mio fratello é figlio unico

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

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lunedì, 30 giugno 2008

LA STRANA CURA DELLA DEMOCRAZIA

di Giuseppe D'Avanzo

AI LIVELLI infimi, il tempo non passa. Lo sapevamo. Berlusconi ci aveva ricordato presto come fosse un'illusione ottica la metamorfosi in homme d'Etat. Insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica politica, sintassi istituzionale), il magnate di Arcore vuole ieri come oggi ridisegnare lo Stato sulle sue misure e interessi liberando il proprio potere - "unto" dal consenso popolare - da ogni contrappeso. Il Corriere della Sera, pulpito liberale, ne dovrebbe essere raccapricciato o almeno impensierito. Accade quel che è già accaduto in passato: da quei pulpiti soi-disants liberali si odono argomenti che tolgono il fiato.


La chiave è la consueta, è musica vecchia. Oltre ogni ragionevolezza, non si vede e nulla si dice del fatto più scomodo: l'interesse privatissimo del capo del governo, padrone di un Parlamento obbediente, a legiferare per proteggere se stesso a prezzo della distruzione del processo penale, dell'indebolimento della sicurezza nazionale, dell'incostituzionalità delle norme che gli garantiscono una impunità perpetua. Si chiudono gli occhi dinanzi allo "scandalo" berlusconiano: gli affari privati del presidente del Consiglio sono la sola voce nell'agenda di un governo alle prese con un Paese impoverito, stagnante, in declino, impaurito da una crisi di cui non avverte né la fine né le vie d'uscita.

L'oratore non sembra interessato a capire che cosa avviene e che cosa può avvenire. Non gl'importa. Il suo bersaglio è concreto. Vuole indicare all'opinione pubblica dov'è "la patologia"; da chi e che cosa deve guardarsi il Paese; chi minaccia con passi eversivi la legittimità del potere politico. Non ci sono "i bolscevichi" oggi alle porte, come nel 1919/1924 quando Luigi Albertini, direttore e comproprietario del Corriere, applaudì l'"anticorpo fascista" salvando l'Italia da "gorghi del comunismo" (possono avere delle costanti le storie collettive). Oggi, per l'oratore pseudo-equanime, l'orda barbarica che minaccia il Paese e la democrazia, è nientedimeno che la magistratura. Sono quelle toghe nere che con "l'arbitrio dell'azione penale, con la mancanza di terzietà, con la ricerca di visibilità dei pubblici ministeri", imbrigliano Berlusconi "con un'immane mole di procedimenti giudiziari".







Lasciamo perdere che all'oratore sfugge come la plastica dimostrazione della terzietà dei giudici italiani sia proprio la storia giudiziaria dell'uomo di Arcore, assolto e liberato dalla prescrizione, mai condannato. Dimentichiamo che, se di Berlusconi si sono dovuti occupare centinaia di giudici in migliaia di udienze, è per la scelta dell'imputato di fuggire dal processo e dai suoi "giudici naturali" verso altri giudici, verso altri tribunali e Corti in attesa di manipolare a suo beneficio codice penale (i reati), codice di procedura penale (i processi), Costituzione (i poteri, il loro equilibrio).


Andiamo al sodo. L'idea che trapela dal sermone è che c'è una sola cura, e necessaria: fine dell'obbligatorietà dell'azione penale; separazione della funzione requirente da quella giudicante; ridimensionamento del Consiglio superiore della magistratura. Osserviamo il mostro che questa "terapia" partorisce. Carriere distinte, dunque. I pubblici ministeri diventano, come nel codice napoleonico, procureurs impériaux o avvocati dell'accusa scelti, istruiti, promossi, puniti dal ministro perché stanno al guardasigilli come il prefetto al ministro dell'Interno (soltanto per pudicizia, forse, l'oratore non lo spiega). L'azione penale non è più obbligatoria. Il pubblico ministero sceglie a mano libera i suoi oggetti, guidato e consigliato dal potere esecutivo. Difficile credere a qualche processo molesto che scuota l'alveare o affondi il bisturi nella diffusa corruzione nazionale. Più facile immaginare che i "non conformi", le teste storte, gli "erranti" rischino qualcosa, magari soltanto vivere con un bastone a poca distanza dalla testa.

Naturalmente, in teoria, anche il modello che prevede il pubblico ministero diretto dall'esecutivo ha delle virtù (può bluffare il pubblico ministero indipendente come essere ineccepibile il requirente che risponde al ministro), ma ogni disegno normativo non nasce nel vuoto pneumatico. Quello che si augura l'oratore pseudo-neutrale dovrebbe prendere forma nell'Italia 2008 dove un uomo, che viene dal capitalismo d'avventura, governa una signoria populista: possiede direttamente - e direttamente controlla, come s'è visto nell'affare Saccà - l'intero sistema televisivo, un arsenale che gli permette di "creare" la realtà, inoculare affetti o fobie, insufflare o determinare la necessità di improrogabili decisioni. È l'uomo che, alla prima occasione (1994), propone come ministro di giustizia un suo avvocato e sodale (Cesare Previti), barattiere giudiziario, condannato poi per aver corrotto un giudice regalando la più grande impresa editoriale del Paese (la Mondadori) al suo Capo. È il presidente del consiglio che, nel suo quarto governo, sceglie come guardasigilli non Giustiniano o Tommaso Moro, ma un ragazzo che gli è stato segretario (Angelino Alfano).


Ora, da quel pulpito liberale, si vorrebbe sapere se questo conflitto d'interessi, che scarnifica l'ordinata architettura dei quattro poteri (governo, Parlamento, magistratura, informazione), rende possibile mettere in discussione l'autonomia e indipendenza della magistratura liquidando tre norme costituzionali: 104 ("La magistratura", pubblico ministero incluso, "costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"); 107 (inamovibilità dal grado e dalla sede); 112 (obbligo d'agire). Come è ovvio e legittimo, lo si può pensare. Lo si dovrebbe dire in trasparenza, però. Il Corriere della Sera, come il Luigi Albertini del discorso alla Corona, Palazzo Madama, 18 giugno 1921, dovrebbe dire ai suoi lettori: noi qui, in via Solferino, tempio della cultura liberale, crediamo che per migliorare la qualità della nostra democrazia, e "salvare l'Italia", i pubblici ministeri debbano essere diretti dall'esecutivo. Cioè, oggi, da Silvio Berlusconi. Sono le parole che non si ascoltano nel sermone finto neutrale. Con un paradosso guignolesco, l'oratore chiede che a dire questa affabile bestialità da mondo sublunare debba essere la "sinistra riformista": dovrebbe "mettere una buona volta fine alla devastante patologia che affligge da decenni il nostro sistema giudiziario".

Già incapace a tempo debito di risolvere il conflitto d'interessi, dovrebbe dunque essere la sinistra, il Partito democratico, a sacrificare all'Egoarca anche l'autonomia della magistratura perché la politica - questa politica, già monca del Parlamento ridotto a rifugio di statue di gesso - viene prima del feticcio legalistico. È proprio vero che "i maghi ingrassano dove esistono le anime fioche".
postato da: majortom79 alle ore giugno 30, 2008 11:57 | link | commenti
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giovedì, 26 giugno 2008

COME VOLEVASI DIMOSTRARE...

Il decreto fiscale del governo fa infuriare il Sud. L'abolizione dell'Ici è stata praticamente finanziata da tagli agli aiuti al meridione. A dirlo non c'è solo l'opposizione. Anzi. C'è tutto un partito della maggioranza: il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo, neo presidente della Sicilia, che ha 8 deputati e 2 senatori.

«I parlamemtari dell'Mpa all'unanimità hanno deliberato di non poter votare la fiducia posta dal governo sul decreto fiscale, meglio conosciuto come decreto Ici, in quanto la copertura finanziaria del provvedimento avviene a spese di importanti infrastrutture del mezzogiorno e contraddice il punto 5 del programma del governo Berlusconi». È quanto si legge in una nota degli 8 deputati e dei 2 senatori del Movimento per l'Autonomia, che fa capo al presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, che martedì ha avuto un incontro con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «I parlamentari dell'Mpa - prosegue la nota - attendono dal governo una risposta su una diversa copertura finanziaria o un impegno formale al ripristino dei fondi sottratti».

Il grido di dolore sul decreto fiscale arriva però anche da altre regione. Il vice-presidente della Calabria, Domenico Cersosimo, chiede ai parlamentari calabresi del Pdl «un segnale di dissenso sul voto di fiducia che oggi dovrà arrivare sul decreto legge dell'Ici». «Al di là del colore politico - dice - sarebbe utile che i parlamentari calabresi, sul voto di fiducia di oggi, battessero tutti assieme un colpo per ricordare all'opinione pubblica nazionale che il decreto sull'Ici viene pagato con la decurtazione di finanziamenti già destinati alla nostra regione». Cersosimo chiede «una tangibile presa di posizione con l'esternazione del dissenso nell'aula della Camera, come anche annunciato dall'Mpa di Lombardo, non contro il taglio dell'Ici per la prima casa ma per evitare che sprofondi il silenzio su questa grave ingiustizia per i calabresi. La posizione assunta dal Movimento per l'Autonomia, un partito del Governo di centrodestra, è coerente con gli interessi del territorio. Loro hanno riconosciuto che è una scelta sbagliata quella di cancellare gli accordi ed i fondi per le infrastrutture nel Mezzogiorno».

postato da: majortom79 alle ore giugno 26, 2008 02:06 | link | commenti
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martedì, 24 giugno 2008

COSTITUZIONALISTI ITALIANI

Ecco l' articolo apparso sul sito dei costituzionalisti italiani.






L’INCOSTITUZIONALITA’ DELL’EMENDAMENTO “BLOCCA-PROCESSI”

Alessandro Pace




A prescindere dagli effettivi (ma non espliciti) motivi che possono aver indotto i senatori Berselli e Vizzini a presentare l’emendamento «sospendi-processi» nel corso della conversione in legge del decreto legge n. 92 del 2008 e a prescindere altresì dal chiaro collegamento di tale emendamento con le vicende personali del Premier (trasparentemente ammesso nella lettera indirizzata da Berlusconi al Presidente del Senato: «excusatio non petita, accusatio manifesta»!), tale emendamento è incostituzionale sotto vari profili.  

Innanzi tutto sotto il profilo procedimentale. L’emendamento in questione non ha infatti nulla a che vedere con gli scopi che hanno indotto il Governo ad adottare il decreto legge in questione i quali esplicitamente vengono in esso identificati con l’apprestamento di «un quadro normativo più efficiente per contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata, nonché norme dirette a tutelare la sicurezza della circolazione stradale in relazione all’incremento degli incidenti stradali e delle relative vittime». Conseguentemente, proprio in ragione di tale estraneità, tale emendamento si pone in contrasto con l’art. 77, comma 2 Cost., avendo la Corte costituzionale di recente statuito: a) che la mancanza del requisito della straordinarietà ed urgenza vizia il decreto legge e la relativa legge di conversione (sentenza n. 171 del 2006); b) che è viziato l’emendamento inconferente con le finalità del decreto legge, conseguentemente privo di tale requisito (sentenza n. 128 del 2008).

In secondo luogo, e sotto più aspetti, l’emendamento è manifestamente  irrazionale e quindi incostituzionale ai sensi dell’art. 3 Cost. La sua irrazionalità  consiste infatti:

1) nella scarsissima credibilità della giustificazione addotta dal Premier, nella citata lettera, secondo cui «questa sospensione di un anno consentirà (…) al Governo e al Parlamento di porre in essere le riforme strutturali necessarie per imprimere una effettiva accellerazione dei processi penali» (laddove è assai più credibile che la sospensione serva al Premier per far approvare nel frattempo una qualche legge che lo ponga definitivamente al riparo dalle conseguenze del caso Mills, nel quale è imputato del reato di corruzione in atti giudiziari);

2) nella irrazionalità dell’esclusione dal provvedimento di sospensione dei soli reati più gravi,  che si pone in palese contrasto con quanto affermato sia da destra che da sinistra durante la recente campagna elettorale, e cioè che dovesse essere prontamente soddisfatta la generale richiesta di sicurezza a fronte della diffusa microcriminalità (mentre qui vengono addirittura esclusi furti, rapine e stupri, e cioè proprio quei reati che il decreto legge n. 92 intenderebbe radicalmente contrastare) ;

3) nella mancata ricomprensione, tra i reati più gravi (per i quali la sospensione non opera) del reato di corruzione del pubblico ufficiale (tra cui i giudici) e di corruzione in atti giudiziari, che sono forse i reati più gravi in uno «stato di diritto», nel quale la correttezza della conduzione dei processi mira ad assicurare l’eguaglianza di tutti di fronte alla legge.

In terzo luogo, l’emendamento in questione si pone in palmare contrasto con l’art. 112 Cost., il quale, sancendo l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale,  costituisce il «punto di convergenza di un complesso di principi basilari del sistema costituzionale, talché il suo venir meno ne altererebbe l’assetto complessivo» (così la Corte costituzionale nella sentenza n. 88 del 1991).

Dal che consegue che, fino a quando esisterà quel precetto costituzionale, il Parlamento, e tanto meno il Governo, potrà vincolare i magistrati a seguire scale di priorità nel perseguimento di dati fatti criminosi (con una sostanziale immunità per i reati pretermessi) . Il Parlamento può bensì depenalizzare certi fatti, ma finchè essi sono qualificati reati, tutti devono essere immediatamente perseguiti.

L’amara realtà che ciò non sempre accada dipende non dall’inesattezza di quel principio costituzionale, ma dalla scarsità delle risorse destinate alla Giustizia, dai vuoti di organico e dalla scarsa severità con la quale il CSM in passato ha punito i giudici fannulloni. Ancor più a monte essa dipende dalle altrettanto scarse risorse destinate alla Pubblica Istruzione e quindi alla formazione delle future generazioni alle quali - cosa gravissima - non sono inculcati sin dai primi anni di scuola i valori della nostra Costituzione. Per rendercisi conto di queste indiscutibili verità non occorre che la giustizia resti ferma per un anno e che centomila processi rischino di essere sospesi.






postato da: majortom79 alle ore giugno 24, 2008 15:20 | link | commenti (4)
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sabato, 21 giugno 2008

SICUREZZA: DEMAGOGIA E MEGAFONO

di Pino Corrias da Vanity Fair

Comunque la si calcoli la contabilità sulla Sicurezza non torna mai. In Italia ci sono 600 omicidi l’anno, più o meno quanti nella sola città di Los Angeles. Eppure la sensazione diffusa è l’assedio, il campo di battaglia, la perpetua notte dei morti viventi che ci aspetta al di là della soglia di casa, appena oltrepassate le telecamere che ci sorvegliano e ci proteggono. Il volto del sindaco Letizia Moratti, prosciugato dalla tensione, non fa che confermare l’allarme. Non bastano più i 100 mila poliziotti, né i 100 mila carabinieri. Ci vuole l’esercito: 2.500 ragazzi ben armati. Da distribuire come? Uno ogni 3 comuni (che sono 8 mila)?  Ma allora perché non arruolarne 25 mila?

Eppure. Se è davvero la sicurezza a ossessionarci, come mai non altrettanta attenzione è dedicata a quella sul lavoro? Nelle fabbriche e nei cantieri si muore più del doppio, 1300 salme l’anno, con fiammate anche spettacolari, come l’anno scorso alla Thyssent e l’altra settimana a Catania, con i telegiornali che lacrimano e i politici che portano i fiori della solidarietà e dell’indignazione da prima serata. Come mai il ministro Ignazio La Russa non ha ancora proposto l’impiego dei Bersaglieri a vigilanza dei cantieri? O quello dei Lagunari per stanare i reclutatori di manodopera clandestina? Gli operai liquidati per asfissia valgono meno di un tabaccaio ucciso per rapina?

E la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta? Perchè ci spaventano meno dei nomadi che lavano vetri, chiedono l’elemosina, rubano qualche portafoglio? E perché non ci allarma, ma anzi incassa consensi crescenti, un governo che organizza leggi contro i magistrati, dimezza i tempi delle prescrizioni, allestisce trappole contro le intercettazioni? Dovrebbero essere le incongruenze (e la potenza della propaganda) a farci un po’ di paura.

postato da: majortom79 alle ore giugno 21, 2008 13:16 | link | commenti (5)
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giovedì, 19 giugno 2008

Il "Dolo Schifani"

di Stefano Corradino


"Iudex damnatur ubi nocens absolvitur" sentenziava Publilio Siro. Tradotto: "Quando il colpevole è assolto, è condannato il giudice". Se non fosse vissuto nel I° secolo a. C. l'aforisma di questo scrittore latino potrebbe riportare la data di oggi, un luminoso inno che celebra la reiterata impunità. Ma la storia ha valicato perfino la lirica e la letteratura: il colpevole presunto, o presunto innocente, si è assolto da solo prima del giudizio sospendendo per legge il processo che lo riguardava. E condannando i giudici gridando ancora al complotto delle toghe di estrema sinistra. Preventivamente, prima ancora di qualsiasi commento dei giudici stessi. E' la logica della box: chi mena per primo mena due volte...

E così mentre il centro sinistra (quasi tutto) continua a lodare l'effetto taumaturgico delle elezioni sul Cavaliere trasformatosi di colpo da falco in colomba, da arrogante piazzista in gentile e laconico statista lui, il Cavaliere, dismette i panni del fair player e torna quello di sempre sferrando colpi con una sequenza feroce e progressiva degna del miglior Mohammed Alì. E tutto in una settimana: i decreti di espulsione per i clandestini, poi l'occupazione delle città da parte dei militari di pattuglia e dulcis in fundo lo stop alle intercettazioni e il carcere ai cronisti che le pubblicano. Una vera e propria militarizzazione del territorio e delle redazioni, come chiosava egregiamente Scalfari nel suo editoriale di domenica.


Ieri il colpo fatale per chiudere il cerchio: la riedizione del Lodo Schifani. Nel decreto sicurezza ci piazza un emendamento che sospende i processi per reati meno gravi compiuti entro il giugno 2002. Guarda caso il processo Mills, quello in cui è accusato di aver corrotto il giudice inglese, riguarda un'ipotesi di reato compiuta proprio prima del giugno 2002.


Decreti su decreti, una legge dopo l’altra. "Summum ius, summa iniuria": “massima giustizia, massima ingiustizia”, scriveva Cicerone.


Ora che il trucco è svelato, che il fair play è smascherato, e che alle leggi ad personam il Cavaliere è tornato, qualcuno a sinistra a una reazione, ha pensato?


postato da: majortom79 alle ore giugno 19, 2008 10:00 | link | commenti (29)
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lunedì, 16 giugno 2008

Al via la norma salva-premier: preoccupazione al Quirinale

Il Quirinale è preoccupato. Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino altrettanto. Berlusconi lo sa, ma va avanti lo stesso.L'obiettivo è bloccare la sentenza del processo Mills dov'è imputato di corruzione in atti giudiziari. La strategia prevede due tempi: subito (oggi) un emendamento al decreto sicurezza, l'unico contenitore disponibile che gli può garantire la rapidità necessaria, per bloccare tutti i processi che "non destino grave allarme sociale" per i reati commessi fino al 2001 (come il suo). A seguire un disegno di legge per riproporre, con legge ordinaria, il lodo Schifani, inchieste congelate per le più alte cariche dello Stato. Mancino boccia entrambi i progetti. Del secondo dice: "Ci vuole una legge costituzionale". E delle priorità ai giudici per mandare avanti i dibattimenti per reati gravi e gravissimi: "Non sono mai stato di questo avviso perché scalfisce e attenua l'obbligatorietà dell'azione penale".

Saggi consigli, rischi di conflitto istituzionale, sconvolgimento dei processi in un'intera nazione, rottura con l'opposizione. Ma il Cavaliere mette in gioco tutto pur di evitare un'ipotetica condanna che, a parole, il suo avvocato Niccolò Ghedini continua ad escludere dal novero delle possibilità. E tuttavia, da una settimana, si lavora in modo febbrile per infilare nel decreto sicurezza la norma che proprio Ghedini aveva proposto sin da quando il governo ha cominciato a lavorare sul pacchetto. Un articolo che suona così: "Nella trattazione dei procedimenti penali e nella fissazione delle udienze è data precedenza ai processi con imputati detenuti e a quelli che abbiano messo in pericolo la sicurezza pubblica o che abbiano comportato grave allarme sociale".

Un diktat alle toghe. Simile a quello che il Csm fece negli anni Settanta per i processi di terrorismo. O come la circolare del procuratore Maddalena per i reati indultati. Mandare avanti i reati gravissimi, mafia e terrorismo, e quelli gravi, furti, rapine, violenze di ogni tipo. Tutto per rispondere all'allarme sicurezza, "come vuole la gente" insiste il Cavaliere. Reati commessi fino al 2001 (giusto come il suo), e quindi a rischio prescrizione, ma con la garanzia che la stessa prescrizione sia sospesa per legge. Restano fuori tutti i delitti dei colletti bianchi, e tra questi ovviamente anche la corruzione giudiziaria del presidente Berlusconi.

Nelle riunioni per definire il ddl sulle intercettazioni si parla anche di questo. Ne discutono tecnicamente Ghedini, il Guardasigilli Angelino Alfano, il ministro dell'Interno Bobo Maroni, l'aennina Giulia Bongiorno. Berlusconi insiste, vuole subito la sospensione e poi il lodo. Giovedì ne parla a pranzo con Bossi e Maroni. Propone che l'emendamento, assieme a quello sull'esercito, venga licenziato nel consiglio del giorno dopo. Una proposta del ministro della Giustizia, di per sé molto impegnativa. Ma ci si ferma su due perplessità non di poco conto. Una politica, se sia opportuno che proprio il governo faccia un simile passo, destinato a sollevare un vespaio. Una di contenuto: basta solo un'indirizzo di priorità alle toghe che lascia loro la discrezionalità di scegliere quali processi anticipare o è necessario bloccare comunque quelli non urgenti (corruzione e altri, leggi Berlusconi) per un anno? Lega e An sono molto perplessi sulla seconda via. Tutto si ferma. Alfano annuncia solo, a consiglio finito, che presenterà un emendamento per dare "la corsia preferenziale ai processi per gli infortuni sul lavoro". Stop. Poi un contentino ai giudici, anche i giovani uditori potranno fare i pm e i giudici nelle terre di frontiera.

Ieri hanno deciso. Non sarà il governo a presentare l'emendamento, ma un esponente del Pdl. Il nome più accreditato è quello di Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e relatore del dl sicurezza. Ma potrebbe prevalere l'idea di affidarsi a un peones che, come avvenne per Melchiorre Cirami quando nel 2002 presentò la legge sul legittimo sospetto, alla fine darebbe il nome all'ennesima norma salva Berlusconi. Che, se gli indirizzi dell'ultim'ora di ieri saranno confermati, dovrebbe contenere sia l'indicazione delle priorità per i processi che la sospensione per un anno. Che potrebbe anche essere reiterata per altri 12 mesi. Berlusconi, del resto, ha poco tempo. Il processo Mills è agli sgoccioli. E l'accelerazione imposta dai giudici della decima sezione del tribunale di Milano lo preoccupa.

Venerdì è saltata una trasferta a Lugano perché un testimone della difesa, il banchiere Paolo Del Bue, ha presentato un certificato medico. Ma le udienze che mancano sono poche e, salvo ostacoli, la sentenza potrebbe arrivare prima delle vacanze. La sospensione dei processi serve come il pane. Poi ci sarà tutto il tempo per approvare un nuovo lodo Schifani.
postato da: majortom79 alle ore giugno 16, 2008 09:44 | link | commenti (4)
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mercoledì, 11 giugno 2008

LEGGENDE SPACCIATE PER VERITA'

di Luigi Ferrarella






Una sfilza di luoghi comuni, spacciati per verità, compromette la serietà della discussione sull’annunciato intervento legislativo sulle intercettazioni. Che siano «il 33% delle spese per la giustizia», come qualcuno ha cominciato a dire e tutti ripetono poi a pappagallo, è un colossale abbaglio: per il 2007 lo Stato ha messo a bilancio della giustizia 7 miliardi e 700 milioni di euro, mentre per le intercettazioni si sono spesi non certo 2 miliardi abbondanti, ma 224 milioni. Però è una leggenda ben alimentata. Si lascia credere il falso giocando sull’ambiguità del vero, cioè sul fatto che le intercettazioni pesano davvero per un terzo su un sottocapitolo del bilancio della giustizia: quello che sotto il nome di «spese di giustizia» ricomprende anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte della polizia giudiziaria. Spese peraltro tecnicamente «ripetibili», cioè che lo Stato dovrebbe farsi rimborsare dai condannati a fine processo: ma riesce a farlo solo fra il 3 e il 7%, eppure su questa Caporetto della riscossione non pare si annuncino leggi-lampo.                                                                    

«Siamo tutti intercettati»
è altra leggenda che, alimentata da una bizzarra aritmetica «empirica», galleggia anch’essa su un’illusione statistica. Il numero dei decreti con i quali i gip autorizzano le intercettazioni chieste dai pm non equivale al numero delle persone sottoposte a intercettazione.

(un dato per eccesso dice che ad essere intercettati sono lo 0,2% dei cittadini)                                                

Le proroghe dei decreti autorizzativi sono infatti a tempo
(15 o 20 giorni) e vanno periodicamente rinnovate; inoltre un decreto non vale per una persona ma per una utenza. Dunque il numero di autorizzazioni risente anche del numero di apparecchi o di schede usati dal medesimo indagato (come è norma tra i delinquenti).                         

«Le intercettazioni sono uno spreco» è vero ma falso, nel senso che è vero ma per due motivi del tutto diversi da quello propagandato. Costano troppo non perché se ne facciano troppe rispetto ad altri Paesi, dove l’apparente minor numero di intercettazioni disposte dalla magistratura convive con il fatto che lì le intercettazioni legali possono essere disposte (in un numero che resta sconosciuto) anche da 007, forze dell’ordine e persino autorità amministrative (come quelle di Borsa).

Invece le intercettazioni in Italia costano davvero troppo (quasi 1 miliardo e 600 milioni dal 2001) perché lo Stato affitta presso società private le apparecchiature usate dalle polizie; e in questo noleggio è per anni esistito un Far West delle tariffe, con il medesimo tipo di utenza intercettata che in un ufficio giudiziario poteva costare «1» e in un altro arrivava a costare «18». Non a caso Procure come la piccola Bolzano (costi dimezzati in un anno a parità di intercettazioni) o la grande Roma (meno 50% di spese nel 2005 rispetto al 2003 a fronte di un meno 15% di intercettazioni) mostrano che risparmiare si può. E già il ddl Mastella puntava a spostare i contratti con le società private dal singolo ufficio giudiziario al distretto di Corte d’Appello (26 in Italia).

L’altra ragione del boom di spese è che, ogni volta che lo Stato acquisisce un tabulato telefonico, paga 26 euro alla compagnia telefonica; e deve versare al gestore circa 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per un cellulare, 12 al giorno per un satellitare. Qui, però, stranamente nessuno guarda all’estero, dove quasi tutti gli Stati o pagano a forfait le compagnie telefoniche, o addirittura le vincolano a praticare tariffe agevolate nell’ambito del rilascio della concessione pubblica.

«Proteggere la privacy dei terzi», nonché quella stessa degli indagati su fatti extra-inchiesta, non è argomento (anche quando sia agitato pretestuosamente) che possa essere liquidato con un’arrogante alzata di spalle. Ma è obiettivo praticabile rendendo obbligatoria l’udienza-stralcio nella quale accusa e difesa selezionano le intercettazioni rilevanti per il procedimento, mentre le altre vengono distrutte o conservate a tempo in un archivio riservato. E qui proprio i giornalisti dovrebbero, nel contempo, pretendere qualcosa di più (l’accesso diretto a quelle non più coperte da segreto e depositate alle parti) e accettare qualcosa di meno (lo stop di fronte alle altre).

Prima di dire poi che «le intercettazioni sono inutili»andrebbe bilanciato il loro costo con i risultati processuali propiziati. Ed è ben curioso che, proprio chi ha imperniato la campagna elettorale sulla promessa di «sicurezza» per i cittadini, preveda adesso di eliminare questo strumento che, per fare un esempio che non riguarda la corruzione dei politici, ha consentito la condanna di alcune delle più pericolose bande di rapinatori in villa nel Nord Italia, e ancora ieri ha svelato a Milano il destino di pazienti morti in ospedale perché inutilmente operati solo per spillare rimborsi allo Stato. Senza contare (c’è sempre del buffo nelle cose serie) che proprio Berlusconi ben dovrebbe ricordare come un anno fa siano state le intercettazioni, che ora vorrebbe solo per mafia e terrorismo, a «salvare» in extremis da un sequestro di persona il socio di suo fratello Paolo.

Ma il dato più ignorato, rispetto al ritornello per cui «le intercettazioni costano troppo», è che sempre più si ripagano. Fino al clamoroso caso di una di quelle più criticate per il massiccio ricorso a intercettazioni, l’inchiesta Antonveneta sui «furbetti del quartierino». Costo dell’indagine: 8 milioni di euro. Soldi recuperati in risarcimenti versati da 64 indagati per poter patteggiare: 340 milioni, alcune decine dei quali messi a bilancio dello Stato per nuovi asili. Il resto, basta a pagare le intercettazioni di tutto l’anno in tutta Italia.
postato da: majortom79 alle ore giugno 11, 2008 12:23 | link | commenti (4)
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martedì, 10 giugno 2008

L'Italia s'è desta?

2006-09-07T131424Z_01_NOOTR_RTRIDSP_2_OUKSP-UK-SOCCER-ITALY-DONADONITraumatico.

Non trovo altri aggettivi per descrivere l'inizio dell'Europeo di calcio 2008, che si disputa in Austria e Svizzera, per l'Italia.

Il clima sereno, gioviale e rilassato che si percepiva in questi giorni a Casa Azzuri mi aveva preoccupato non poco, tenendo conto che nel nostro Dna c'è scritto che per dare il meglio, in ogni situazione, abbiamo bisogno di stare con l'acqua alla gola e costantemente sotto pressione. Si potrebbe fare una lunga digressione su questo aspetto sociologico dell'italiano medio, ma vi eviterò inutili e noiose analisi di cui non sono neanche capace.

Le colpe della disfatta azzurra vanno suddivise fra tutti gli attori, sia quelli in campo che in panchina e, nonostante non sia mai stato nel partito anti-Donadoni, devo riconoscere che ieri ha fatto delle scelte davvero discutibili. A cominciare dall'esclusione di Daniele De Rossi, uno dei centrocampisti più forti del mondo, per affidare la zona mediana ad un Ambrosini eterna promessa del calcio nostrano, centrocampista di valore, ma che sarà ricordato dai posteri più che altro per l'interminabile serie di infortuni e di partite "giocate" in panchina nella sua squadra di club.

Incomprensibile anche la decisione di affidarsi al blocco Milan a centrocampo, incomprensibile se si tiene conto della disfatta rossonera in campionato e del fatto che Gattuso, seppur sempre generoso, pare ormai in declino. Passi per Pirlo, che non si discute, ma De Rossi e Perrotta avrebbero offerto ben altre garanzie. In attacco non credo si possa parlare di errori, almeno nella formazione iniziale, visto che Donadoni ha semplicemente riproposto il trio di attaccanti in cui ha sempre creduto e che, con ogni probabilità, se fossero stati supportati da un centrocampo maggiormente efficace, avrebbero fatto un'altra partita.

Piuttosto a sorprendere è stata la scelta di aver riproposto la stessa formazione all'inizio della ripresa dopo il disastroso primo tempo. In questo caso Donadoni ha brillato per testardaggine e mancanza di capacità di cambiare la propria squadra in corsa.

Sono bastate poche decine di minuti perchè si comprendesse che con Grosso, Del Piero e Cassano, sarebbe stata un'altra musica.

Le note più dolenti, però, sono quelle che riguardano la difesa, storicamente baluardo inespugnabile, marchio di fabbrica di sempre degli azzurri e questa volta semplicemente imbarazzante, ben oltre i pronostici più pessimistici dopo l'infortunio di Cannavaro. Materazzi ha fatto un campionato disastroso, anche dopo il rientro dall'infortunio, e nonostante le assenza prolungate di Cordoba e Samuel nell'Inter, Mancini gli ha quasi sempre preferito Rivas, dunque era prevedibile aspettarsi una condizione a dir poco approssimativa. Barzagli è reduce da un paio di stagioni deludenti, parte integrante di una retroguardia, quella del Palermo, che in due anni ha preso più di 110 goal.

Avevo anche detto che forse sarebbe stato il caso di fa r giocare Chiellini, che se pur rude e spesso falloso, gode di una condizione fisica eccellente, è veloce, ha senso della posizione e anticipo ed è molto abile nel gioco aereo, così come dopo l'infortunio di Cannavaro, anzichè Gamberini, che dubito sarà impegnato più di tanto dal ct, forse sarebbe stato il caso di convocare Legrottaglie, anche lui reduce da una stagione da incorniciare e sopratutto affiatato con Chiellini. Ripeto, magari mi sbaglio ma io un pensierino ce l'avrei fatto.

Adesso non resta che tirare fuori gli attributi e, fermo restando che bisoogna battere a tutti i costi la Romania, se la Francia non dovesse vincere con l'Olanda, potremmo paradossalmente passare il girone con soli 4 punti e dunque ci basterebbe anche un pareggio con i transaplini.

Non ci resta che attendere e sperare che Donadoni faccia un serio mea culpa (bruttine le dichiarazioni del dopo partita) e che sopratutto mandi in campo i giocatori più in forma.

Io ci credo ancora.



postato da: majortom79 alle ore giugno 10, 2008 11:03 | link | commenti (22)
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lunedì, 09 giugno 2008

CAVALIERE: Avviso di chiamata al Consiglio dei ministri

Con Ghedini. Con Alfano. Con Bonaiuti. E poi coi leghisti, Maroni in testa. Telefonate di fuoco che occupano tutta la domenica. Tutti a consigliargli prudenza, a tentare di tenerlo a freno. A dirgli che, anche se si tratta di un disegno di legge, sulle intercettazioni non si può scatenare subito l'inferno in Parlamento. Che i reati di corruzione e concussione non si possono proprio escludere. A segnalargli la cauta apertura dei magistrati, da non buttare via, che concordano sulla necessità di tutelare la vita privata finita per caso negli ascolti. Ma Berlusconi non ci vuole sentire.

Il Cavaliere, mai come sulle intercettazioni, non accetta compromessi. Perché la questione lo riguarda personalmente. Inutilmente il suo avvocato e consigliere giuridico Niccolò Ghedini tenta di farlo ragionare. Il premier continua a ripetere: "Adesso basta, sulle intercettazioni si fa come dico io. Scrivete quello che voglio: vanno vietate sempre, e vanno ammesse solo in casi eccezionali. Questo scandalo deve finire". Gli pesa addosso l'ultimo processo per cui è accusato di corruzione, quello in cui è coinvolto l'ex direttore di Rai Fiction Agostino Sacca.

Ai tecnici la richiesta è esplicita: "Il provvedimento deve contenere l'elenco dei reati per i quali si possono chiedere le intercettazioni. E ci devono essere solo quelli gravi". Mafia, terrorismo, pedofilia, reati di grave allarme sociale, violenze. Niente delitti contro la pubblica amministrazione. Via la corruzione e la concussione. A chi cerca di fargli capire che una legge simile rischia di incorrere subito nei fulmini del Quirinale il Cavaliere replica: "È inaccettabile che i magistrati possano chiedere sempre e comunque le intercettazioni per qualsiasi reato. E poi finisce sempre e tutto sui giornali, pure gli sms con uno scambio di baci". Ma costruire l'elenco, la rubrica dei reati, non è semplice, perché basta contestare, come avviene oggi, un'associazione a delinquere e il gioco è fatto, l'intercettazione è ben che ottenuta. Ghedini suggerisce una strada alternativa alla lista dei reati: "Toccherà al consiglio dei ministri decidere. Oggi si può intercettare se il reato è punito con più di cinque anni. Si può salire fino a sette, otto, dieci anni. Ma è una scelta politica".






I tempi ormai sono stretti. Berlusconi vuole portare il testo al consiglio dei ministri di venerdì. Con il Guardasigilli Angelino Alfano è stato imperativo: "Voglio subito l'articolato". Il titolare del Viminale Roberto Maroni lo ha invitato alla prudenza: "Io, pregiudizialmente, non sono contrario a limitare le intercettazioni. Tutt'altro. Soprattutto perché è scandaloso il costo raggiunto in Italia, è il più alto al mondo. Però mi riservo di guardare bene il testo quando mi arriverà sulla scrivania". Maroni non ha mai voluto ostacolare il lavoro delle toghe. E appena due settimane fa si è opposto all'ipotesi di introdurre la norma sulla riapertura del patteggiamento che, con la sospensione dei processi, avrebbe potuto fermare quello di Berlusconi a Milano per la falsa testimonianza Mills. E adesso c'è già l'ex Guardasigilli Roberto Castelli che ha detto no all'ipotesi di escludere la corruzione. Per la linea morbida, almeno con i giornalisti, lavora anche il sottosegretario alla Presidenza Paolo Bonaiuti subissato dalle telefonate di protesta delle associazioni di categoria: "State tranquilli, farò in modo che siano tolte le penalizzazioni contro la stampa".

Resta il braccio di ferro sull'utilizzabilità delle intercettazioni, sia quelle già fatte, sia quelle che coinvolgono terze persone coinvolte nell'inchiesta. Per le prime, quelle che, se rese inutilizzabili, potrebbero far cadere decine di processi importanti, i magistrati sono disposti a inondare di ricorsi la Consulta. E già dicono che sarebbe incostituzionale anche una norma transitoria che imponesse di buttarle via. Per le seconde la partita è da scrivere. Alfano è tranchant: "Ci vuole una razionalizzazione. Perché qui s'intercetta uno che parla con altre decine di persone che non c'entrano niente, ma vengono coinvolte nell'indagine e rischiano di vedere le loro conversazioni sui giornali. I colloqui dei "terzi" vanno espunti". E se il magistrato, ascoltandoli, trova un reato? La soluzione di Berlusconi è liquidatoria: "Si butta tutto via". In barba all'obbligatorietà dell'azione penale.
postato da: majortom79 alle ore giugno 09, 2008 09:45 | link | commenti
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venerdì, 06 giugno 2008

Così il maresciallo voleva fermare il carabiniere che denunciava. E Bertolaso decise che non c'era più bisogno dei militari...

C'era un carabiniere onesto, che segnalava al commissariato straordinario le irregolarità e i pericoli della discarica di Villaricca, e un carabiniere disonesto, che faceva di tutto per bloccarlo e per compiacere Marta Di Gennaro. Fino a che, a un certo punto, Guido Bertolaso decise che dei carabinieri distaccati presso il suo commissariato non c'era più bisogno, e il drappello fu smantellato. 

Il carabiniere onesto ha il grado di appuntato, si chiama Giovanni Ladonea Parascandola e viene dal Noe, il nucleo operativo ecologico; ha corso seri rischi andando a ficcare il naso nella discarica anche quando era libero dal servizio e addirittura in ferie. Il carabiniere disonesto, che è tra le 25 persone arrestate ieri, si chiama Rocco De Frenza, ha il grado di maresciallo e viene dal Ros, il Raggruppamento operativo speciale. Sullo sfondo, l'avversione che alcuni militari, tra cui De Frenza, nutrivano per il generale dell'Arma Umberto Pinotti, comandante del Noe e noto per essere tutto d'un pezzo. Da aprile ad agosto dello scorso anno, Parascandola va a Villaricca, osserva e fotografa le cose che non vanno e, tramite il suo comandante, il tenente De Ciutiis, manda alla Di Gennaro preoccupanti relazioni di servizio: il 13 aprile scrive che non arriva Fos, ma «tal quale tritovagliato». Il 3 maggio aggiunge che il tal quale è «caratterizzato da un'enorme componente di umido». Il 9 maggio precisa che la discarica e le sue aree NW e NE «sono rimaste occupate da otto o novemila metri cubi di percolato» e «l'area NE è da considerarsi a grave rischio in quanto mancano circa 30 cm alla tracimazione del percolato dall'invaso ». Dello stesso tenore le relazioni del 26 luglio e del 2 agosto. Il primo agosto, su delega dei pm, il capitano Masi dei carabinieri del Noe chiede formalmente al commissariato di governo le relazioni di servizio dell'appuntato Parascandola. Ed è il panico. Marta Di Gennaro è molto seccata, soprattutto perché «Guido ha smesso di autorizzare le missioni dei carabinieri. Hanno continuato ad arrivare questi appunti — dice ancora in una telefonata — su sopralluoghi fatti, alcuni dei quali esordivano dicendo "Questo sopralluogo viene fatto in periodo di ferie dal sottoscritto con mezzi propri". Io non ho voluto più avere a che fare con i carabinieri da quando Guido mi ha detto: "Ferma, questi devono cambiare"... La richiesta di questo Masi: che cosa vuole, vuole quei pezzacci di carta che ti vedi lì. Che dobbiamo fare? Forse li dobbiamo dare, ma così li suffraghiamo... Questi hanno continuato a fare quello che facevano... quella era la ragione per cui ce li volevamo togliere di mezzo!». Sull'argomento, Bertolaso ha chiesto di essere ascoltato dai pm e il 28 novembre ha detto loro cose alquanto diverse: «Le relazioni redatte venivano vagliate dalla struttura e tenute nella debita considerazione. Ne è dimostrazione il fatto che, alla fine di maggio, proprio per i problemi denunciati da Parascandola, abbiamo decise di fermare i conferimenti alla discarica di Villaricca». Fatto sta che per due volte il commissariato non ha dato al Noe tutte le relazioni dell'appuntato ficcanaso e solo dopo l'audizione di Bertolaso è stata finalmente consegnata quella del 18 maggio. Parlando al telefono con Michele Greco, dopo averlo invitato a strappare le relazioni di servizio di Parascandola, diceva De Frenza: «Adesso te lo cerco e te lo blocco in qualche modo, sennò gli faccio una pratica disciplinare». Ora, per fortuna, la faranno a lui.
postato da: majortom79 alle ore giugno 06, 2008 09:41 | link | commenti (3)
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