbe essere chiaro che non si esce a ritroso dalla modernità, e che gli anni Cinquanta non sono riproducibili per decreto se non, per l'appunto, nella realtà artificiale del format. Il revanscismo dei ministri del Pdl conduce a una fiction: nessuno dei nessi e nessuna delle contraddizioni della modernizzazione, nessuno dei processi descritti a suo tempo da Max Weber, viene affrontato dagli applauditi serial della destra.

Eppure le semplificazioni, almeno per ora, generano consenso. Le scorciatoie mobilitano risorse affettive, emotive, sentimentali nella società. Rappresentano un antidoto al nichilismo, allo sradicamento morale e all'assenza di senso caratteristici dell'età contemporanea. Offrono soluzioni vicarie di fronte agli choc generati dalle scie vertiginose della globalizzazione.

Perfino i poveri, infatti, nelle soap sono pochi, e risultano trattabili con espedienti come la social card, non con gli apparati "socialisti" dello stato sociale, come ha spiegato da sinistra Laura Pennacchi nel suo ultimo libro, La moralità del Welfare. Contro il neoliberismo populista, editore Donzelli, pagg. 260, euro 27). Il format offre soluzioni, ma in genere si tratta di soluzioni narrative. Cioè terapie che portano all'individuazione della causa, come se la causa fosse una sola, e la curano con un colpo di scena o un happy ending. Formidabile, per esempio, la trama allestita da Mara Carfagna sulla punizione on the road

Mentre il numero stesso dei frequentatori dei viali, e la straordinaria varietà dell'offerta erotica, mostrano una realtà proliferante, in crescita continua, legata sia a scelte individuali sia a macrocircuiti illegali, sostanzialmente incontrollabili con i metodi di polizia.

Cioè una realtà "sociale". Un mercato. Eppure il romanzetto rassicurante di pochi peccatori da colpire con la mano dura è irresistibile. È la tolleranza zero, o una sua imitazione. È il decisionismo che corregge funzionamenti complessi con misure di fantastica semplicità. È il format, amici telespettatori. di prostitute e clienti: come se la realtà metropolitana fosse costituita da pochi devianti, dediti agli incontri sessuali nelle periferie, da dissuadere con le maniere forti.
postato da: majortom79 alle ore settembre 18, 2008 11:10 | link | commenti (1)
categorie:
mercoledì, 17 settembre 2008

Apartheid a Treviso: tolleranza doppio zero

di Toni Fontana

«Se non ci fossi tu non saremmo mai venuti qui - dicono balbettando - non ci vogliono, non ci sopportano». Eppure nessuno ha gridato "arabo di merda". «Non lo dicono, ma lo pensano - ribatte Khalid - se portassimo qui i nostri figli a giocare - aggiunge indicando un gruppetto di bimbi che offre grano ai piccioni - si crerebbe il vuoto attorno a loro». Nessuno parla, nessuno offende, occorre osservare con discrezione per cogliere certi sguardi che solo i veneti sanno fare, occhi fulminei che sfiorano la barba di Khalid e tagliano l’aria. E dicono tutto.

A Treviso la partita si sta facendo pesante, qualcuno teme che prima o poi ci scapperà il morto, come a Milano. Ma non saranno i tranquilli ospiti del caffè in piazza dei Signori a sfoderare spranghe e coltelli. Dietro le quinte si preparano gli uomini di Klu Klux Klan e i mandanti hanno già impartito gli ordini: "tolleranza doppio zero". Sui telefonini degli amici di Khalid, giovani musulmani di seconda generazione, i bit annunciano messaggi con minacce di morte. Chi ha affittato loro i locali di un ex supermercato a San Liberale, popolosa periferia ad "alta intensità di stranieri", è stato avvertito: attento a te, potresti morire. Quasi tutte le notti partono i raid e sulla mura del locale affittato compaiono scritte come "Allah-Satana, il figlio di Satana è Maometto". Domenica a Venezia, dal palco leghista, il pro-sindaco Gentilini ha letto la nuova dichiarazione di guerra: «Macché moschee, gli immigrati vadano a pregare e a pisciare nel deserto». La cupola leghista ha deciso: Treviso sarà la capitale della nuova crociata contro l’Islam. L’odio dispensato a piene mani da anni ha attecchito e si annunciano tempi duri.

A Treviso vi sono 84mila immigrati, la maggior parte in regola, lavorano nelle fabbriche, pagano i contributi, producono ricchezza che serve per assicurare le pensioni dei nostri anziani (il 5% del pil in Veneto). La prima generazione ha sgobbato senza fiatare. Ora si affaccia la seconda, ragazze e ragazzi che hanno assorbito stili di vita occidentali e che vivono con angoscia "l’apartheid" imposto dai leghisti. Meryem ha 21 anni, studia economia internazionale all’università di Padova, parla cinque lingue, l’italiano con inflessione veneta: «Fin da bambini si impara che cos’è il razzismo, alcuni dio noi si abituano a subire, non reagiscono, io ho imparato a dare una sberla a chi mi insulta. Noi non vogliamo più essere cittadini di serie B, esclusi, emarginati, molti hanno il passaporto italiano, il lavoro non manca, ma la città è off limits, ci accettano solo quando lavoriamo, poi dovremmo rintanarci nelle nostra case di periferia». Moschea-banlieue, dicono i ragazzi dell’associazione presieduta da Meryem, sognando le rivolte di Parigi. Quando Meryem sale sull’autobus le parlano male degli immigrati credendola italiana, ma fanno un passo indietro quando scoprono che è nata in Marocco. In questura sono arrivate molte segnalazioni di pendolari. Dicono che quando un nero viene trovato senza biglietto viene scaricato in mezzo alla campagna. «O viene portato al commissariato - dice Yaguine, un ragazzo della Costa d’Avorio - molti sono stati fermati solo perché non avevano il biglietto. Ai bianchi non succede. Presto ci saranno gli autobus per i bianchi e quelli per i neri». E l’ispiratore è sempre lui: Putin-Gentilini. Non potendo farsi rieleggere per la terza volta alla carica di sindaco, ha trovato un sostituto di paglia , Gobbo, e continua a comandare lui. Tre i capisaldi della sua filosofia. 1) I negri? «Si vestano da leprotti così i cacciatori possono fare pin pin con il fucile. 2) L’Islam? un cancro che va estirpato prima che arrivi la matastasi. 3) Il fascismo? Ho nostalgia di una maschia gioventù che ubbidiva e lavorava». Tanti i discepoli. In una fabbrica hanno messo un cartello anonimo: «Aperta la stagione venatoria, sparate a negri e comunisti». La Cgil ha presentato una denuncia. «Queste non sono sparate - spiega lo scrittore Tiziano Scarpa - loro vogliono "rompere i coglioni" agli immigrati, far sapere che non saranno mai dei nostri, come noi, vogliono intimorire, infastidire». In un comune della provincia il sindaco ha riservato le borse di studio ai soli bambini "bianchi", quando un’altra amministrazione ha concesso la palestra di una scuola per il Ramadan i genitori di molti allievi hanno tenuto a casa i figli e preteso una "disinfestazione". Da 5 anni anni la comunità islamica cerca un luogo per la preghiera del venerdì. Gentilini ha usato tutti gli strumenti "urbanistici" e di polizia per vietare i raduni dei fedeli di Allah che pregano nei parcheggi dei supermercati, dentro edifici offerti per una sola volta da alcune amministrazioni. Da alcuni giorni una troupe di Al Jazeera sta firmando le preghere per il Ramadan e quello di Treviso sta diventando un caso internazionale. Vista l’assenza di risultati Meryem ed alcune ragazze della Seconda Generazione hanno promosso una spaccatura nella comunità islamica ed organizzato alcuni incontri di preghiera nel parcheggio dello stadio del rugby alla periferia di Treviso. Gentilini ha mandato i vigili ed ha chiesto e ottenuto l’intervento della polizia. I giovani musulmani hanno affittato l’ex supermercato di via Puglie: «Vogliamo promuovere corsi di italiano per i nostri immigrati, e corsi di arabo per gli italiani che ce l’hanno chiesto - dice Meryem - la gente del quartiere ci saluta e ci aiuta, loro, Gentilini e i suoi ci odiano, ma noi vogliamo solo aiutare la nostra gente». «Vadano a pisciare altrove» - tuona lo sceriffo. Il consigliere leghista Antonio Fanton, un pasdaran di Gentilini, si trovava "per caso nei paraggi" e lamenta un’aggressione. «Ci ha provocato - ribattono i giovani di Seconda generazione - sputava per terra e insultava». Poi sono comparse le scritte, quindi le minacce di morte. Gentilini ha trasformato il Ramadan in una guerra senza quartiere, totale: «Estremisti, terroristi, se dovessero realizzare un assembramento scatterà lo sgombero». I ragazzi vivono nell’angoscia, da un momento all’altro possono scattare le manette. Con loro si è schierato il parroco di Sal Liberale, don Paolo Zago e Gentilini ha attaccato anche lui: «boicottate la parrocchia» - ha urlato. Ma i fedeli non lo hanno ascoltato. Il presidente della Provincia, il leghista Muraro, ha avuto un’idea per risolvere il problema: «evangelizziamo i musulmani».
postato da: majortom79 alle ore settembre 17, 2008 09:58 | link | commenti (3)
categorie:
martedì, 16 settembre 2008

Tutti d'accordo sul PM avvocato della polizia?

di Bruno Tinti (Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino)

Gli accordi in materia di giustizia che si profilano tra destra e sinistra sono preoccupanti.

I cultori della procedura penale saranno lieti di un incipit molto preciso: l’indicazione delle norme che regolano i rapporti tra Procura della Repubblica e Polizia Giudiziaria. Queste sono: l’art. 109 della Costituzione, secondo cui la Magistratura dispone direttamente della Polizia Giudiziaria; e numerosi articoli del codice di procedura penale: il 58, secondo cui la Procura dispone (presso i propri uffici) di una sezione di Polizia Giudiziaria e si serve di questa per compiere le indagini (ma non solo; può servirsi anche di qualsiasi altra Polizia Giudiziaria); il 59, secondo cui la Polizia Giudiziaria in servizio presso la Procura dipende direttamente dal Procuratore della Repubblica e non può essere trasferita ad altro ufficio o adibita a servizi diversi se non per ordine del Procuratore; il 327, secondo cui il Pubblico Ministero dirige le indagini; il 330, secondo cui il Pubblico Ministero e la Polizia Giudiziaria prendono notizia dei reati di propria iniziativa e ricevono le notizie di reato; il 347, che obbliga la Polizia Giudiziaria a riferire senza ritardo al Pubblico Ministero i reati di cui è venuta a conoscenza; il 348 secondo cui, una volta che la Procura sia stata avvertita che è stato commesso un reato, la direzione delle indagini spetta al Pubblico Ministero.

Per evitare diatribe che ritengo poco costruttive, sia chiaro che si tratta di un sintetico resoconto del contenuto di questi articoli che, se taluno vuole leggere integralmente, sono rintracciabili in qualsiasi codice. E sia chiaro anche che di norme che riguardano questo argomento ce ne sono altre ma che, ai fini di quello che voglio raccontare, mi servono solo queste.

Per quelli che preferiscono un racconto più agevole, dirò che in pratica le cose si svolgono così.

La Procura della Repubblica dispone di un certo numero di poliziotti giudiziari; nel termine poliziotti giudiziari sono compresi Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza.

Questi poliziotti sono alle dirette dipendenze del Procuratore, nessuno che non sia il Procuratore (o i Sostituti, si capisce) può dare loro ordini; non possono essere trasferiti né possono essere adibiti a servizi diversi da quelli che svolgono presso la Procura.

Insomma un corpo di polizia piccolino ma autonomo e indipendente esattamente come i magistrati della Procura.

Con questa task force, ripeto, piccolina ma efficiente, le Procure lavorano.

E su cosa lavorano? Su quello che gli arriva; infatti, ogni giorno la Procura riceve le cosiddette notizie di reato: si tratta dei rapporti della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Forestale, dell’INPS, dell’Ispettorato del lavoro, dei Vigili Urbani etc; a questi rapporti di autorità pubbliche si aggiungono denunce e querele (c’è una differenza ma per la nostra storia è irrilevante) presentate dai privati cittadini; arrivano anche relazioni inviate da pubblici ufficiali (per esempio altri giudici, in genere quelli che si occupano di civile, oppure notai o impiegati del Comune etc.) che, nel corso della loro attività, sono venuti a conoscenza di fatti che, secondo loro, costituiscono reato; infine gli stessi Procuratori della Repubblica o i loro Sostituti possono aprire un’indagine a seguito di notizie raccolte direttamente, magari da un giornale, da un servizio televisivo, dalla constatazione diretta di un fatto.

Tutto questo viene valutato dalla Procura che decide se aprire un’indagine o no; se ritiene di farlo (potrebbe non ravvisare alcun elemento illecito in ciò che le viene raccontato) si procede alle iscrizioni nel registro e via con il lavoro.

Qui le modalità di lavoro sono varie: talvolta si utilizzano i poliziotti che stanno in Procura; talaltra quelli che hanno mandato la notizia di reato, talaltra ancora poliziotti di altre città (perché magari le indagini si debbono fare in quel posto).

Insomma, il Pubblico Ministero lavora con la Polizia Giudiziaria che più rapidamente ed efficientemente può fare le indagini. E può fare questo perché ci sono gli artt. 109 della Costituzione e 327 del codice di procedura penale che attribuiscono al PM la direzione della Polizia Giudiziaria.

Alla fine, tra PM e poliziotti, l’indagine finisce; talvolta si archivia, talvolta si fa il processo.

Come credo tutti sappiano, uno dei problemi che angustiano la nostra classe politica (tutta, purtroppo il problema non si limita a Berlusconi e soci; fosse così qualche speranza ci sarebbe) è quello di impedire che le malefatte sue e dei suoi fiancheggiatori vengano scoperte, “indagate” (sarebbe a dire sottoposte ad indagini dal PM) e, se del caso, processate. Solo che la soluzione radicale, l’abrogazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, ha il difetto di richiedere una modifica della Costituzione; e finora con questa tattica non gli è andata molto bene.

Per chi non avesse le idee chiare su cosa significhi obbligatorietà dell’azione penale (nulla di strano, io so poco, qualcuno ritiene pochissimo, di diritto e nulla di tutte le altre scienze) ho cercato di spiegare la cosa con un articolo che si trova a questo link. (*)

Così pare che ne stiano studiando un’altra, magari non così radicale e quindi con qualche buco residuo, ma che darebbe risultati abbastanza buoni (si capisce dal loro punto di vista).

Allora: modificare la Costituzione è difficile; ma modificare la legge ordinaria è semplice: il Parlamento sta lì per firmare quello che decide il Governo, i numeri ci sono; l’opposizione è d’accordo; una cosetta un po’ tecnica, che nessuno capisce bene, passa come niente.

Basterebbe abrogare gli artt. 58 e 59 del cpp.

A questo punto la Procura continuerà a disporre direttamente della Polizia Giudiziaria ex art. 109 della Costituzione; ma di quale Polizia Giudiziaria? Beh, di quella che vive e lavora nelle questure, nelle caserme, nei commissariati, nelle stazioni.

E come ne disporrà? Semplice, manderà le sue disposizioni al comandante di questa o quella questura o caserma e questi incaricherà il sovrintendente Tizio, il maresciallo Sempronio e poi magari il maresciallo Caio, perché Sempronio è stato trasferito, di procedere con le indagini.

Insomma la Procura resterà un generale senza esercito, con la facoltà di dare ordini a tanti colonnelli che, loro si, avranno la direzione e il controllo della truppa; e che faranno svolgere l’indagine con le persone, le modalità e i tempi che decideranno.

Già questo sarebbe la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale; in fatto naturalmente, in diritto e secondo quanto previsto dalla Costituzione tutto sarebbe regolare.

Perché è ovvio quello che potrebbe succedere: massima solerzia e disponibilità per spaccio di droga, omicidio dell’amante o del coniuge (ma per il coniuge un po’ di più), sequestro di persona, rapina alle poste, furto al supermercato e per tutta la sterminata platea di reati in materia di immigrazione. Quando si cominciasse con frodi fiscali, falso in bilancio, riciclaggio corruzione, peculato, abuso d’ufficio, finanziamento illecito dei partiti: eh allora, caro PM, gli uomini sono quelli che sono, abbiamo tanto da fare, evaderemo al più presto la sua richiesta etc etc.

E non perché la Polizia Giudiziaria non sia piena di bravissime ed onestissime persone; ma perché, a differenza dei magistrati e dei poliziotti che lavorano oggi in Procura ex artt. 58 e 59 del cpp, la Polizia Giudiziaria che non è alle dirette dipendenze della Procura non è autonoma né indipendente. Ha superiori gerarchici. E, alla fine della catena di comando, ci sono i Ministri, e quindi il Governo. E, se il Ministro dell’Interno ordina al Prefetto che ordina al Questore che ordina al Dirigente che ordina al Maresciallo e via così, allora c’è poco da fare.

E il Ministro dell’Interno, in certi casi, ordina, ordina molto.

Poi, naturalmente, la riforma (si capisce mirata a recuperare la rapidità e l’efficienza del processo e dunque fatta nell’interesse di tutti i cittadini) potrebbe anche essere migliorata (sempre dal loro punto di vista).

Da parecchio tempo estemporanei legislatori suggeriscono di modificare l’art. 330 del cpp, quello che prevede che il PM e la PG prendono notizia dei reati di propria iniziativa; basterebbe, hanno virtuosamente suggerito, eliminare le parole “Il pubblico ministero”, roba da poco.

Conseguenza? Il Presidente della Camera si immerge illegittimamente (illegalmente?) nel parco di Giannutri; la Polizia Giudiziaria non comunica la cosa alla Procura competente; se il Procuratore ritiene che la cosa costituisce reato non può procedere ad aprire un’indagine perché lui, da solo, non può “prendere notizia del reato”, glielo deve comunicare la PG.

E, se il Ministro dell’Interno, amico e compagno del Presidente della Camera, dice al Questore o al Generale dei CC competenti per territorio di guardarsi bene dal fare rapporto; eh, allora sarà difficile che la notizia di reato in Procura ci arrivi e che si possa aprire un fascicolo.

Già, però, nella maggior parte dei casi, la Polizia Giudiziaria il rapporto lo deve comunque trasmettere (non si dice proprio così, il “rapporto” non c’è più, si chiama CNR, Comunicazione della notizia di reato; ma cerchiamo di capirci con facilità; pensate che la prigione si deve chiamare Casa Circondariale; però io continuo ad avere il dubbio che se la chiamassi così molti mi chiederebbero dove diavolo si mandano gli arrestati che si suppone debbono andare in prigione e non in pensione. Appunto). E dunque, quando il fatto è con evidenza illecito, per forza il pallino passerà al PM; e magari questo indaga; e indaga dove non dovrebbe.

Beh, e se modificassimo l’art. 347 c.p.p.? La PG deve trasmettere il rapporto in Procura, è vero; ma se eliminiamo le parole “senza ritardo”, magari glielo trasmetterà si, ma quando sarà più opportuno, meno dirompente, magari quando qualcuno che conta sarà stato avvisato, avrà avuto tempo di sistemare le cose …

Di nuovo, tutto ciò potrebbe avvenire non perché Polizia e Carabinieri sono tutti disonesti; ma perché comunque “obbediscono”; e chi comanda le sue esigenze ce l’ha ….

Non è difficile fare una riforma del genere: pensate che, fino al 1992, la PG doveva trasmettere il rapporto entro 48 ore; poi, come si è detto, queste 48 ore sono diventate “senza ritardo”; e magari domani resterà solo il “deve trasmettere”.

E infine, che ci vuole a modificare anche l’art. 348? Basta abrogare il comma 3, quello che prevede che la Polizia Giudiziaria, dopo che l’indagine è stata aperta dal PM, compie gli atti specificamente da lui delegati eseguendone le direttive. Basta, via, la Polizia Giudiziaria indaghi come vuole, riferisca al PM quello che vuole e lui, al massimo, chiederà ulteriori informazioni.

Insomma, senza ammazzarsi in battaglie per la riforma della Costituzione, senza scomodare le grandi questioni della separazione delle carriere e dell’obbligatorietà dell’azione penale, è sufficiente impedire al PM di prendere autonomamente notizia dei reati, di disporre di una Polizia Giudiziaria alle sue dirette dipendenze e di dare direttive a questa Polizia per l’esecuzione delle indagini.

Ecco come si può far diventare il PM “avvocato della polizia”, che vuol dire avvocato del Governo. Un avvocato che riceve un processo bello e confezionato e deve solo sostenere l’accusa davanti al Giudice, sulla base degli elementi che la Polizia gli ha fornito; e solo di quelli.

Ah dimenticavo: un avvocato, soprattutto, che non riceve i processi che il Governo non vuole che si facciano.
postato da: majortom79 alle ore settembre 16, 2008 11:46 | link | commenti
categorie:
venerdì, 12 settembre 2008

Replica di Francesco Messina a Giuggi circa il dibattito apertosi sul blog MUROCONTROMURO


1) Lei contesta le mie affermazioni sulla QUALITA' e MODERNITA' della Costituzione italiana, ma non porta alcun elemento scientifico a sostegno della sue tesi.

Non ha citato alcuno studio scientifico autorevole e, soprattutto, CONDIVISO, né ha riportato alcuna posizione UFFICIALE degli organi degli altri Paesi europei a cui ha fatto riferimento o, in mancanza, della stessa COMUNITA' EUROPEA.

E allora è meglio chiarire il tema con l'ausilio anche di qualche documento ufficiale.

Il CSM italiano della Costituzione del 1948 rappresenta, come è stato da tempo sottolineato, il punto nodale di un nuovo ed originale modello di organizzazione giudiziaria. Esso ha influenzato sensibilmente i sistemi costituzionali di molti Paesi europei che nell’ultimo mezzo secolo hanno riconquistato la democrazia.

Sul punto, Lei potrà avere tutte le personali riserve possibili sulle opinioni di Alessandro Pizzorusso, ma resta il fatto che questo Autore è fra i più autorevoli espressi dalla cultura giuridica italiana.

Egli avrà, come tutti, commesso i suoi errori, ma sull'argomento di cui stiamo trattando -dal quale non ci può distaccare autonomamente in base alle REGOLE della CORRETTA argomentazione- ha scritto, ad esempio, su il “Commentario alla Costituzione, Zanichelli-Foro Italiano, Bologna-Roma, 1992 (opera non proprio residuale nel panorama culturale e giuridico italiano!)

La singola vicenda di Giovanni Falcone risulta poi non essere PERTINENTE in una discussione che riguardava, invece, la riflessione teorica sui sistemi costituzionali; in sostanza è estrinseca rispetto al tema trattato.

A meno che quell' “improvviso” riferimento a un evento storico diverso (la vicenda del CSM su Giovanni Falcone) non sia, in realtà, il tentativo di “depotenziare” l'autorevolezza e la credibilità dello studioso Pizzorusso (insomma una sorta di “argumentum ad hominem”).

Una terza grave violazione delle regole del corretto scambio dialettico la ritrovo nell'ambiguità della sequenza di eventi da lei descritti sulla vicenda di Giovanni Falcone per la nomina a Procuratore antimafia. In quell'occasione sono stati commessi errori di valutazione, errori che furono ricordati soprattutto da Ilda Boccasini, la collega di Milano nella cui statura morale e professionale mi riconosco appieno, e che è stata poi oggetto negli anni successivi di attacchi violentissimi provenienti da parte del mondo politico in relazione all'attività professionale che la vedeva impegnata insieme a Gherardo Colombo.

Tuttavia, come ho detto, la mancanza di chiarezza e di analisi su un evento tra i più drammatici e complessi della storia repubblicana (dimenticando di precisare quanto è emerso da molti atti processuali che riguardano quell'omicidio in ordine agli esecutori di quell'omicidio e alle  dinamiche storiche nel quale venne commesso), andrebbero evitata. 

Rimanendo, quindi, ancorati allo specifico tema (il rapporto fra sistema istituzionale italiano riguardante la Magistratura e sistemi degli altri Paesi europei), è bene sapere che il modello italiano di CSM ha, come è noto, influenzato direttamente le costituzioni democratiche della Spagna e del Portogallo (più recenti di quella italiana per i noti fatti storici).

Ma vi è di più!

Infatti deve essere sottolineato che l’idea di un organo di governo autonomo del potere giudiziario è stata significativamente proposta ANCHE dal Consiglio d’Europa.

Tale organismo, al fine di assicurare l’indipendenza ed imparzialità (che sono i presupposti del giusto processo secondo l’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), il 10 luglio del 1998 ha approvato la “Carta europea sullo Statuto dei giudici” di cui è importante conoscere dal testo UFFICIALE in ligua francese, inglese (con trad. italiana) un passaggio altamente significativo:

Fr. “Pour toute décision affectant la sélection, le recrutement, la nomination, le déroulement de la carrière ou la cessation de fonctions d'un juge ou d'une juge, le statut prévoit l'intervention d'une instance indépendante du pouvoir exécutif et du pouvoir législatif au sein de laquelle siègent au moins pour moitié des juges élus par leurs pairs suivant des modalités garantissant la représentation la plus large de ceux-ci”

Ing. “In respect of every decision affecting the selection, recruitment, appointment, career progress or termination of office of a judge, the statute envisages the intervention of an authority independent of the executive and legislative powers within which at least one half of those who sit are judges elected by their peers following
methods guaranteeing the widest representation of the judiciary”

It. “Per ogni decisione riguardante la selezione, il reclutamento, la nomina, lo svolgimento o la cessazione delle funzioni di un giudice o di una giudice, la statuto prevede l'intervento di un organo indipendente dal potere esecutivo e dal potere legislativo in seno al quale si trovano almeno per la metà giudici eletti da loro pari secondo modalità che garantiscano la larga rappresentanza di costoro”.

E' agevole notare che su questi temi l'Europa ha ampiamente recepito i principi dell'esperienza italiana.

Inoltre, sempre presso l'Unione europea, è stata prevista l'istituzione una “Rete europea dei Consigli della giustizia” quale strumento di collegamento tra Consigli superiori e istituzioni equivalenti.

Dall’ottobre 2000 è operativa la “Rete europea di formazione giudiziaria”, in cui un ruolo significativo ha già svolto il nostro CSM, al cui delegato è stato attribuito il ruolo di SEGRETARIO GENERALE.

Ne consegue che le affermazionidel sig. "Giuggi" su una presunta “distanza di anni luce rispetto al modello italiano” degli altri sistemi europei, oppure sul fatto che i giudici europei “non si sognerebbero mai di ispirarsi al modello giudiziario made in Italy”, non solo non hanno fondamento, ma sono anche smentite da FATTI di significato esattamente contrario.

Se fosse stato vero l'assunto del sig. “Giuggi”, mai si sarebbe pensato di affidare a un delegato del CSM italiano i compiti dirigenziali di un importantissimo organo sovranazionale.

Quello del nostro Paese è, piuttosto, un MODELLO istituzionale di cui essere orgogliosi e da preservare gelosamente perché CSM ed indipendenza della magistratura sono inscindibilmente connessi, come ebbe a ricordare un grande magistrato come Andrea Torrente (sulle cui opere penso che il sig. "Giuggi" abbia studiato): «Riferire sui precedenti storici del Consiglio superiore della magistratura equivale a scrivere la storia del progressivo affermarsi, non solo nella coscienza collettiva, ma anche nel nostro ordinamento positivo, del principio dell'indipendenza dei giudici dal potere esecutivo» (Andrea Torrente, Consiglio superiore della magistratura, in "Enciclopedia del diritto", Giuffré, Milano, vol. n.13, anno 1961).

2) Il sig. “Giuggi” poi si è molto, troppo, brevemente soffermato sulla storia associativa dei magistrati, giungendo a conclusioni quantomeno apodittiche.

Ricordo a tutti che nell’aprile del 1904 n.116 magistrati in servizio in Puglia sottoscrissero un documento, divenuto noto come il “Proclama di Trani”, diretto al capo del governo ed al ministro della giustizia con il quale si sollecitava la riforma dell’ordinamento giudiziario.

Il 13 giugno 1909 a Milano si costituì a Milano l’AGMI, Associazione generale tra i magistrati italiani, che tenne a Roma il suo primo congresso nel 1911.

A seguito del rifiuto dei dirigenti dell'AGMI di trasformare l'associazione in SINDACATO FASCISTA, l'assemblea generale tenuta il 21 dicembre 1925 deliberò lo scioglimento dell'AGMI. L'ultimo numero de “La magistraturadel 15 gennaio 1926, pubblicò un editoriale non firmato dal titolo "L'idea che non muore", che si concludeva con queste parole che dovrebbero essere lette da tutti gli italiani, soprattutto i più giovani: “..Forse con un po' più di comprensione -come eufemisticamente suol dirsi- non ci sarebbe stato impossibile organizzarsi una piccola vita senza gravi dilemmi e senza rischi, una piccola vita soffusa di tepide aurette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di qualche satrapia... La mezzafede non è il nostro forte: la “vita a comodo” è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire”.

Fu per tale motivo che il regime fascista, con RD 16 dicembre 1926, destituì dalla magistratura i più noti dirigenti dell'associazione a cominciare dal segretario generale Vincenzo Chieppa, che si disse essere stato autore dell'articolo citato. Dopo la caduta del fascismo e il ritorno della democrazia nell’aprile del 1945 si ricostituì la Associazione nazionale magistrati italiani.

Vincenzo Chieppa venne riassunto in magistratura e ne divenne uno dei dirigenti.


Oggi il ruolo delle libere associazioni di giudici è stato riconosciuto dal Consiglio d’Europa nella “Carta europea sullo Statuto dei giudici” approvata a Strasburgo il 10 luglio 1998:

Le associazioni di magistrati operano in tutti i 45 paesi aderenti.

Riporto il documento UFFICIALE, sia in francese che in italiano, che stabilisce principi rilevantissimi.

Fr. “Les organisations professionnelles constituées par les juges et auxquelles ils peuvent tous librement adhérer contribuent notamment à la défense des droits qui sont conférés à ceux-ci par leur statut, en particulier auprès des autorités et instances qui interviennent dans les décisions les concernant. Les juges sont associés par leurs représentants et leurs organisations professionnelles aux décisions relatives à l'administration des juridictions, à la détermination de leurs moyens et à l'affectation de ceuxci sur le plan national et sur le plan local. Ils sont consultés, dans les mêmes conditions, sur les projets de modification de leur statut et sur la définition des conditions de leur rémunération et de leur protection sociale

It. Le organizzioni professionali costituite dai giudici ai quali essi possono liberamente aderire, costituiscono un particolare modo alla difesa dei diritti che sono conferiti a costoro in virtù del loro Statuto, in particolare presso Autorità e Organi che intervengono nelle decisioni che li riguardano.

I Giudici sono resi partecipi dai loro rappresentatnti e dai loro organizzazioni professionali alla decisioni relative all'amministrazione della giurisdizione, alla determinazione dei loro mezzi e all'assegnazione di questi nel piano nazionale e locale. Essi sono consultati, nelle stesse condizioni, sui progetti di variazione del loro statuto e sulla definizione delle condizioni della loro retribuzione e della protezione sociale
.

Ancora una volta emerge, quindi, una forte sintonia tra i principi della Carta europea e l'esperienza della magistratura italiana affinatasi negli ultimi 60 anni.

E d'altra parte ai Congressi dell'ANM e delle sue correnti partecipano i rappresentanti delle due associazioni europee Aem e Medel, oltre che della Uim.

Se fosse vero ciò che afferma il sig. “Giuggi” (..."mai i giudici si sognerebbero di ispirarsi al modello giudiziario made in Italy.."), non sarebbe comprensibile perchè poi i magistrati europei partecipino in numero amplissimo in Italia nelle occasioni Ufficiali nella Magistratura associata.

Altro straordinario esempio di QUALITA' del modello italiano è la proposta di un pubblico ministero europeo, già avanzata già nel 1996 con il “Corpus Juris” sulle disposizioni penali per la protezione degli interessi finanziari dell’Unione Europea ed elaborata da un gruppo di esperti diretti da Mireille Delmas-Marty.


E' importante segnalare che la figura del Pubblico Ministero italiano viene presa ancora una volta a modello tanto che all'art. 18, comma 2, si legge: “Il Pubblico Ministero europeo è indipendente sia nei confronti delle autorità nazionali sia nei confronti degli organi comunitari.

Questa caratteristica di indipendenza del PM, che è estranea alla tradizione giuridica di molti paesi, sembra farsi avanti da più parti.

E' da segnalare, ad esempio, l’art. 42 della Convenzione di Roma del 17 luglio 1998 sul Tribunale penale internazionale dove si legge: “Il Pubblico Ministero non sollecita né accetta istruzioni da alcuna fonte esterna”.

La normate è stata ripresa quasi testualmente dall’art. 16.2 dello Statuto sul Tribunale penale de L’Aja per i crimini nell’ex-Yugoslavia annesso alla risoluzioni 827 del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 25 maggio 1993.

Sono fatti che dovrevvero essere ricordati dai cittadini italiani quando si discetta, con grande superficialità, di separazione delle carriere.


Ultime considerazioni.

Le parole del giurista tedesco citato dal sig. “Giuggi” sono inadeguate per due motivi:

a) perchè il giurista considera SOLO la situazione tedesca

b) perchè il giurista tedesco NON compie alcun paragone con la situazione italiana.

Come penso sappiano tutti, la situazione culturale, etica e di storia criminale tedesca non è in alcun modo paragonabile a quella del nostro Paese. Se è noto che si possono usare gli stessi parametri di valutazione SOLO se si hanno medesime premesse di partenza, se ne deduce che l'esempio fornito dal sig. "Giuggi" non è congruo e induce a erronee conclusioni.

Come ha già scritto il dott. Victor Rivera Magos, l'Italia è l'unico Paese del mondo occidentale (compresa ovviamente la Germania) in cui sono stati ammazzati 25 magistrati in conseguenza del loro lavoro. Come mai è accaduto?

In Italia, a differenza della Germania, non c'è una parte ampia del terroritorio nazionale gestita dalla criminalità organizzata. Come mai è accaduto e continua ad accadere ?

In Germania non c'è stato un fenomeno corruttivo come quello scoperto in Italia all'inizio degli anni 90; e il cancelliere Helmut koll si è dimesso per fatti molto meno gravi di quelli accertati in Italia.
In Italia, invece, malgrado i pressanti inviti della Comunità Europea dal 2003, non è stata varata una normativa tesa a combattere i reati contro la Pubblica Amministrazione e la trasparenza contabile. Anzi è accaduto il contrario, attraverso una legislazione processuale che ha mutato, IN CORSO DI GIUDIZIO LE REGOLE PROCESSUALI. Sono fatti mai accaduti in altri Paesi del mondo occidentale.Come mai è stato diverso nel nostro Paese?

In Germania esiste un controllo etico politico sociale che è preliminare al controllo della magistratura e non ci potrebbe permettere di dire quello che è stato detto nei confronti dei magistrati, come avviene in Italia.

Con questo voglio dire che i contesti sono radicalmente diversi.

Nella storia italiana politico-giudiziaria italiana ci si è dovuti confrontare con fatti gravissimi (stragi e fenomeni terroristici che non hanno eguali in Europa anche per durata). E' stato possibile che si potesse titolare sui giornali di tutta Europa "Palermo come Beirut", con riferimento alla bomba di via Pipitone Federico che ucci Rocco Chinnici; è stato possibile, dopo l'attentato di via D'Amelio, inciampare nel braccio di Paolo Borsellino (testimonianza di Giuseppe Ayala quando arrivò sul posto) che era staccato di quasi 50 metri dal corpo; o in parti del corpo di poliziotti trovati all'ottavo piano di alcuni palazzi circostanti; si potuta fotografare l' "ombra" di due bambini impressa a quasi 60 metri di altezza su un immobile situato nel luogo dove si cercò di ammazzare Carlo Palermo (che dopo quella esperienza tragica ha lasciato la magistratura); si sono potute fotografare le scarpe del collega Mario Amato, appena ammazzato e rimasto per terra vicino alla fermata dell'autobus, che avevano una rudimentale copertura di cartone per riparare un buco della suola (quelle immagini fecero il giro del mondo e solo dopo quell'episodio delittuoso fu prevista una indennità giudiziaria).

Mi fermo qui perchè altri particolari sono ancora più inquietanti, ma ho valuto ricordare qualcosa di diverso dall'immagine del quiz televisivo davvero inadeguata a dare soluzioni per il futuro (a proposito: una apparizione del genere non potrebbe aversi in Italia perchè non avrebbe l'autorizzazione del CSM in quanto lesiva dell'immagine della magistratura). In ogni caso provi a pensare se ai tanti colleghi uccisi, minacciati e gratuitamente denigrati non piacerebbe la comoda serenità di quel giudice tedesco. A me basta ritrovarmi nell'immagine del magistrato senza speranza ma anche senza timore per sentirmi gratificato.
  

Ebbene è davvero singolare poi che la difesa più autorevole ai magistrati italiani sia venuta dai loro colleghi inglesi e, in particolare, da un organo di massimo livello Istituzionale.

Nel 1996 l’Alta Corte di Giustizia londinese, a mezzo del suo rappresentante Lord Simon Brown, nella motivazione della decisione del 23 ottobre 1996 con la quale la High Court of Justice respingeva un ricorso, ha scritto: «Non accetto in nessun modo che il desiderio della magistratura italiana di smascherare e punire la corruzione nella vita pubblica e politica ed il conflitto che ciò ha creato tra i giudici ed i politici di quel paese, operi in modo tale da trasformare i reati in questione in reati politici. È un uso scorretto del linguaggio definire l’iniziativa dei magistrati come improntata a ‘fini politici’ o le loro azioni nei confronti dell’imputato come persecuzione politica. Al contrario, tutto ciò che ho letto su questo caso suggerisce piuttosto che la magistratura sta dimostrando al tempo stesso una giusta indipendenza politica dall’esecutivo ed equanimità nel trattare in modo eguale i politici di tutti i partiti”. La motivazione si riferisce al processo presso la High Court of Justice, Queen’s Bench Division, divisional Court, before the Rt. Hon. Simon Brown, L.J. and the Hon. Gage, J., in Regina v Fininvest s.p.a..


L'Europa e l'ONU si sono rivolti all'Italia con enorme preoccupazione per gli attacchi all'autonomia e indipendenza della magistratura da parte di una legislazione che quelle autorità estere hanno considerato con preoccupazione crescente. Al riguardo i documenti ufficiali sono facilmente reperibili e, comeunque, possono essere da me messi a disposizione di chiunque li voglia leggere.


E infine

Ringrazio il sig. “Giuggi” per l'invito a leggere il libro di Bruno Tinti, ma non ne ho alcun bisogno.

E questo perchè con Bruno ci sentimo quasi quotidianamente, collaboro (quando posso) a una sua rubrica telematica, conosco i suoi testi e le sue posizioni all'interno dell'associazione perchè ne abbiamo discusso, a lungo, negli ultimi 12 mesi.

Io e Bruno abbiano idee diverse, anche se non del tutto divergenti, esattamente come avviene fra persone che si stimano intellettualmente ma che hanno pensieri autonomi su taluni aspetti della vita associativa.

La diversità di posizione è fonte di ricchezza e di evoluzione, a differenza di chi alza steccati e muri per evitare il confronto e di provare la consistenza argomentativa delle proprie certezze
.

Saluti a tutti


Francesco Messina


postato da: majortom79 alle ore settembre 12, 2008 15:18 | link | commenti (2)
categorie:

gagner de l'argent
Vous avez un besoin d'argent ? Avec Eurobarre gagner de l'argent sur le net !
gagner de l'argent