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Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

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lunedì, 28 luglio 2008

Lettera di una fannullona Inpdap al ministro Brunetta

Gentile Ministro,



perdoni se ho l’ardire di rivolgermi a Lei in questo momento così impegnativo per il governo in preda ad un parossismo decisionale che possa consegnarlo alla storia come merita, Le chiedo solo di leggere questa lettera che non sottrarrà  più di cinque minuti al Suo indice di produttività.



Le racconto in breve la mia storia: sono una dipendente di un istituto di previdenza da più di dieci anni in servizio effettivo, mamma di due bambine e vivo in una città del profondo Sud. Appartengo anch’io a quella schiera di impiegati da Lei etichettati “fannulloni” non perché intendesse offenderci, questo lo capisco bene, ma semplicemente per fare capire in maniera immediata quale era il problema (un po’ come dire se io ripetessi in questa sede quel che di Berlusconi ha detto Di Pietro, anche in quel caso non per offendere, questo è ovvio, ma per far capire dove sta il problema).



Signor Ministro le scrivo per raccontarle, attraverso la mia vicenda, quella di milioni di altre mamme-impiegate affinché Lei, che per altri versi è così sensibile ai problemi della gente si renda conto della realtà in cui viviamo noi “fannulloni” (perdoni l’abuso del termine, il fine è sempre quello della comprensione). Io, come altre mie colleghe, da brava fannullona, mi alzo ogni mattina alla ore 6 a.m. e dopo aver fatto colazione e aver preparato le mie bambine di 4 e 6 anni esco di casa con le suddette bambine entro le 7.00, perché vede, io abito fuori città e per arrivare al lavoro devo uscire di casa molto presto. Dopo aver timbrato, solitamente alle 7.30, comincio la mia giornata lavorativa: il mio lavoro è ripetitivo ma l’utilità sociale che è insita nel predisporre le pensioni per chi (beato lui) ha maturato i requisiti e fare in modo che ne possa godere senza ritardi, pensi lei mi fa sentire utile. Da brava fannullona sforno decreti di pensione a tutto spiano affinché non debba sentire nessuno venir da me a dire “e iu comu mangiu”, affinché a fine mese possa percepire il mio stipendio pensando di essermelo più che guadagnato.



Negli anni la sede in cui lavoro si è svuotata di personale che è andato in pensione e non è stato sostituito da nessuno, pertanto più e più volte ho visto il mio carico di lavoro aumentare, ma a fronte dell’acquisizione di nuove e complesse competenze mi si continua a dire che siamo in esubero, che bisogna ridurre l’organico e lavorare di più: ma com’è possibile? Me lo chiedo ma nessuno mi risponde. Intanto l’arretrato avanza e quando qualcuno di noi comunica che presto andrà in pensione tutti ci guardiamo in faccia e ci chiediamo di quanto la redistribuzione del lavoro che consegue a ciascun pensionamento inciderà sul nostro carico di lavoro. E poi nessuno si spiega perché mai ci sia tanto arretrato, sarà che la matematica è un’opinione. Malgrado tutte le suddette difficoltà continuo a lavorare con quel senso del dovere che mi ha trasmesso mio padre e dal quale non posso prescindere.



Pensi lei, signor Ministro, ogni giorno mi illudo di aver lavorato bene, e nel mio piccolo, di essere stata utile a qualcuno compiendo il mio dovere con la serietà e la professionalità che negli anni ho acquisito. Questo mi consente di guardarmi allo specchio ogni mattina e di non vergognarmi di essere un impiegato pubblico, come lei ha di recente sostenuto che molti di noi fanno, ma anzi di essere orgogliosa. Ma ultimamente qualcosa è cambiato, sa Signor Ministro, comincio a sentirmi demotivata: a che serve che io lavori così tanto se poi comunque di me si dirà sempre che appartengo alla schiera dei “fannulloni”?: la tentazione di incrociare la braccia è forte, molto forte.



L’opinione pubblica, adeguatamente manipolata da una campagna mediatica diffamatoria e parziale, non è con me, ma contro di me, e non è facile far capire alla gente. Quel che è facile, invece, è cavalcare l’onda del  malcontento della gente e indirizzare la folla a puntare contro il “mostro” di turno, pubblico impiegato o rom o sinti che sia. Puntare sul malcontento porta sempre tanto consenso, questa non è una novità, è facile, infatti, dire che le cose non funzionano, su questo siamo tutti d’accordo e pronti a battere le mani, ma, ahimè, non è riducendo i salari che si rende più efficiente la PA (altrimenti lo avrebbero già fatto da tempo), né privatizzando quelli che oggi sono dei servizi che nascono da diritti per i quali si è a lungo lottato, così come non è riducendo la retribuzione di chi si ammala (non occorre che io Lei ricordi, con gli adeguati scongiuri, quanto sia diffuso il cancro) che disincentiviamo l’assenteismo ma è piuttosto intensificando i controlli che facilmente si distinguerà il “falso” malato da quello vero, perché purtroppo, nessuno sceglie di ammalarsi e non è giusto accanirsi con chi già non ha abbastanza soldi per curarsi. Tutto questo lede la dignità del malato, del pubblico impiegato, attualmente indicato a “dito”, ma soprattutto lede la dignità della persona in quanto tale.



Le dirò signor Ministro, anziché carnefice come impiegato pubblico e vittima come cittadino, oggi mi sento più volte vittima: come cittadina, come lavoratrice, come mamma, come italiana. Però, quel che è giusto è giusto, bisogna riconoscere che questo governo ha alleggerito la pressione fiscale, si, infatti, sappiamo tutti cosa ha fatto: ha tolto l’ICI. Certo, nel mio caso, sarebbe stato meglio che anziché togliere l’ICI avesse evitato di toccare il mio salario. Infatti, io di ICI, io, che non ho una villa ma solo una casa di prima abitazione in un comune in periferia (con il mio stipendio, infatti, non potrò mai permettermi  una casa in centro: è già tanto se mi riesce di finire di pagare questa) e dunque ho sempre usufruito di sgravi, non ho mai pagato più di € 60 euro all’anno. Grazie signor Ministro: quest’anno sul mio bilancio, a fronte di sessanta euro di risparmio fiscale avrò qualcosa come 5.000 euro di meno sull’importo di stipendio annuo. Non Le dico come sono contenta!



Adesso Lei si chiederà perché non sono contenta, e perché mai sulla mia fronte si sia disegnata quella ruga, mah non so, sarà che i fannulloni di oggi sono un po’ più complicati di quelli del passato. L’autunno si preannuncia caldo ma pieno di nembi all’orizzonte, la lotta sarà dura ma, Le dirò, Signor Ministro, non demorderò facilmente se non altro perché mia figlia, interrogata sulla professione della madre, non abbia da vergognarsi a dire che è un’impiegata pubblica e non si debba vergognare una seconda volta a dire che in famiglia non si arriva alla fine del mese anche perché, in previsione del futuro, sto cercando di spiegarle che povertà non è vergogna ma, invece, corruzione, tangenti, peculato, immoralità (tutti termini che la classe politica ben conosce) queste sì che sono vergogne.



Fannullona INPDAP
postato da: majortom79 alle ore luglio 28, 2008 12:54 | link | commenti (1)
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mercoledì, 23 luglio 2008

Il governo della vergogna



postato da: majortom79 alle ore luglio 23, 2008 18:57 | link | commenti (22)
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lunedì, 21 luglio 2008

Senza i prof meridionali la scuola del Nord s'inceppa

Bossi attacca gli insegnanti del Sud ma senza di loro la scuola "del Nord" non potrebbe neppure funzionare. Basta guardare gli ultimi numeri pubblicati dal ministero dell'Istruzione proprio pochissimi giorni fa sui precari per rendersene conto.

Questa mattina, al congresso della Liga Veneta-Lega Nord, la provocazione di Bossi. Prima chiede la riforma del federalismo e successivamente invoca quella della scuola prendendo a pesci in faccia gli insegnanti meridionali. E' ora di dire basta "al far martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord", dice il leader lumbard che spiega: "Un nostro ragazzo è stato 'bastonato' agli esami perché aveva portato una tesina su Carlo Cattaneo". Poi chiama al suo fianco la parlamentare leghista, Paola Goisis, della commissione Cultura della Camera, che rincara la dose: "Gli studenti italiani sanno tutti i sette re di Roma ma non sanno neppure un nome di un doge della Repubblica Serenissima".

Quanti siano i docenti meridionali di ruolo che attualmente insegnano al Nord non si sa ed è difficile calcolarlo. Ma dall'ultima pubblicazione sulle graduatorie dei precari (Graduatorie ad esaurimento) si sa che 29 mila docenti "residenti in province meridionali" hanno optato per graduatorie provinciali di città "del Centro-Nord", che in tutto contano 70 mila precari. Al Sud i numeri sono completamente diversi: 160 mila iscritti nelle graduatorie dei precari su un totale di 230 mila disposti a lavorare come supplenti. Di contro, gli iscritti in graduatorie del Sud residenti in province settentrionali sono appena 412.






Senza i 29 mila "terroni" alla ricerca di un posto di lavoro, anche precario, al Centro-Nord rimarrebbero appena 41 mila docenti con le carte in regola (forniti cioè di abilitazione all'insegnamento tramite concorso o appena usciti da una Scuola di specializzazione all'insegnamento secondario) per andare in cattedra e coprire i posti vacanti o momentaneamente liberi per assenza del titolare. Delle 25 mila assunzioni varate dal governo Berlusconi, 17 mila andranno alle regioni del Nord. Secondo fonti ministeriali, il prossimo settembre rimarranno vacanti al Nord più di 30 mila cattedre che i 41mila prof "del Nord" farebbero fatica a coprire. Perché occorre trovare docenti per le 78 mila supplenze conferite solo al Centro-Nord nel 2007/2008. Come farebbe la scuola nelle regioni settentrionali senza i vilipesi docenti meridionali?

Gli studenti delle scuole settentrionali si dovrebbero "accontentare" di seguire le lezioni impartite da neolaureati o studenti universitari, senza nessuna esperienza ma di "nascita garantita", che con la scuola e l'insegnamento non hanno mai avuto a che fare.
postato da: majortom79 alle ore luglio 21, 2008 11:42 | link | commenti (3)
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sabato, 19 luglio 2008

...dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori...

"Il CSM è una cloaca"


gasparri_4                             (una delle espressioni più acute dell' Onorevole (?) Gasparri
postato da: majortom79 alle ore luglio 19, 2008 11:57 | link | commenti (1)
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martedì, 15 luglio 2008

Arrestato il governatore Del Turco. La procura: «Fatti gravissimi»

PESCARA - È un vero e proprio scossone giudiziario quello che ha colpito la Regione Abruzzo. E che ha portato all'arresto del governatore Ottaviano Del Turco (Pd) e di un'altra decina di assessori e funzionari nell'ambito dell'inchiesta della Procura della Repubblica sulla sanità regionale. Del Turco, 63 anni, già numero due della Cgil, poi ministro delle Finanze tra il 2000 e il 2001, è stato arrestato da agenti della Guardia di Finanza al termine delle indagini «sulle cartolarizzazioni dei crediti vantati dalle case di cura private nei confronti delle Asl abruzzesi». È accusato di associazione a delinquere, concussione e corruzione. Secondo i magistrati, Del Turco, insieme ad altri, avrebbe incassato tangenti per 6 milioni di euro. L'inchiesta, già avviata da mesi, riguarda le cartolarizzazioni condotte sia dalla precedente giunta di centrodestra che da quella attuale, e aveva già portato all'emissione di alcuni avvisi di garanzia. I magistrati, si legge in una nota, si sono avvalsi della «importante collaborazione» di uno degli indagati, l'imprenditore della sanità Maria Vincenzo Angelini (peraltro anch'egli indagato). Trentacinque in tutto le persone finite sotto inchiesta.

TRENTACINQUE INDAGATI - Oltre a Del Turco, che guida una giunta di centrosinistra, sono stati raggiunti da provvedimenti di custodia cautelare l'assessore alla Sanità, Bernardo Mazzotta, il segretario generale della presidenza, Lamberto Quarta, l'assessore Antonio Boschetti, l'ex assessore alla Sanità del centrodestra Vito Domenici e l'ex presidente della finanziaria regionale Giancarlo Masciarelli. In manette anche Camillo Cesarone, Gianluca Zelli, Luigi Conga. Agli arresti domiciliari sono stati posti Mazzotta, Masciarelli ,Vito Domenici e Angelo Bucciarelli. A Francesco Di Stanislao, direttore dell'agenzia sanitaria regionale abruzzese, è stata applicata la misura del divieto di dimora a Pescara. Per Del Turco e per gli altri arrestati è previsto un isolamento in carcere per tre giorni, durante i quali non potranno incontrare i difensori.

IL DENARO - L'inchiesta è stata avviata in base ad elementi emersi nel corso di un'indagine sulla gestione dei fondi Docup da parte della Finanziaria regionale (Fira), per la quale erano finite in carcere, il 27 ottobre 2006, undici persone, tra le quali l'ex presidente della Fira, Masciarelli. La sera precedente agli arresti proprio a casa di Masciarelli c'era stata quella che fu definita «la cena del capretto», alla quale parteciparono, oltre al padrone di casa e Del Turco, il neo assessore regionale alle Attività Produttive, Antonio Boschetti, l'attuale capogruppo regionale del Pd, Camillo Cesarone, e il segretario generale della Presidenza della Giunta regionale, Lamberto Quarta. In quella circostanza, secondo quanto si è appreso, i cinque avrebbero stabilito la ripartizione illecita di denaro. Secondo l'accusa vi sarebbero stati movimenti di denaro per circa 14 milioni di euro, di cui 12,8 consegnati.

SOLDI E FAVORI
- Il meccanismo delle tangenti - secondo quanto spiegato dal Procuratore Nicola Trifuoggi - era semplice. Si prometteva all'imprenditore della sanità privata Vincenzo Angelini di adottare provvedimenti di giunta regionale a lui favorevoli nelle riunioni dell'esecutivo, ma tali provvedimenti venivano adottati parzialmente. Poi veniva spiegato all'imprenditore che c'erano state difficoltà e che si sarebbe provveduto la volta successiva. Tutto questo è andato avanti finché l'imprenditore ha deciso di non pagare più se non di fronte a qualcosa di concreto. Angelini, tra l'altro, si era munito anche di un piccolo registratore con il quale ha registrato i colloqui avuti con alcuni degli indagati che gli garantivano protezione nei confronti delle ispezioni della Asl, dalla Procura della Repubblica, dalla Guardia di Finanza e dai Carabinieri del Nas.



LE PROVE - Tra gli elementi raccolti dalla Procura di Pescara nel corso delle indagini che hanno portato agli arresti ci sono «tutte le ricevute dei prelevamenti e i ticket del telepass quando i soldi sono stati portati a Collelongo (il paese di Del Turco), o in altre località d'Abruzzo». Lo ha rivelato Trifuoggi, aggiungendo che sono stati «sentiti dei testimoni», persone che hanno accompagnato chi consegnava le tangenti e che sapevano «tutta una serie di cose». Di fronte a questi elementi «mi sembra assurdo - ha detto il procuratore - che si possa parlare di teorema».

TANGENTI PER CREARE PROBLEMI A BOSELLI - Il Procuratore ha rivelato anche alcune dichiarazioni di Angelini. Secondo l'imprenditore, il denaro delle tangenti «doveva servire a Del Turco per portare con sé nel Pd otto senatori» nel momento in cui si stava costituendo il partito e Del Turco aveva deciso di confluirvi e lasciare lo Sdi, anzi di «spaccare lo Sdi - secondo quanto riferito da Angelini ai magistrati - per mettere in condizioni di particolari difficoltà il segretario del partito Enrico Boselli».

«113 MILA EURO IN AUTO» - «Le esigenze di custodia cautelare degli indagati - ha assicurato il procuratore - erano assolutamente necessarie». Trifuoggi ha citato come esempio la vicenda di Luigi Conga, ex manager della Asl di Chieti. Nell'auto di Conga - ha rivelato Trifuoggi- , una Porche Cayenne, acquistata da poco, la Guardia di Finanza ha trovato una valigetta con 113 mila euro. «Non credo - ha affermato Trifuoggi - potessero rappresentare il costo del pedaggio autostradale».

PERQUISIZIONI - Contestualmente alla consegna a Del Turco dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, la Guardia di Finanza ha perquisito lunedì mattina la sua abitazione a Collelongo, e dopo ha portato via il governatore dalla propria abitazione. Nessuno l'ha visto perché i finanzieri che hanno operato l'arresto hanno utilizzato una porta secondaria dell'abitazione. Le Fiamme gialle poi hanno esteso i controlli anche nella sede romana della Regione Abruzzo, nello stabile di via Piave.

VOTO ANTICIPATO? - L'arresto del governatore Del Turco intanto ha messo in moto tutto l'apparato regionale per capire, anche attraverso il nuovo Statuto, quanto sia concreto il ricorso alle elezioni anticipate. L'articolo 44 dello Statuto attualmente in vigore, al quinto comma, recita: «La rimozione, l'impedimento permanente, la morte o le dimissioni volontarie del presidente della Giunta comportano le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio». Il presidente del Consiglio regionale, Marino Roselli, è riunito con gli esperti per valutare ogni singola norma riferita a questa eventualità o che consenta la prosecuzione della legislatura.

postato da: majortom79 alle ore luglio 15, 2008 11:00 | link | commenti (1)
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venerdì, 11 luglio 2008

Per qualcuno la legge è un po' più uguale che per gli altri

Roma - C’è pure la televisione, per raccontare come la gioventù romana si diverte a Trastevere il venerdì sera. L’ora dell’aperitivo. Le vie attorno a piazza Trilussa gremite di persone. Cinque o sei bancarelle di venditori ambulanti. Un ragazzo ha appena regalato un paio di orecchini alla sua fidanzata. Le sirene della polizia colgono tutti di sorpresa. Non è un semplice controllo: tre macchine e una camionetta vuota che ha tutta l’impressione di dover essere riempita. È la prima operazione contro i venditori ambulanti dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza, che amplia i poteri per i sindaci in materia di ordine pubblico. Mi fermo ad osservare, come molti altri. Non è curiosità, la mia. È un istinto di controllo.

I poliziotti iniziano a sbaraccare i banchetti. Via la merce, raccolta sommariamente nei lenzuoli su cui era disposta. Un agente tiene un indiano stretto per il braccio, mentre dal suo viso trapela tutto, la paura, la rassegnazione, fuorché l’istinto di scappare. È ammutolito.Un donnone africano, del Togo, è invece molto più loquace. Se la prende quando l’agente raccoglie violentemente i lembi del telo a cui erano appoggiati gli orecchini e le collane che vendeva. «fammi mettere nellaborsa, almeno!» dice all’agente. «Non scappo, non ti preoccupare, ecco il mio permesso di soggiorno». «Ma perché tutto questo? – dice – non stavo facendo nulla di male». All’agente scappa un sorriso, forse unpo’ amaro: «è il mio lavoro». Poi la donna incalza: «conosco la nuova legge. Ora mi fate 5.000 euro di multa. Ma perché non ci date un modo di fare questo lavoro regolarmente?» Nessuna risposta dall’agente, chese ne va e lascia il posto ad un collega, molto meno accomodante. «E muoviti, su!», dice senza accennare ad aiutarla a trasportare le sue cose. Lei, con lo stesso sorriso sul volto, chiude la valigia arancione e con le mani occupate dice «dove andiamo, di qua?», mascherando con l’orgoglio la paura che in fondo in fondo le sta crescendo. Mantiene l’ironia però, quando mi avvicino e le chiedo da dove viene. «DaNapoli, bella Napoli, vero?», e intanto, mentre mi svela le sue vere origini africane, si toglie gli orecchini: «questa bigiotteria non miserve più, stasera».

Due metri più distante due ragazzini italiani, con il loro banchetto in tutto e per tutto uguale agli altri. Devono sbaraccare anche loro, ma gli agenti usano maniere molto più educate. Non li tengono per le braccia, non gli ammassano la merce. La ragazza raduna le poche cose che avevano in vendita. Lui è allibito, terrorizzato, e inizia a  parlare nervosamente: «ve lo giuro, è la prima volta che vengo,lasciatemi andare». «Se prendiamo loro dobbiamo prendere anche voi», risponde un agente. Ma alla fine non sarà così. Il ragazzo si dispera, «sono di Roma, non posso credere che mi trattiate allo stesso modo chea quelli lì». Evidentemente è un discorso convincente. Si avvicina un signore in borghese che è lì a dirigere l’intera operazione. «Dottò, Capitano, Maresciallo, giuro che non lo farò mai più…». Si sbraccia,sembra un bambino appena messo in punizione dalla mamma. L’uomo in borghese si mostra irremovibile, ma si capisce subito che vuole solo dargli una lezione, e appena gli altri fermati – 7 persone, tutte straniere – non sono più a vista, lo lascia andare.

A operazione conclusa vado dal signore in borghese, mi presento, «sono un giornalista e ho assistito alla scena. Perché avete fermato solo gli stranieri?», chiedo. La risposta è eloquente. «Portatelo via, identificatelo, e controllate – aggiunge guardandomi negli occhi – perché ha l’alito che puzza di birra». Già, la birra che stavo bevendo prima, e che mi è andata di traverso con tutto quello che succedeva. Per fortuna non è ancora reato, comunque.

Mi portano in due verso il ducato dove sono radunati gli stranieri, tenendomi strette le mani sulle braccia. Non mi era mai successo, prima, ed è una sensazione davvero sgradevole. «Questo per adesso è nell’elenco dei fermati» dice l’uomo alla mia destra, anche lui in borghese, ad un collega. Spalle alla camionetta, mani fuori dalle tasche, cellulare sequestrato. «Perché avete fermato solo gli stranieri?». L’uomo con la polo rosa, quello che mi stringeva da destra, mi risponde, anche se – dice – non sarebbe tenuto: «perché questi sono tutti irregolari». Balle, ho visto con i miei occhi la donna togolese dare il proprio permesso di soggiorno al poliziotto, prima. Ma non mi aspettavo certo una risposta veritiera. «Certo che non avevi proprio nient’altro di meglio da fare», dice con sprezzo uno degli agenti. «Ho fatto una domanda, voglio una risposta». L’uomo in rosa, che ha la mia carta d’identità e sta scandendo il mio nome per radio si gira verso di me, «hai finito di parlare?» grida. A quanto pare anche rispondere alle domande costituisce un grave errore, e infatti un terzo poliziotto, defilato fino a poco prima si indirizza a me dicendo «guarda che a fare così peggiori solo la tua situazione». Chiedo di sapere i loro nomi e gradi, come avevo fatto già con l’uomo in borghese al principio, convinto che per legge sia un loro dovere identificarsi. Un altro poliziotto – ma quanti ne ho attorno, quattro, cinque? – mi da la sua versione della legge. «Vedi qual è la differenza, è che io posso chiederti come ti chiami e tu non puoi chiedermi niente, chi comanda sono io». Un suo collega aggiunge:«certo, se lo vuoi mettere per iscritto è diverso, ma non te lo consiglio, la cosa si farebbe piuttosto scomoda». La minaccia mancava,in effetti. Interrompe la discussione l’uomo in rosa. «Luca!», e con la mano mi fa cenno di andare da lui. «Vuoi andare?» «Voglio una risposta alla mia domanda», insisto. «Non hai capito – si spiega – hai voglia di chiuderla qui questa storia o no?». «Non sono stupido, so quello che mista dicendo, ma io voglio la mia risposta». Mi accompagna lontano dal furgone, in piazza Trilussa. Davanti a me l’uomo che comanda l’operazione, quello dell’alito puzzolente. Mi chiedo se tornare da lui, ma mi rendo conto che nel gioco del muro contro muro il suo è molto più duro. Aspetto ancora in piazza, osservo l’operazione concludersi, fino all’istante i cui gli immigrati vengono caricati sul furgone che si mischia al traffico del lungotevere. Non c’è altro da fare, questa sera, se non raccontare in giro quello che ho visto. Questa triste deriva, quest’inverno italiano che avanza. Oggi inizia l’estate. Evviva.

(21 giugno 2008) Luca Trinchieri

postato da: majortom79 alle ore luglio 11, 2008 15:16 | link | commenti
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venerdì, 04 luglio 2008

Il giudice Francesco Messina su Radio 3

Vi linko di seguito la puntata di stamattina di Radio 3 Mondo, che ha avuto come argomento principale del dibattito il tema "caldo" delle intercettazioni e del relativo decreto sul quale sta lavorando il governo.

Ospite della puntata il giudice presso il tribunale di Trani, Francesco Messina.

E' davvero molto interessante.




http://www.radio.rai.it/radio3/radiotremondo/view.cfm?Q_EV_ID=256117
postato da: majortom79 alle ore luglio 04, 2008 18:33 | link | commenti (2)
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G8, i pm: nessuna giustificazione, alla Diaz fu un massacro

Botte e insulti. Alla Diaz fu un «massacro». I pm ripercorrono la tragica notte del luglio del 2001 quando 29 poliziotti fecero irruzione nella sede del Genoa Social Forum picchiando a sangue 93 manifestanti che dormivano nella scuola Armando Diaz.


L’accusa contesta agli agenti delle forze dell’ordine la violenza privata, le lesioni, il falso e la calunnia, nonché la perquisizione arbitraria e il porto d'armi da guerra di quella notte. Loro – anzi, i loro avvocati, visto che nessuno dei poliziotti si è presentato in aula – si difendono parlando di una «sassaiola» inscenata dai manifestanti, che sarebbe stata la causa scatenante della loro sanguinosa irruzione. Ma i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini replicano che quel lancio di pietre non è mai esistito: «Fu un pestaggio, e non venne mai fornita alcuna prova che vi fosse una giustificazione al comportamento degli uomini che entrarono alla Diaz. Non fu posta alcuna resistenza da parte dei manifestanti, non ci fu alcun lancio di oggetti e non c'è alcuna prova sul luogo specifico del ritrovamento di armi all'interno della scuola. Anzi - ha sottolineato Cardona – abbiamo provato la provenienza esterna delle due molotov».

Il pm si riferisce alle due bottiglie incendiarie che la polizia sostenne di aver ritrovato nella scuola, ma che invece furono appositamente piazzate all’interno della Diaz. Per questo i poliziotti sono accusati di falso e calunnia. E quanto alle violenze gratuite, i pm hanno dalla loro decine e decine di testimonianze nonché i referti medici che ne attestano l’incompatibilità «con qualsiasi possibile resistenza». I pm hanno poi ricostruito, sulla base dei tabulati telefonici e dei filmati, la cronologia degli eventi, dallo sfondamento del cancello da parte dei poliziotti all'apertura del portone centrale, prima, e di quello laterale, poi, come mostrato dalle riprese video effettuate da alcuni cineoperatori dal tetto della scuola Pascoli, sede del centro stampa, di fronte alla Diaz. In quelle immagini si vede chiaramente che il primo ad entrare è «un agente del 7' Nucleo Sperimentale di Roma, riconoscibile dalla divisa blu e dal casco».

I pm emetteranno le loro richieste di condanna il prossimo 10 luglio, mentre la sentenza di primo grado non arriverà prima di ottobre. Ma a far cadere tutto potrebbe arrivare quella norma voluta dal premier per bloccare il suo processo per corruzione in atti giudiziari: la blocca processi infatti sospenderebbe tutti i procedimenti per reati “minori” compiuti prima del giugno 2002. Dunque, Diaz compresa. Ma quella pagina nera della nostra storia non può essere archiviata così. Per questo il Comitato verità e giustizia per Genova l’8 luglio parteciperà alla manifestazione promossa da Colombo, Pardi e Flores D’Arcais contro le intenzioni del governo Berlusconi in materia di giustizia. «Ci pareva già tutto molto grave - dicono - ma questo sarebbe un colpo di mano indegno di una democrazia minimamente decente. La sospensione – concludono – sarebbe una beffa per chi aspetta giustizia, ed un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni».
postato da: majortom79 alle ore luglio 04, 2008 18:15 | link | commenti
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mercoledì, 02 luglio 2008

Democrazia in America

Dunque ci siamo. Mentre in parlamento si va a passi veloci verso l'approvazione del decreto che bloccherà 100.000 processi pur di sospendere quello in corso a Milano contro Silvio Berlusconi e l'avvocato inglese David Mills, il governo ne sta per presentare un secondo. Questa volta la scure colpisce sia la stampa che la magistratura: non si potrà più pubblicare, nemmeno per riassunto, nessun atto giudiziario e gli investigatori, in decine e decine di casi, non potranno più raccogliere prove con le intercettazioni.

Anche questo decreto legge ha un unico scopo: evitare che i cittadini conoscano i comportamenti del premier e di una parte della classe dirigente che siede in parlamento. Ai sedicenti liberali che occupano la Camera, il Senato e i vertici di molte Istituzioni, vale la pena di ricordare che cosa accadde negli Stati Uniti quasi mezzo secolo fa.

Nel 1967 il ministro della Difesa, Robert S. McNamara, ordinò un'indagine passata alla Storia come i "Pentagon Papers". Lo studio, coperto da segreto di Stato, doveva stabilire in che modo e perché gli Usa si erano impegnati nella disastrosa guerra del Vietnam. La ricostruzione dimostrò, tra l'altro, che il celebre incidente del Golfo del Tonchino in seguito al quale il presidente  Lyndon Johnson si appellò al Congresso e fu di fatto autorizzato ad entrare in guerra, era un falso.

Quattro anni dopo un analista della Cia, sconvolto da quanto scoperto, consegnò a due giornali i Pentagon Papers. Il 13 giugno 1971 il New York Times, iniziò la pubblicazione di una serie di articoli basati su quei documenti. Dopo le prime tre puntate, il ministero della giustizia riuscì a far sospendere le pubblicazioni da una sentenza della Corte federale di New York a cui il governo si era rivolto sostenendo che «gli interessi degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale avrebbero subito un danno irreparabile dalla diffusione del dossier».

Il 30 giugno 1971, la Corte Suprema degli Stati Uniti autorizzò però i giornali (al New York Times si era affiancato il Washington Post) a riprendere la pubblicazione. Sulla base del primo emendamento della costituzione americana i giudici stabilirono che la libertà di stampa doveva prevalere «su qualsiasi considerazione accessoria intesa a bloccare la pubblicazione delle notizie».

La sentenza fu scritta da un vecchissimo e celebre costituzionalista, il giudice Hugo Black, morto a 85 anni pochi mesi dopo. Black scrive: «Oggi per la prima volta nei 192 anni trascorsi dalla fondazione della repubblica viene chiesto ai tribunali federali di affermare che il Primo emendamento significa che il governo può impedire la pubblicazione di notizie di vitale importanza per il popolo di questo Paese. La stampa (dal punto di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo».

Oggi anche nel nostro paese la libertà è in pericolo. Ciascuno di noi ha il dovere di difenderla. In attesa che un Hugo Black, se esiste, ricordi a tutti come stanno le cose.

Peter Gomez
postato da: majortom79 alle ore luglio 02, 2008 22:00 | link | commenti (4)
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martedì, 01 luglio 2008

FAMIGLIA CRISTIANA: RAZZISTA E INDECENTE L'IDEA SULLE IMPRONTE PER I BIMBI ROM

«Una proposta indecente». Famiglia Cristiana boccia duramente la proposta del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, sulla raccolta delle impronte digitali dei bambini rom. «Alla prima prova d'esame - scrive Famiglia Cristiana nell'editoriale del nuovo numero - i ministri "cattolici" del governo del Cavaliere escono bocciati, senza appello. Per loro la dignità dell'uomo vale zero. Nessuno che abbia alzato il dito a contrastare Maroni e l'indecente proposta razzista di prendere le impronte digitali ai bambini rom». «Avremmo dato credito al ministro - sottolinea il giornale di ispirazione cattolica nell'editoriale di questa settimana - se, assieme alla schedatura, avesse detto come portare i bimbi rom a scuola, togliendoli dagli spazi condivisi coi topi. Che aiuti ha previsto? Nulla».

«Non stupisce, invece - continua Famiglia Cristiana - il silenzio della nuova presidente della Commissione per l'infanzia, Alessandra Mussolini (non era più adatta Luisa Santolini, ex presidente del Forum delle famiglie?), perché le schedature etniche e religiose fanno parte del Dna familiare e, finalmente, tornano a essere patrimonio di governo. Non sappiamo cosa ne pensi Berlusconi: permetterebbe che agenti di polizia prendessero le impronte dei suoi figli o dei suoi nipotini?». «Oggi, con le impronte digitali - prosegue - uno Stato di polizia mostra il volto più feroce a piccoli rom, che pur sono cittadini italiani. Perché non c'è la stessa ostinazione nel combattere la criminalità vera in vaste aree del Paese? La Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia (firmata anche dall'Italia, che tutela i minori da qualsiasi discriminazione) non conta più niente. La schedatura di un bambino rom, che non ha commesso reato, viola la dignità umana».

La dura critica a Maroni arriva a una settimana da quella rivolta sempre dal settimanale paolino al premier, Silvio Berlusconi, sul tema della giustizia: «Il Cavaliere ha un'ossessione: i magistrati. E una passione: gli avvocati - scriveva il settimanale nello scorso numero -. Naturalmente, i primi sono contro di lui, gli altri li fa eleggere in Parlamento. E uno, ex segretario personale, lo mette ministro della Giustizia».
postato da: majortom79 alle ore luglio 01, 2008 09:40 | link | commenti (2)
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