Correva l'anno 2003, un gruppo di amici, tra cui io, legato da grande passione per la musica, mise su una fanzine musicale, THE VOX, del tutto autoprodotta, che aveva come scopo quello di parlare di tutti gli aspetti legati al mondo della musica, alle storie che vi girano attorno, ad eventi da raccontare, ad albums da ricordare.
Fu così che, con lo spirito di un gioco e senza prenderci troppo sul serio, riuscimmo, inaspettatamente a realizzare qualcosa di interessante e sopratutto ispirato dalla semplice passione per la musica.
Proprio questi giorni mi è capitato, per caso, di trovare i vecchi numeri di quel piccolo giornale casereccio, e mi sono tornati alla mente ricordi piacevolissimi di esperienze vissute con lo stato d'animo di chi non ha nessuna grande pretesa, nessuna intenzione riuffiana, se non nei confronti di se stesso e del proprio amore per il mondo delle sette note.
Così, ci capitò di riuscire a realizzare interviste inaspettate, di ritrovarci a chiacchierare amabilmente con artisti sorprendentemente molto disponibili ad offrire un po' del loro tempo ad un manipolo di ragazzi.
Quello "stupido sogno" ci regalò interviste agli Afterhours, ai Verdena, ai Timoria, agli Avion Travel, ai Litfiba.
Voglio riproporre l'intervista realizzata da me e da Marta Cafagna agli Avion Travel, nella persona del grande chitarrista Fausto Mesolella, persona affabile e disponibile ad aprirsi anche con chi, come noi, non era in grado di assicurargli nessun ritorno pubblicitario.
E’ una cosa soggettiva. Molti emigrano perchè non sono legati alla propria terra e non sentono di avere radici in essa. Personalmente non ho intenzione di lasciare la mia tenda, anche perchè sono una specie di punto di riferimento per i ragazzi della mia zona che si avvicinano alla musica e questo mi gratifica molto. Il fatto che nella nostra musica si senta “il sud”, credo sia fisiologico e caratterizzante.
Non credo che il problema sia la televisione, secondo me bisognerebbe iniziare dalla scuola materna ad insegnare ad amare la musica e ad averne rispetto, in quanto arte. Quando viene a mancare il rispetto, l’arte diviene un prodotto di consumo e come tale viene venduto. La televisione serve a far consumare, e come tale mette dei prodotti in vetrina. Questo non è necessariamente negativo.
Nel nostro caso, ad esempio, ci ha dato la possibilità di farci conoscere da chi non sapeva chi fossero gli Avion Travel. Ritorno a dire che sia necessario comprendere che la musica è una forma d’arte, al pari di pittura, letteratura e scrittura.
Dipende dai concerti. Ad esempio un pezzo come Via delle Indie è molto “difficile”, sia come ascolto che come esecuzione. In un concerto estivo, in cui c’è fondamentalmente bisogno di un momento di leggerezza, è preferibile orientarsi su pezzi più “facili”. Per nostra fortuna abbiamo un repertorio vasto e vario, cosa che ci consente di spaziare molto. Con il nuovo disco le possibilità di far questo aumenteranno ulteriormente. A questo proposito stiamo pensando, per il tour successivo all’album, ad un concerto di tre ore.
L’album dovrebbe uscire nei primi mesi del 2003, ma il titolo ancora non lo abbiamo deciso, visto che ancora stiamo ultimando le registrazioni. Posso dirti che sarà un album che sorprenderà parecchio, perchè ha un occhio che guarda molto al futuro, specie dal punto di vista dei suoni.
Tra di noi lo chiamiamo “Bellosguardo” , perchè sta segnando una svolta per gli Avion Travel, ampliando il nostro sguardo a tutto ciò che ci circonda.
Si, c’è molta elettronica. E’ un disco molto divertente, che mostra un nostro volto inedito. Ecco perchè ti dicevo che vorremmo fare concerti molto lunghi, proprio per poter racchiudere in esso tutte le facce e le fasi artistiche della Piccola Orchestra Avion Travel.
No, sono legato a tutte le canzoni, sia che le abbia scritte io, sia che le abbiano scritte gli altri, visto che noi siamo tutti autori. Posso annunciarti che c’è brano del prossimo disco che per me ha un significato molto particolare.
Beh, io ci sono dal 1986, il gruppo esiste dal 1980 e credo che per essere amici bisogna “saper litigare”.
Dopo una bella litigata l’importante è che non si serbi rancore e che non ci si mandi a qual paese in malomodo. E’ bello che ognuno esprima le proprie opinioni e ci si confronti, perchè fortunatamente gli uomini sono molto diversi fra loro. Però, tutto deve finire lì, dandosi appuntamento alla volta successiva, senza intaccare la reciproca stima. Anche noi degli Avion Travel litighiamo, com’è normale che sia, anche perchè io sono un tipo molto litigioso, passionale e abbastanza attaccabrighe.
Tutto ciò non influisce, però, sul nostro affiatamento.
Beh, da ragazzo ascoltavo Hendrix, i Led Zeppelin, Santana, tutto il rock di quel periodo, che era quasi tutto bellissimo a causa dell’approccio che aveva chi faceva musica.
Mi piacevano tutti, dai Jethro Tull ai Gentle Giant, i Genesis, gli Who, Pete Townshend. Tra l’altro ho delle bellissime registrazioni inedite di quel periodo. Ho attraversato gli anni di Woodstock, il ’68, la rivalità Beatles-Rolling Stones. Poi sono arrivati gli anni ’80 e a me veniva da piangere, perchè si è distrutto tutto quello che era stato costruito.
Adesso ascolto di tutto, perchè ormai il musicista lo faccio di professione ed è giusto che mi renda conto di quello che mi succede intorno. Però non ho grandi passioni per i musicisti attuali, nessuno mi emoziona davvero. Gli ultimi due dischi che ho comprato sono “Come away with me” di Norah Jones e “Painted from memory” di Elvis Costello e Burt Bucharach. Mi piace molto il pop inglese, in alcuni gruppi giovani ci trovo ancora qualcosa di geniale, anche se, sinceramente, non saprei citarti i nomi.
La musica italiana non mi piace molto, specie i gruppi rock. Non condivido il loro modo di suonare il rock, almeno per come lo intendo io. Mi fanno tenerezza, senza cattiveria s’intende. Magari hanno ottime idee, sono grandi professionisti, ma non mi convincono per niente. Un gruppo che mi piace molto e che ho scoperto da poco essere italiano, sono i Planet Funk. Sono gli ultimi che mi hanno veramente “diverito”, sono molto freschi ed hanno una gran carica. Il loro singolo di questa estate, “Who said”, mi piace un sacco.
Partiamo da un presupposto. Mediamente una sera si e una no un ragazzo spende i suoi 15-20 euro fra discoteca, pub e distrazioni varie, ok? Fermo restando che 20 euro per un cd sono davvero tanti, nel frattempo che si cerca di risolvere il problema dei prezzi, ogni tanto si potrebbe fare a meno della pizza e della birra per comprarsi un cd originale. Capisci bene che chi lavora 2-3 anni su un album un po’ di dispiacere lo prova quando pensa ad una cosa del genere e vede il proprio lavoro sulle bancarelle, sapendo che se ne vendono più che gli originali.
Chi compre un disco pirata spendendo 5 euro evidentemente non ritiene che quello sia un prodotto artistico. Forse il problema è anche chi artisti non sono più tanto amati. Gli Avion si stanno battendo per affrontare questo problema. Quando facciamo un tour compriamo noi stessi parte dei cd, per abbattere i costi e poterli vendere ad un prezzo più accessibile. Poi credo sarebbe anche opportuno vendere i dischi degli artisti emergenti a 10 euro per lanciarli, perchè spendere 20 euro per uno che non conosci è davvero troppo. C’è da dire anche che le royalties che percepiamo sulla vendita degli album non sono molto alte e che il nostro guadagno deriva principalmente dai concerti.
Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci é stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci e’ stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che é giusto, e di ciò che é buonsenso.
Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicita sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versastilità la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é per questo che la nostra città é aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così!
Un altro episodio di satira censurata in Rai nel novembre 2003.
Protagonisti il comico Paolo Rossi, il programma Domenica in e Pericle, statista. Il comico riceve l'invito a partecipare a Domenica in da Paolo Bonolis, suo amico ed estimatore. Rossi non va in televisione da una vita, eppure è uno degli attori più amati dal pubblico.
Da un anno riempie i teatri di tutta Italia con uno splendido spettacolo sulla Costituzione. Bonolis lo vuole in studio per fargli interpretare qualche stralcio del suo spettacolo. Rossi è in tournée, quindi rinvia la partecipazione per quando sarà a Roma. Gli autori di Domenica in sembrano entusiasti. Il comico, che ha una certa esperienza di Rai, chiede: "Siete proprio sicuri?". "Sì! Vieni e fai quello che ti pare!".
Lo spettacolo di Paolo Rossi arriva a Roma, all'Ambra Jovinelli. Rossi richiama gli autori di Domenica in. "Siete sempre sicuri?". La risposta è ancora sì, senza più l'esclamativo. I funzionari vorrebbero però conoscere in anticipo il testo. Rossi non ha difficoltà a rivelarlo, si tratta di un brano del suo spettacolo. Bonolis contatta il comico milanese riferendogli che: "Il testo non è piaciuto ai funzionari, l'hanno trovato troppo forte". Paolo Rossi sarà il benvenuto a Domenica in a patto che si limiti a "una presenza professionale", come per esempio la partecipazione al quiz, due battute, un po' di pubblicità alla tournée, eccetera. L'attore declina.
"Acculturazione e acculturazione" di Pier Paolo Pasolini
Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro "cattivo" nelle periferie "buone" (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili. Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo? No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo-borghese, nell’adeguarsi al modello "televisivo" che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, buttata per sempre…
Si è tenuto venerdi scorso, 18 aprile, l’ultimo incontro del programma Formazione e Riformazione, organizzato dal giudice del tribunale di Trani, Francesco Messina, presso il liceo Classico Casardi di Barletta. Sono stati dialoghi volti a spingere gli studenti a sfruttare la propria vivacità mentale per indirizzarla verso la voglia di conoscenza e lo sviluppo di un proprio senso critico, al fine di poter assumere piena coscienza delle proprie decisioni dopo aver decodificato i messaggi provenienti da varie direzioni.
L’ultimo incontro, che avrebbe dovuto avere come ospite il dott. Valerio Savio, giudice del tribunale di Roma (assente per motivi professionali), ha avuto come argomento centrale il rapporto fra politica e magistratura.
Rapporto storicamente di difficile comprensione, spesso strumentalizzato per interessi di parte.
Il dott. Messina ha voluto “in primis” fare riferimento alle logiche, nobilissime, che hanno animato la nascita della nostra Costituzione, cardine dell’ordinamento italiano e nata dalla sintesi di istanze di varia provenienza, come quelle cattoliche, comuniste e liberali.
In quel momento storico la politica ha goduto di un primato morale e di un forte senso di responsabilità nei confronti di una magistratuta ancora inquadrata nei valori imposti dal regime fascista. La politica seppe, invece, contemperare interessi e bisogni di un paese uscito con gravissimi danni dalla seconda guerra mondiale. I due apparati istituzionali raggiunsero una convergenza di ideali con il ricambio generazionale dell’organo della magistratura, che sfociò nella nascita di Magistratura Democratica (1964), un rivoluzionario “volano” di ideali a tutela del cittadino, dell’ambiente, della salute, grazie al principio estensivo di applicazione della Costituzione.
Ad esempio lo statuto dei lavoratori nacque nel 1970 anche a seguito di interpretazioni dei giudici “costituzionalmente orientate” rispetto a quelle che erano le leggi esistenti; con l’emanazione di quelle sentenze fu aperto il varco a quelli che oggi sono istituti fondamentali del nostro ordinamento.
Naturalmente non mancarono le critiche a questa linea di condotta, ma da quei magistrati fu fatta la scelta, molto consapevole, di definirsi degli eretici rispetto alla situazione culturale esistente. Marco Ramat (fra i fondatori di M.D.), accolse questa definizione nel suo significato etimiologico: “Noi uomini di giustizia abbiamo un solo padrone: La Costituzione. La parola eresia significa ricerca, conoscenza e coraggio della scelta”.
Furono anni di grandi speranze, di straordinarie innovazioni di pensiero, ma anche di grandi turbolenze sociali, che sfociarono nei numerosi attentati che avvennero fra gli anni ’70 e ’80 e che furono riconducibili alla matrice neofascista. Basti pensare alla strage di Piazza Fontana, alla strage di Bologna o a quella di Piazza della Loggia.
La spinta politica e culturale ad una attuazione dei principi costituzionali conobbe la sua parabola discentente negli anni ’80, allorché si diffuse nel mondo politico uno straordinario e dilagante fenomeno di corruzione, che culminò con il noto fenomeno giudiziario di “mani pulite”.
Le indagini, contrariamente a quanto certi revisionismi storici interessanti vorrebbero far credere, ebbero vita in modo del tutto casuale e non vi fu nessun intento persecutorio della magistratura nei confronti della classe politica. La denuncia di un imprenditore lombardo nei confronti di Mario Chiesa (PSI) scaturì dalla insostenibilità di un sistema viziato dalle sempre maggiori richieste di tangenti al mondo dell’imprenditoria e non solo. Il sistema espelleva le imprese che non riuscivano più a stargli dietro economicamente a causa delle sempre più esose mazzette e generò un debito pubblico immenso (quello che ancora paghiamo), provocando costi altissimi per la collettività. Con una reazione a catena la denuncia nei confronti di Chiesa provocò lo smascheramento delle proporzioni del fenomeno della corruzione, ormai diffusa in tutto il paese e unico vero lascia-passare per l’economia italiana.
Ma fu l'offuscamento di quei forti ideali che avevano rappresentato l’ossatura della Costituzione ad essere la causa di quella gravissima crisi democratica. Una società in cui i valori della politica sono saldi e moralmente condivisi, non ha bisogno di intervento così ampio e radicale dei giudici. Se un organo politico non è in grado prima di tutto di fare pulizia al suo interno, pare ovvio che la collettività non sarà in grado di percepire valori eticamente differenti.
In proposito il dott. Messina ha citato Machiavelli: “così come i buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi, così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de' buoni costumi”.
Se i “provibiri” del partito non esercitano il proprio potere di controllo o lo fanno male, se i rappresentanti della Pubblica Amministrazione ometteno agli stessi doveri, l’ultimo baluardo rimane la giustizia, la legge in senso puro del termine, il “potere di chi non ha poteri”, il potere dei cosiddetti “ultimi”.
Sostenere strumentalmente che i magistrati facciano politica è sbagliato in sé, o almeno nei termini con cui si affronta la questione.
“Il magistrato fa politica, come sostiene lo stesso dott. Messina, nel momento in cui è inserito nella società, ne comprende i palpiti, ne ascolta le istanze. Chi non presta attenzione alle esigenze della collettività, decide di fare politica allo stesso modo ma in maniera conservativa. Ogni atto compiuto da un magistrato può ritenersi un atto politico, allor quando si intenda per politica la capacità di incidere sulla società in quanto tale. Può dirsi un atto politico quello di un giudice che emette 150 sentenze contro gli extracomunitari senza occuparsi dei reati compiuti anche dai ceti abbienti. Alla stessa conclusione si giunge se si perseguissero soltanto i reati connessi all'esercizio del potere politico. Ma non è il magistrato che fa queste scelte: il Parlamento stabilisce le leggi e sceglie che cosa tutelare e come prestare tutela; i cittadini decidono poi se osservare o violare quelle norme".
Messina ha, inoltre, sottolineato la sua perplessità nei confronti della possibilità che venga approvata una legge come quella che intendesse limitare l’uso delle intercettazioni telefoniche esclusivamente ai reati di associazione mafiosa e a quelli legati al terrorismo. Se passasse una legge del genere non sarebbe più possibile condurre indagini accurate e particolari per molti reati che hanno forte impatto sulla vita della comunità; in questi casi non si potrebbe rispondere in modo adeguato alla evoluzione dei fenomeni criminali; con nefaste e intuibili conseguenze. E' chiaro, infatti che poter combattere certi fenomeni significa dare un beneficio per la collettività (basta pensare all’ “ossigeno” economico per i commercianti che è derivato dallo smantellamento di simili meccanismi delinquenziali). Anche questo può dirsi “fare politica”.
Basta ricordare i benefici che derivarono dalla lotta al fenomeno dilagante della corruzione nei primi anni ’90.
“Un dato in questo senso”, precisa il dott. Messina, “indica chiaramente questa virtuosità. A Milano, dopo le indagini di “Mani Pulite”, i costi di costruzione di un chilometro di metropolitana diminuirono di oltre la metà (nonostante l’inflazione) con i benefici per la collettività che si possono immaginare. Ecco l’importanza di saper porsi dubbi senza abbandonarsi a comodi dogmi che non inducono a farsi domande, “stando attenti (citando Pier Vincenzo Mengaldo) a chi fa del linguaggio e degli atteggiamenti da burocrati una forma di conoscenza. In realtà quelle manifestazioni sono solo una parodia della conoscenza e rendono i soggetti che li praticano rotelle inconsapevoli di ingranaggi più grandi che li schiacciano”. Bisogna, inoltre, evitare di concepire la società per monadi, credendo che ognuno debba interessarsi esclusivamente al proprio campo, senza attingere dall’esperienza quotidiana e dalla conoscenza della realtà sociale che lo circonda.
Messina ha anche parlato della pericolosità di una legge come la Bossi-Fini, di chiara matrice politica, che statistiche alla mano ha prodotto più danni che benefici nel suo breve periodo di applicazione. Fino alla sua ovvia dichiarazione di incostituzionalità, ha prodotto l’arresto di un numero enorme di immigrati che nessuno risarcirà per una detenzione dovuta all’applicazione di una legge che è stata dichiarata incostituzionale.
Ma quel che è più grave è che abbia dirottato le attenzioni della legge su questo tema, togliendo risorse alla lotta nei confronti di altri reati ben più gravi. Da una statistica interna condotta dalla magistratura risultava, infatti, che su 100 processi per direttissima, quasi i due terzi riguardavano esclusivamente l’applicazione della Bossi-Fini, con una scarsa possibilità di risposta della Polizia Giudiziaria alla repressione di altri reati dei “residenti” come il furto e la rapina (anche le risorse umane, infatti, non sono illimitate).
Si tratta di ricondurre il rapporto fra politica e magistratura ad una dialettica più aperta e ad un ascolto vicendevole che non risenta delle strumentalizzazioni politiche che spesso risultano funzionali alla salvaguardia di determinati interessi.
Uno degli argomenti ricorrenti dei sostenitori della candidatura di Gianni Alemanno a sindaco di Roma, nei confronti di Francesco Rutelli, è quello delle cosidette consulenze d'oro che l'allora sindaco romano avrebbe concesso durante i suoi precedenti mandati. Ora, per dirla alla caciarona maniera, sputa in cielo che in faccia ti viene, perchè il genero di Rauti non pare proprio nella situazione di fare la morale a nessuno.Non è neanche più questione di faziosità pura, di riproposizione dei passaggi di alcune sentenze al posto di altri, di certi verbali al posto di altri. Il problema non è neanche l’enfatizzazione delle sentenze di condanna o, in caso di assoluzione, la sottolineatura delle parti che la condanna auspicavano. E neppure l’inventarsi status giudirici inesistenti (prescritto al posto di non colpevole) o definire l’articolo 530 «insufficienza di prove» anziché «assoluzione perchè il fatto non sussiste» come è denominato dal 1989. Persino il gergo da cabaret del Travaglino i monologhi senza contraddittorio sono perdonabili. Ma la falsità dolosa no.
Segue un esempio solo, uno solo.
Ieri, su Repubblica, Marco Travaglio citava una consueta e vecchia intervista a Paolo Borsellino e gli attribuiva la rivelazione che «nel 1980 la polizia intercetta Mangano al telefono con Dell’Utri».
E’ falso: proprio Borsellino, nella stessa intervista, chiarisce che in realtà Mangano parlava con un membro della famiglia Inzerillo. Capito? Falso.
Travaglio poi ha scritto che Mangano chiamava «cavalli» la droga, e che al telefono propose a Dell’Utri proprio un affare di cavalli.
Falso anche questo: a parte che la telefonata appunto non vi fu, è ancora Borsellino nella medesima intervista a dire che «nel processo vennero fuori effettivamente dei cavalli, non dei cavalli per mascherare gli stupefacenti». Chiaro? Falso.
E per saperlo basta leggere l’intervista (tutta l’intervista) oppure una sentenza della Corte d’Appello di Milano del 21 gennaio scorso, roba che Travaglio dovrebbe saper maneggiare.
Ergo, due i casi: o Travaglio è un falsario oppure è un disinformato, e un’idea ce la siamo fatta. Ma questo non dovrebbe interessare tanto noi, bensì i direttori e caporedattori che neppure s’accorgono della fraccata di balle che Travaglio scrive sui loro giornali. Non sanno o vogliono verificare quello che scrive: fatti loro. Ma non vengano ancora a dirci che Travaglio almeno è documentato. E questo è un esempio solo, uno solo.
In attesa di un po' di tempo a disposizione per esprimere la mia sull'esito delle elezioni, posto una mia recensione pubblicata sul sito DEBASER.
Qui sotto il link con le altre mie recensioni:
http://www.debaser.it/ego/recensioni.aspx?idUser=13560310
Ci sono passeggiate sulla spiaggia che lasciano le loro orme sulla sabbia per sempre, indelebili. Altre che si lasciano dimenticare presto, non appena arriva l'alta marea. Ci sono notti speciali, notti avvolte da una fioca luce di una timida luna, dal rumore del mare, dalle sigarette consumate mentre il vento ti accarezza i capelli e ci si ferma, rapiti, a contemplare l'oscurità quasi totale e a farsi ammaliare dai rintocchi delle onde. Ci sono uomini che queste sensazioni sanno renderle meglio degli altri, che le tramutano in note, e riescono a farle vivere nelle dimensioni più lontane, anche quando si è nel tepore del proprio letto o nel caos del traffico, in città, all'ora di punta.
I Morphine sono la notte. Una notte liquida, avvolta nella nebbia del fumo delle sigarette consumate senza soluzione di continuità, sono il ritmo cadenzato e ipnotico, minimale ed essenziale, eppure pieno. La musica al servizio dei ricordi e delle emozioni, così evocative da decontestualizzare tutto. Ci sono artisti nati per e con la musica, cresciuti con uno strumento come loro appendice, svezzati da locali poco cool, fra bicchieri di whiskey e sigarette, con una costante sempre presente, la musica. Ci sono artisti che dopo aver speso la propria vita per le sette note, scelgono che anche il loro epitaffio sia coerente con tutto quello che c'è stato prima.
Così è stato per Mark Sandman, o almeno mi piace pensarla così. Un giorno, dell'ormai lontano 1999, Mark Sandman è salito su un piccolo palco di provincia vicino a Roma, a Palestrina, per quello che doveva essere uno dei tanti concerti del tour europeo di quell'estate. Ha suonato pochi minuti, poi è sbiancato in volto e si è accasciato sul palco. Un infarto in scena, così Mark Sandman se n'è andato, appeso al suo basso a due corde, e con lui i Morphine e quella bizzarra utopia. Ci sono storie che sembrano maledettamente poetiche eppur crudeli, affascinanti e tristissime, partorite dalla penna di qualche scrittore noir, eppure incredibilmente reali. Così come noir erano i Morphine, uguali a nessuno, poetici, eppure reali. Nelle interpretazioni algebriche delle composizioni musicali, seguivano una concezione diametralmente opposta rispetto al resto del panorama discografico, anziché aggiungere, sottraevano. "Less is more", come amava dire Mark Sandman: "togliere per aggiungere". Era una cosa molto intima la loro musica, un gioco di complicità per pochi. Conway ci suonava insieme dalla metà degli anni ottanta, quando il giovane basso-chitarrista guidava una formazione chiamata Treat Her Right, che è giusto considerare la genitrice dei Morphine. Erano in quattro, c'erano un'armonica e una chitarra al posto del sax, ma l'idea era già allora quella di una musica ossuta e tagliente, uno swingante rock blues senza fronzoli che con le sue linee essenziali voleva tornare nel grembo di certi anni Cinquanta.
Dopo tanti lavori di altissimo livello, gli esordi incensati da una certa critica e amati visceralmente da uno zoccolo duro di veri e propri "seguaci", nel 1997 "Like Swimming" risulta ai più, un po' sottotono. Non per la solita, immensa, qualità delle esecuzioni, ma per un'apparente stanchezza compositiva. Quelle due corde del basso sembrano essersi un po' offuscate, girando attorno a se stesse in cerca di una direzione nuova ma ancora indefinita e nel frattempo finiscono per puntare sul sicuro, sul già sentito. Anche qui gli anni '50 la fanno da padroni, con quello swing a tinte molto noir che avvolge tutto, cattura nel proprio vortice e poi alla fine ti butta fuori, dopo averti centrifugato e ossessionato. Ma per molti versi, non stupisce più, proprio per la sua stanchezza. "Like Swimming" non è affatto brutto, tutt'altro, e nasconde in sé vere e proprie gemme di inestimabile valore. E' il caso del meraviglioso blues di "Early to bed", che tra fraseggi frai i due sax, tastiere sognanti e un ritmo sincopato che si ferma e riparte in continuazione, regala atmosfere uniche. Così come "Murder for the money", che è straordinariamente ritmata e potente, almeno relativamente ai canoni Morphine. Percussioni quasi tribali, voci che si sovrappongono, la chitarra elettrica che graffia, che suona quasi hendrixiana, per poi calmarsi e riprendere il ritmo di una cavalcata ipnotica e trascinate. Il resto è quasi ordinaria amministrazione, senza quei picchi verso l'alto dei lavori precedenti.
Ci sono notti di una bellezza disarmante, notti in cui la mente viaggia e si abbandona alle sensazioni percepite grazie agli stimoli di qualcosa di liquido e coinvolgente, quelle notti si chiamano Morphine.
Io voto PD.