Il decreto fiscale del governo fa infuriare il Sud. L'abolizione dell'Ici è stata praticamente finanziata da tagli agli aiuti al meridione. A dirlo non c'è solo l'opposizione. Anzi. C'è tutto un partito della maggioranza: il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo, neo presidente della Sicilia, che ha 8 deputati e 2 senatori.
«I parlamemtari dell'Mpa all'unanimità hanno deliberato di non poter votare la fiducia posta dal governo sul decreto fiscale, meglio conosciuto come decreto Ici, in quanto la copertura finanziaria del provvedimento avviene a spese di importanti infrastrutture del mezzogiorno e contraddice il punto 5 del programma del governo Berlusconi». È quanto si legge in una nota degli 8 deputati e dei 2 senatori del Movimento per l'Autonomia, che fa capo al presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, che martedì ha avuto un incontro con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «I parlamentari dell'Mpa - prosegue la nota - attendono dal governo una risposta su una diversa copertura finanziaria o un impegno formale al ripristino dei fondi sottratti».
Il grido di dolore sul decreto fiscale arriva però anche da altre regione. Il vice-presidente della Calabria, Domenico Cersosimo, chiede ai parlamentari calabresi del Pdl «un segnale di dissenso sul voto di fiducia che oggi dovrà arrivare sul decreto legge dell'Ici». «Al di là del colore politico - dice - sarebbe utile che i parlamentari calabresi, sul voto di fiducia di oggi, battessero tutti assieme un colpo per ricordare all'opinione pubblica nazionale che il decreto sull'Ici viene pagato con la decurtazione di finanziamenti già destinati alla nostra regione». Cersosimo chiede «una tangibile presa di posizione con l'esternazione del dissenso nell'aula della Camera, come anche annunciato dall'Mpa di Lombardo, non contro il taglio dell'Ici per la prima casa ma per evitare che sprofondi il silenzio su questa grave ingiustizia per i calabresi. La posizione assunta dal Movimento per l'Autonomia, un partito del Governo di centrodestra, è coerente con gli interessi del territorio. Loro hanno riconosciuto che è una scelta sbagliata quella di cancellare gli accordi ed i fondi per le infrastrutture nel Mezzogiorno».
A prescindere dagli effettivi (ma non espliciti) motivi che possono aver indotto i senatori Berselli e Vizzini a presentare l’emendamento «sospendi-processi» nel corso della conversione in legge del decreto legge n. 92 del 2008 e a prescindere altresì dal chiaro collegamento di tale emendamento con le vicende personali del Premier (trasparentemente ammesso nella lettera indirizzata da Berlusconi al Presidente del Senato: «excusatio non petita, accusatio manifesta»!), tale emendamento è incostituzionale sotto vari profili.
Innanzi tutto sotto il profilo procedimentale. L’emendamento in questione non ha infatti nulla a che vedere con gli scopi che hanno indotto il Governo ad adottare il decreto legge in questione i quali esplicitamente vengono in esso identificati con l’apprestamento di «un quadro normativo più efficiente per contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata, nonché norme dirette a tutelare la sicurezza della circolazione stradale in relazione all’incremento degli incidenti stradali e delle relative vittime». Conseguentemente, proprio in ragione di tale estraneità, tale emendamento si pone in contrasto con l’art. 77, comma 2 Cost., avendo la Corte costituzionale di recente statuito: a) che la mancanza del requisito della straordinarietà ed urgenza vizia il decreto legge e la relativa legge di conversione (sentenza n. 171 del 2006); b) che è viziato l’emendamento inconferente con le finalità del decreto legge, conseguentemente privo di tale requisito (sentenza n. 128 del 2008).
In secondo luogo, e sotto più aspetti, l’emendamento è manifestamente irrazionale e quindi incostituzionale ai sensi dell’art. 3 Cost. La sua irrazionalità consiste infatti:
1) nella scarsissima credibilità della giustificazione addotta dal Premier, nella citata lettera, secondo cui «questa sospensione di un anno consentirà (…) al Governo e al Parlamento di porre in essere le riforme strutturali necessarie per imprimere una effettiva accellerazione dei processi penali» (laddove è assai più credibile che la sospensione serva al Premier per far approvare nel frattempo una qualche legge che lo ponga definitivamente al riparo dalle conseguenze del caso Mills, nel quale è imputato del reato di corruzione in atti giudiziari);
2) nella irrazionalità dell’esclusione dal provvedimento di sospensione dei soli reati più gravi, che si pone in palese contrasto con quanto affermato sia da destra che da sinistra durante la recente campagna elettorale, e cioè che dovesse essere prontamente soddisfatta la generale richiesta di sicurezza a fronte della diffusa microcriminalità (mentre qui vengono addirittura esclusi furti, rapine e stupri, e cioè proprio quei reati che il decreto legge n. 92 intenderebbe radicalmente contrastare) ;
3) nella mancata ricomprensione, tra i reati più gravi (per i quali la sospensione non opera) del reato di corruzione del pubblico ufficiale (tra cui i giudici) e di corruzione in atti giudiziari, che sono forse i reati più gravi in uno «stato di diritto», nel quale la correttezza della conduzione dei processi mira ad assicurare l’eguaglianza di tutti di fronte alla legge.
In terzo luogo, l’emendamento in questione si pone in palmare contrasto con l’art. 112 Cost., il quale, sancendo l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale, costituisce il «punto di convergenza di un complesso di principi basilari del sistema costituzionale, talché il suo venir meno ne altererebbe l’assetto complessivo» (così la Corte costituzionale nella sentenza n. 88 del 1991).
Dal che consegue che, fino a quando esisterà quel precetto costituzionale, il Parlamento, e tanto meno il Governo, potrà vincolare i magistrati a seguire scale di priorità nel perseguimento di dati fatti criminosi (con una sostanziale immunità per i reati pretermessi) . Il Parlamento può bensì depenalizzare certi fatti, ma finchè essi sono qualificati reati, tutti devono essere immediatamente perseguiti.
L’amara realtà che ciò non sempre accada dipende non dall’inesattezza di quel principio costituzionale, ma dalla scarsità delle risorse destinate alla Giustizia, dai vuoti di organico e dalla scarsa severità con la quale il CSM in passato ha punito i giudici fannulloni. Ancor più a monte essa dipende dalle altrettanto scarse risorse destinate alla Pubblica Istruzione e quindi alla formazione delle future generazioni alle quali - cosa gravissima - non sono inculcati sin dai primi anni di scuola i valori della nostra Costituzione. Per rendercisi conto di queste indiscutibili verità non occorre che la giustizia resti ferma per un anno e che centomila processi rischino di essere sospesi.
di Stefano Corradino
"Iudex damnatur ubi nocens absolvitur" sentenziava Publilio Siro. Tradotto: "Quando il colpevole è assolto, è condannato il giudice". Se non fosse vissuto nel I° secolo a. C. l'aforisma di questo scrittore latino potrebbe riportare la data di oggi, un luminoso inno che celebra la reiterata impunità. Ma la storia ha valicato perfino la lirica e la letteratura: il colpevole presunto, o presunto innocente, si è assolto da solo prima del giudizio sospendendo per legge il processo che lo riguardava. E condannando i giudici gridando ancora al complotto delle toghe di estrema sinistra. Preventivamente, prima ancora di qualsiasi commento dei giudici stessi. E' la logica della box: chi mena per primo mena due volte...
E così mentre il centro sinistra (quasi tutto) continua a lodare l'effetto taumaturgico delle elezioni sul Cavaliere trasformatosi di colpo da falco in colomba, da arrogante piazzista in gentile e laconico statista lui, il Cavaliere, dismette i panni del fair player e torna quello di sempre sferrando colpi con una sequenza feroce e progressiva degna del miglior Mohammed Alì. E tutto in una settimana: i decreti di espulsione per i clandestini, poi l'occupazione delle città da parte dei militari di pattuglia e dulcis in fundo lo stop alle intercettazioni e il carcere ai cronisti che le pubblicano. Una vera e propria militarizzazione del territorio e delle redazioni, come chiosava egregiamente Scalfari nel suo editoriale di domenica.
Ieri il colpo fatale per chiudere il cerchio: la riedizione del Lodo Schifani. Nel decreto sicurezza ci piazza un emendamento che sospende i processi per reati meno gravi compiuti entro il giugno 2002. Guarda caso il processo Mills, quello in cui è accusato di aver corrotto il giudice inglese, riguarda un'ipotesi di reato compiuta proprio prima del giugno 2002.
Decreti su decreti, una legge dopo l’altra. "Summum ius, summa iniuria": “massima giustizia, massima ingiustizia”, scriveva Cicerone.
Ora che il trucco è svelato, che il fair play è smascherato, e che alle leggi ad personam il Cavaliere è tornato, qualcuno a sinistra a una reazione, ha pensato?
Traumatico.