mio fratello é figlio unico

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

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lunedì, 28 aprile 2008

INTERVISTA AVION TRAVEL

AvionTravel2007x400x300Correva l'anno 2003, un gruppo di amici, tra cui io, legato da grande passione per la musica, mise su una fanzine musicale, THE VOX, del tutto autoprodotta, che aveva come scopo quello di parlare di tutti gli aspetti legati al mondo della musica, alle storie che vi girano attorno, ad eventi da raccontare, ad albums da ricordare.

Fu così che, con lo spirito di un gioco e senza prenderci troppo sul serio, riuscimmo, inaspettatamente a realizzare qualcosa di interessante e sopratutto ispirato dalla semplice passione per la musica.

Proprio questi giorni mi è capitato, per caso, di trovare i vecchi numeri di quel piccolo giornale casereccio, e mi sono tornati alla mente ricordi piacevolissimi di esperienze vissute con lo stato d'animo di chi non ha nessuna grande pretesa, nessuna intenzione riuffiana, se non nei confronti di se stesso e del proprio amore per il mondo delle sette note.

Così, ci capitò di riuscire a realizzare interviste inaspettate, di ritrovarci a chiacchierare amabilmente con artisti sorprendentemente molto disponibili ad offrire un po' del loro tempo ad un manipolo di ragazzi.

Quello "stupido sogno" ci regalò interviste agli Afterhours, ai Verdena, ai Timoria, agli Avion Travel, ai Litfiba.

Voglio riproporre l'intervista realizzata da me e da Marta Cafagna agli Avion Travel, nella persona del grande chitarrista Fausto Mesolella, persona affabile e disponibile ad aprirsi anche con chi, come noi, non era in grado di assicurargli nessun ritorno pubblicitario.

Come mai, contrariamente a molti artisti del sud, avete preferito non "emigrare" al nord? Quanto incidono le vostre radici mediterranee nella composizione della vostra musica?

E’ una cosa soggettiva. Molti emigrano perchè non sono legati alla propria terra e non sentono di avere radici in essa. Personalmente non ho intenzione di lasciare la mia tenda, anche perchè sono una specie di punto di riferimento per i ragazzi della mia zona che si avvicinano alla musica e questo mi gratifica molto. Il fatto che nella nostra musica si senta “il sud”, credo sia fisiologico e caratterizzante.

Cosa hanno rappresentato per voi le due partecipazioni a Sanremo? Le vostre esibizioni sono state davvero toccanti, creando una splendida commistione fra la piccola e la grande orchestra. Avete regalato alcuni momenti poco “festivalieri” come raramente si vedono in tv

Non credo che il problema sia la televisione, secondo me bisognerebbe iniziare dalla scuola materna ad insegnare ad amare la musica e ad averne rispetto, in quanto arte. Quando viene a mancare il rispetto, l’arte diviene un prodotto di consumo e come tale viene venduto. La televisione serve a far consumare, e come tale mette dei prodotti in vetrina. Questo non è necessariamente negativo.

Nel nostro caso, ad esempio, ci ha dato la possibilità di farci conoscere da chi non sapeva chi fossero gli Avion Travel. Ritorno a dire che sia necessario comprendere che la musica è una forma d’arte, al pari di pittura, letteratura e scrittura.

In base a quali criteri scegliete la scaletta di un concerto? Come mai alcune canzoni come Cirano, Via delle Indie, Cuore Grammatico, Tigri e Il Giocatore, fra le più belle del vostro repertorio, non sempre trovano spazio durante le vostre esibizioni?  

Dipende dai concerti. Ad esempio un pezzo come Via delle Indie è molto “difficile”, sia come ascolto che come esecuzione. In un concerto estivo, in cui c’è fondamentalmente bisogno di un momento di leggerezza, è preferibile orientarsi su pezzi più “facili”. Per nostra fortuna abbiamo un repertorio vasto e vario, cosa che ci consente di spaziare molto. Con il nuovo disco le possibilità di far questo aumenteranno ulteriormente. A questo proposito stiamo pensando, per il tour successivo all’album, ad un concerto di tre ore.

Quando potremo ascoltare le nuove canzoni? Il titolo dell’album lo avete già scelto?

L’album dovrebbe uscire nei primi mesi del 2003, ma il titolo ancora non lo abbiamo deciso, visto che ancora stiamo ultimando le registrazioni. Posso dirti che sarà un album che sorprenderà parecchio, perchè ha un occhio che guarda molto al futuro, specie dal punto di vista dei suoni.

Tra di noi lo chiamiamo “Bellosguardo” , perchè sta segnando una svolta per gli Avion Travel, ampliando il nostro sguardo a tutto ciò che ci circonda.

Utilizzerete anche l’elettronica?

Si, c’è molta elettronica. E’ un disco molto divertente, che mostra un nostro volto inedito. Ecco perchè ti dicevo che vorremmo fare concerti molto lunghi, proprio per poter racchiudere in esso tutte le facce e le fasi artistiche della Piccola Orchestra Avion Travel.

Personalmente c’è un pezzo che preferisci o che dal vivo esegui con maggior piacere, magari perchè legato a qualcosa di particolare?

No, sono legato a tutte le canzoni, sia che le abbia scritte io, sia che le abbiano scritte gli altri, visto che noi siamo tutti autori. Posso annunciarti che c’è brano del prossimo disco che per me ha un significato molto particolare.

Siete insieme ormai da parecchi anni, sempre con la stessa formazione (se si esclude il cambio di bassista). Non ci si stanca mai di suonare insieme? Qual è il segreto della vostra longevità?

Beh, io ci sono dal 1986, il gruppo esiste dal 1980 e credo che per essere amici bisogna “saper litigare”.

Dopo una bella litigata l’importante è che non si serbi rancore e che non ci si mandi a qual paese in malomodo. E’ bello che ognuno esprima le proprie opinioni e ci si confronti, perchè fortunatamente gli uomini sono molto diversi fra loro. Però, tutto deve finire lì, dandosi appuntamento alla volta successiva, senza intaccare la reciproca stima. Anche noi degli Avion Travel litighiamo, com’è normale che sia, anche perchè io sono un tipo molto litigioso, passionale e abbastanza attaccabrighe.

Tutto ciò non influisce, però, sul nostro affiatamento.

Quali sono i tuoi chitarristi di riferimento, sia del passato che di oggi?

Beh, da ragazzo ascoltavo Hendrix, i Led Zeppelin, Santana, tutto il rock di quel periodo, che era quasi tutto bellissimo a causa dell’approccio che aveva chi faceva musica.

Mi piacevano tutti, dai Jethro Tull ai Gentle Giant, i Genesis, gli Who, Pete Townshend. Tra l’altro ho delle bellissime registrazioni inedite di quel periodo. Ho attraversato gli anni di Woodstock, il ’68, la rivalità Beatles-Rolling Stones. Poi sono arrivati gli anni ’80 e a me veniva da piangere, perchè si è distrutto tutto quello che era stato costruito.

Adesso ascolto di tutto, perchè ormai il musicista lo faccio di professione ed è giusto che mi renda conto di quello che mi succede intorno. Però non ho grandi passioni per i musicisti attuali, nessuno mi emoziona davvero. Gli ultimi due dischi che ho comprato sono “Come away with me” di Norah Jones e “Painted from memory” di Elvis Costello e Burt Bucharach. Mi piace molto il pop inglese, in alcuni gruppi giovani ci trovo ancora qualcosa di geniale, anche se, sinceramente, non saprei citarti i nomi.

Cosa pensi del livello attuale della musica italiana?

La musica italiana non mi piace molto, specie i gruppi rock. Non condivido il loro modo di suonare il rock, almeno per come lo intendo io. Mi fanno tenerezza, senza cattiveria s’intende. Magari hanno ottime idee, sono grandi professionisti, ma non mi convincono per niente. Un gruppo che mi piace molto e che ho scoperto da poco essere italiano, sono i Planet Funk. Sono gli ultimi che mi hanno veramente “diverito”, sono molto freschi ed hanno una gran carica. Il loro singolo di questa estate, “Who said”, mi piace un sacco.

Vorremmo chiudere sapendo cosa pensi della crisi che colpisce il mercato discografico. Credi sia risolvibile o è stato imboccato un vicolo senza uscita?

Partiamo da un presupposto. Mediamente una sera si e una no un ragazzo spende i suoi 15-20 euro fra discoteca, pub e distrazioni varie, ok? Fermo restando che 20 euro per un cd sono davvero tanti, nel frattempo che si cerca di risolvere il problema dei prezzi, ogni tanto si potrebbe fare a meno della pizza e della birra per comprarsi un cd originale. Capisci bene che chi lavora 2-3 anni su un album un po’ di dispiacere lo prova quando pensa ad una cosa del genere e vede il proprio lavoro sulle bancarelle, sapendo che se ne vendono più che gli originali.

Chi compre un disco pirata spendendo 5 euro evidentemente non ritiene che quello sia un prodotto artistico. Forse il problema è anche chi artisti non sono più tanto amati. Gli Avion si stanno battendo per affrontare questo problema. Quando facciamo un tour compriamo noi stessi parte dei cd, per abbattere i costi e poterli vendere ad un prezzo più accessibile. Poi credo sarebbe anche opportuno vendere i dischi degli artisti emergenti a 10 euro per lanciarli, perchè spendere 20 euro per uno che non conosci è davvero troppo. C’è da dire anche che le royalties che percepiamo sulla vendita degli album non sono molto alte e che il nostro guadagno deriva principalmente dai concerti.

postato da: majortom79 alle ore aprile 28, 2008 12:53 | link | commenti (17)
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venerdì, 25 aprile 2008

Il discorso di Pericle censurato dalla RAI nel novembre 2003

Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci é stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci e’ stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che é giusto, e di ciò che é buonsenso.

Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicita sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versastilità la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é per questo che la nostra città é aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così!


Un altro episodio di satira censurata in Rai nel novembre 2003.

Protagonisti il comico Paolo Rossi, il programma Domenica in e Pericle, statista. Il comico riceve l'invito a partecipare a Domenica in da Paolo Bonolis, suo amico ed estimatore. Rossi non va in televisione da una vita, eppure è uno degli attori più amati dal pubblico.

Da un anno riempie i teatri di tutta Italia con uno splendido spettacolo sulla Costituzione. Bonolis lo vuole in studio per fargli interpretare qualche stralcio del suo spettacolo. Rossi è in tournée, quindi rinvia la partecipazione per quando sarà a Roma. Gli autori di Domenica in sembrano entusiasti. Il comico, che ha una certa esperienza di Rai, chiede: "Siete proprio sicuri?". "Sì! Vieni e fai quello che ti pare!".

Lo spettacolo di Paolo Rossi arriva a Roma, all'Ambra Jovinelli. Rossi richiama gli autori di Domenica in. "Siete sempre sicuri?". La risposta è ancora sì, senza più l'esclamativo. I funzionari vorrebbero però conoscere in anticipo il testo. Rossi non ha difficoltà a rivelarlo, si tratta di un brano del suo spettacolo. Bonolis contatta il comico milanese riferendogli che: "Il testo non è piaciuto ai funzionari, l'hanno trovato troppo forte". Paolo Rossi sarà il benvenuto a Domenica in a patto che si limiti a "una presenza professionale", come per esempio la partecipazione al quiz, due battute, un po' di pubblicità alla tournée, eccetera. L'attore declina.

postato da: majortom79 alle ore aprile 25, 2008 15:20 | link | commenti
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giovedì, 24 aprile 2008

Scritti Corsari, 9 dicembre 1973

                  "Acculturazione e acculturazione" di Pier Paolo Pasolini


Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro "cattivo" nelle periferie "buone" (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili. Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo? No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo-borghese, nell’adeguarsi al modello "televisivo" che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, buttata per sempre…

postato da: majortom79 alle ore aprile 24, 2008 18:28 | link | commenti (39)
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mercoledì, 23 aprile 2008

FORMAZIONE E RIFORMAZIONE: Il rapporto polica-magistratura

Si è tenuto venerdi scorso, 18 aprile, l’ultimo incontro del programma Formazione e Riformazione, organizzato dal giudice del tribunale di Trani, Francesco Messina, presso il liceo Classico Casardi di Barletta. Sono stati dialoghi volti a spingere gli studenti a sfruttare la propria vivacità mentale per indirizzarla verso la voglia di conoscenza e lo sviluppo di un proprio senso critico, al fine di poter assumere piena coscienza delle proprie decisioni dopo aver decodificato i messaggi provenienti da varie direzioni.

L’ultimo incontro, che avrebbe dovuto avere come ospite il dott. Valerio Savio, giudice del tribunale di Roma (assente per motivi professionali), ha avuto come argomento centrale il rapporto fra politica e magistratura.

Rapporto storicamente di difficile comprensione, spesso strumentalizzato per interessi di parte.

Il dott. Messina ha voluto “in primis” fare riferimento alle logiche, nobilissime, che hanno animato la nascita della nostra Costituzione, cardine dell’ordinamento italiano e nata dalla sintesi di istanze di varia provenienza, come quelle cattoliche, comuniste e liberali.

In quel momento storico la politica ha goduto di un primato morale e di un forte senso di responsabilità nei confronti di una magistratuta ancora inquadrata nei valori imposti dal regime fascista. La politica seppe, invece, contemperare interessi e bisogni di un paese uscito con gravissimi danni dalla seconda guerra mondiale. I due apparati istituzionali raggiunsero una convergenza di ideali con il ricambio generazionale dell’organo della magistratura, che sfociò nella nascita di Magistratura Democratica (1964), un rivoluzionario “volano” di ideali a tutela del cittadino, dell’ambiente, della salute, grazie al principio estensivo di applicazione della Costituzione.

Ad esempio lo statuto dei lavoratori nacque nel 1970 anche a seguito di interpretazioni dei giudici “costituzionalmente orientate” rispetto a quelle che erano le leggi esistenti; con l’emanazione di quelle sentenze fu aperto il varco a quelli che oggi sono istituti fondamentali del nostro ordinamento.

Naturalmente non mancarono le critiche a questa linea di condotta, ma da quei magistrati fu fatta la scelta, molto consapevole, di definirsi degli eretici rispetto alla situazione culturale esistente. Marco Ramat (fra i fondatori di M.D.), accolse questa definizione nel suo significato etimiologico: “
Noi uomini di giustizia abbiamo un solo padrone: La Costituzione. La parola eresia significa ricerca, conoscenza e coraggio della scelta”.

Furono anni di grandi speranze, di straordinarie innovazioni di pensiero, ma anche di grandi turbolenze sociali, che sfociarono nei numerosi attentati che avvennero fra gli anni ’70 e ’80 e che furono riconducibili alla matrice neofascista. Basti pensare alla strage di Piazza Fontana, alla strage di Bologna o a quella di Piazza della Loggia.

La spinta politica e culturale ad una attuazione dei principi costituzionali conobbe la sua parabola discentente negli anni ’80, allorché si diffuse nel mondo politico uno straordinario e dilagante fenomeno di corruzione, che culminò con il noto fenomeno giudiziario di “mani pulite”.

Le indagini, contrariamente a quanto certi revisionismi storici interessanti vorrebbero far credere, ebbero vita in modo del tutto casuale e non vi fu nessun intento persecutorio della magistratura nei confronti della classe politica. La denuncia di un imprenditore lombardo nei confronti di Mario Chiesa (PSI) scaturì dalla insostenibilità di un sistema viziato dalle sempre maggiori richieste di tangenti al mondo dell’imprenditoria e non solo. Il sistema espelleva le imprese che non riuscivano più a stargli dietro economicamente a causa delle sempre più esose mazzette e generò un debito pubblico immenso (quello che ancora paghiamo), provocando costi altissimi per la collettività. Con una reazione a catena la denuncia nei confronti di Chiesa provocò lo smascheramento delle proporzioni del fenomeno della corruzione, ormai diffusa in tutto il paese e unico vero lascia-passare per l’economia italiana.

Ma fu l'offuscamento di quei forti ideali che avevano rappresentato l’ossatura della Costituzione ad essere la causa di quella gravissima crisi democratica. Una società in cui i valori della politica sono saldi e moralmente condivisi, non ha bisogno di intervento così ampio e radicale dei giudici. Se un organo politico non è in grado prima di tutto di fare pulizia al suo interno, pare ovvio che la collettività non sarà in grado di percepire valori eticamente differenti.

In proposito il dott. Messina ha citato Machiavelli: “
così come i buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi, così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de' buoni costumi”.

Se i “provibiri” del partito non esercitano il proprio potere di controllo o lo fanno male, se i rappresentanti della Pubblica Amministrazione ometteno agli stessi doveri, l’ultimo baluardo rimane la giustizia, la legge in senso puro del termine, il “potere di chi non ha poteri”, il potere dei cosiddetti “ultimi”.

Sostenere strumentalmente che i magistrati facciano politica è sbagliato in sé, o almeno nei termini con cui si affronta la questione.

Il magistrato fa politica,
come sostiene lo stesso dott. Messina, nel momento in cui è inserito nella società, ne comprende i palpiti, ne ascolta le istanze. Chi non presta attenzione alle esigenze della collettività, decide di fare politica allo stesso modo ma in maniera conservativa. Ogni atto compiuto da un magistrato può ritenersi un atto politico, allor quando si intenda per politica la capacità di incidere sulla società in quanto tale. Può dirsi un atto politico quello di un giudice che emette 150 sentenze contro gli extracomunitari senza occuparsi dei reati compiuti anche dai ceti abbienti. Alla stessa conclusione si giunge se si perseguissero soltanto i reati connessi all'esercizio del potere politico. Ma non è il magistrato che fa queste scelte: il Parlamento stabilisce le leggi e sceglie che cosa tutelare e come prestare tutela; i cittadini decidono poi se osservare o violare quelle norme".

Messina ha, inoltre, sottolineato la sua perplessità nei confronti della possibilità che venga approvata una legge come quella che intendesse limitare l’uso delle intercettazioni telefoniche esclusivamente ai reati di associazione mafiosa e a quelli legati al terrorismo. Se passasse una legge del genere non sarebbe più possibile condurre indagini accurate e particolari per molti reati che hanno forte impatto sulla vita della comunità; in questi casi non si potrebbe rispondere in modo adeguato alla evoluzione dei fenomeni criminali; con nefaste e intuibili conseguenze. E' chiaro, infatti che poter combattere certi fenomeni significa dare un beneficio per la collettività (basta pensare all’ “ossigeno” economico per i commercianti che è derivato dallo smantellamento di simili meccanismi delinquenziali). Anche questo può dirsi “fare politica”.

Basta ricordare i benefici che derivarono dalla lotta al fenomeno dilagante della corruzione nei primi anni ’90.

Un dato in questo senso”, precisa il dott. Messina, “indica chiaramente questa virtuosità. A Milano, dopo le indagini di “Mani Pulite”, i costi di costruzione di un chilometro di metropolitana diminuirono di oltre la metà (nonostante l’inflazione) con i benefici per la collettività che si possono immaginare. Ecco l’importanza di saper porsi dubbi senza abbandonarsi a comodi dogmi che non inducono a farsi domande, “stando attenti (citando Pier Vincenzo Mengaldo) a chi fa del linguaggio e degli atteggiamenti da burocrati una forma di conoscenza. In realtà quelle manifestazioni sono solo una parodia della conoscenza e rendono i soggetti che li praticano rotelle inconsapevoli di ingranaggi più grandi che li schiacciano”. Bisogna, inoltre, evitare di concepire la società per monadi, credendo che ognuno debba interessarsi esclusivamente al proprio campo, senza attingere dall’esperienza quotidiana e dalla conoscenza della realtà sociale che lo circonda.

Messina ha anche parlato della pericolosità di una legge come la Bossi-Fini, di chiara matrice politica, che statistiche alla mano ha prodotto più danni che benefici nel suo breve periodo di applicazione. Fino alla sua ovvia dichiarazione di incostituzionalità, ha prodotto l’arresto di un numero enorme di immigrati che nessuno risarcirà per una detenzione dovuta all’applicazione di una legge che è stata dichiarata incostituzionale.

Ma quel che è più grave è che abbia dirottato le attenzioni della legge su questo tema, togliendo risorse alla lotta nei confronti di altri reati ben più gravi. Da una statistica interna condotta dalla magistratura risultava, infatti, che su 100 processi per direttissima, quasi i due terzi riguardavano esclusivamente l’applicazione della Bossi-Fini, con una scarsa possibilità di risposta della Polizia Giudiziaria alla repressione di altri reati dei “residenti” come il furto e la rapina (anche le risorse umane, infatti, non sono illimitate).

Si tratta di ricondurre il rapporto fra politica e magistratura ad una dialettica più aperta e ad un ascolto vicendevole che non risenta delle strumentalizzazioni politiche che spesso risultano funzionali alla salvaguardia di determinati interessi.

postato da: majortom79 alle ore aprile 23, 2008 16:26 | link | commenti (2)
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lunedì, 21 aprile 2008

...da Centocelle alle Seychelles...

alemannoUno degli argomenti ricorrenti dei sostenitori della candidatura di Gianni Alemanno a sindaco di Roma, nei confronti di Francesco Rutelli, è quello delle cosidette consulenze d'oro che l'allora sindaco romano avrebbe concesso durante i suoi precedenti mandati. Ora, per dirla alla caciarona maniera, sputa in cielo che in faccia ti viene, perchè il genero di Rauti non pare proprio nella situazione di fare la morale a nessuno.

Passi per i "peccati di gioventù" (arrestato il 20 .11.1981 a Roma, con l'accusa di aver partecipato insieme ad altri 4 camerati al pestaggio di uno studente di 23 anni con tanto di spranghe ferro, costato al giovane il ricovero in ospedale per 10 giorni. Nel 1982 viene arrestato per aver lanciato una molotov contro l'ambasciata dell'Unione Sovietica a Roma e sconta in carcere 8 mesi di prigione nel carcere romano di Rebibbia. Il terzo arresto risale al 29.5.1989, a Nettuno: l'aitante Alemanno finisce in cella con altri 12 camerati per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti), passi pe la croce celtica che porta al collo, non si può invece assoltamente tacere circa un affare poco chiaro che l'ha visto protagonista in tempi recenti.

Il 28 dicembre 2002 l'allora ministro dell'Agricoltura partì con la moglie Isabella Rauti (figlia d'arte e consigliera alle Pari opportunità) e il figlio per una sontuosa vacanza a Dongwe, paradiso terrestre nell'isola di Zanzibar. Purtroppo dimenticò di pagare il conto, piuttosto salato: 14 mila 253 euro. Ma la Parmatour della famiglia Tanzi fu ben lieta di saldare al posto suo, pur avendogli regolarmente fatturato il viaggio. Proprio il 28 dicembre 2002, quando si dice la combinazione, la Guardia di Finanza ha scoperto che si conclusero i lavori della seconda commissione interministeriale, che aveva appena dato il via libera al latte microfiltrato Parmalat, il mitico "Frescoblu" (che proprio fresco non era, visto che veniva imbottigliato in Germania anche due settimane prima della vendita). Il 1° marzo 2003, poi, anche la segretaria particolare di Alemanno, Alessandra Lippello, partì in missione vacanziera per le Seychelles a spese di Parmatour. Sempre secondo le Fiamme Gialle, anche lei dimenticò di pagare il conto (3900 euro). Ma i Tanzi non batterono ciglio. Anzi, dopo il felice esito della controversia Frescoblu, regalarono alla rivista "Area" della corrente Alemanno 85 mila euro di pubblicità.

Ora su questa vocazione turistica di Gianni e dei suoi cari indaga il Tribunale dei ministri, a cui la Procura di Parma ha trasmesso i fascicoli relativi ad Alemanno e al collega forzista Enrico La Loggia: anche lui è sospettato di aver ricevuto soldi camuffati da consulenze legali, sempre nell'ambito della partita Frescoblu. "Ho attivato La Loggia, dice Tanzi ai pm, perchè intervenisse su Alemanno, provvedendo poi a finanziare La Loggia con una consulenza legale conferita dalla Parmalat".

Tutto comincia alla fine del 2001. Il secondo governo Berlusconi è insediato da pochi mesi, grazie anche ai generosi finanziamenti elettorali di Tanzi a Forza Italia dell'amico Silvio e ad An. Parmalat sommerge l'Italia con una raffica di spot sul Frescoblu. I produttori concorrenti insorgono. E, sulle prime, il governo si schiera dalla loro parte: "Se il latte dura più di quattro giorni, sentenzia lapidario il sottosegretario leghista all'Agricoltura Giampaolo Dozzo, non è fresco". L'ispettorato antifrode del ministero multa la Parmalat. A quel punto Tanzi incarica uno dei suoi elemosinieri, Romano Bernardoni, commerciante d'auto a Bologna, di agganciare Alemanno. Questi intanto, il 13 marzo 2002, diffida la Parmalat dal distribuire il Frescoblu, ma d'intesa con Sirchia e in polemica con Dozzo istituisce una commissione per studiare la cosa. E scrive a Tanzi di inviargli tutta la documentazione utile. Tanzi invia, e il 17 maggio la commissione approva la microfiltratura del latte. Il 4 giugno Alemanno parla alla Camera e sostiene che forse il latte microfiltrato si può pure chiamare "fresco". Ora, secondo gl'investigatori, fra il marzo e il dicembre 2003 si registrano oltre 200 telefonate fra Bernardoni e le utenze di Alemanno, della segretaria particolare, del direttore generale, del capogabinetto e del sottosegretario Teresio Delfino (Udc). A Natale si abbatte sul ministero una grandinata di pacchi dono: due Cachepot da 270 euro più Iva ad Alemanno e al direttore generale; vasi, portaombrelli e centinaia di pacchi alimentari per funzionari e impiegati. Niente di paragonabile al regaluccio riservato a un amico di La Loggia, l'avvocato palermitano Gianfranco Amenta, promosso consulente Parmalat per un parere sulle arance siciliane (47 mila euro) e uno proprio sul Frescoblu (63 mila euro). Il 28 dicembre la Commissione chiude, favorevolmente per Tanzi, i suoi lavori. Lo stesso giorno Alemanno e i suoi cari partono per Zanzibar. Nel febbraio 2003 il latte ottiene la lunga scadenza di 11 giorni. E il 1° marzo si libra in volo per le Seychelles la segretaria del ministro. Il 22 maggio 2004, in piena indagine sul crac Parmalat, Alemanno cambia idea: "Il marchio Frescoblu Parmalat non potrà più essere utilizzato". Tanto la Parmalat non è più dei Tanzi.


postato da: majortom79 alle ore aprile 21, 2008 23:06 | link | commenti (32)
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sabato, 19 aprile 2008

Facci di bronzo


La settimana scorsa, è stato pubblicato un articolo di Filippo Facci, su "Il Giornale" che sparava a zero su Marco Travaglio in merito al contenuto dell'ultima intervista di Paolo Borsellino, intervista in cui Borsellino parla dei rapporti fra Marcello Dell'Utri e Vittorio Mangano in merito ad una rete localizzata a Milano che si occupava del traffico di droga per conto di Cosa Nostra.

Vi consiglio di guardare, per chi non ne avesse mai avuto l'opportunità, il video dell'intervista in questione, rilasciata 48 ore prima della sua morte, dal magistrato siciliano.

Borsellino parla di un'intercettazione inserita nel maxiprocesso (in cui Dell'Utri non era tra gli imputati) che riguarda entrambi i fratelli Dell'Utri, Marcello e Alberto, e vede dall'altro capo del telefono proprio Mangano.

In questa telefonata si parla di 2 cavalli e mezzo da portare in albergo.


Cosa che lo stesso Borsellino ritiene assurda.

Inoltre il magistrato riferisce che il collaboratore di giustizia Rapisarda dice che Dell'Utri gli era stato presentato dal boss Stefano Bontade e conferma i contatti di Mangano ("testa di ponte al nord della mafia Siciliana") con alcuni uomini del mondo della finanza del nord come lo stesso Dell'Utri e Berlusconi.

Ecco il video, a seguire l'articolo di Filippo Facci e in seguito un breve filmato che mostra che giornalista di grande rigore morale e professionalità sia l'ex delfino di Bettino Craxi.

Per la cronaca, Travaglio ha annunciato di voler querelare Facci.










Non è neanche più questione di faziosità pura, di riproposizione dei passaggi di alcune sentenze al posto di altri, di certi verbali al posto di altri. Il problema non è neanche l’enfatizzazione delle sentenze di condanna o, in caso di assoluzione, la sottolineatura delle parti che la condanna auspicavano. E neppure l’inventarsi status giudirici inesistenti (prescritto al posto di non colpevole) o definire l’articolo 530 «insufficienza di prove» anziché «assoluzione perchè il fatto non sussiste» come è denominato dal 1989. Persino il gergo da cabaret del Travaglino i monologhi senza contraddittorio sono perdonabili. Ma la falsità dolosa no.

Segue un esempio solo, uno solo.

Ieri, su Repubblica, Marco Travaglio citava una consueta e vecchia intervista a Paolo Borsellino e gli attribuiva la rivelazione che «nel 1980 la polizia intercetta Mangano al telefono con Dell’Utri».

E’ falso: proprio Borsellino, nella stessa intervista, chiarisce che in realtà Mangano parlava con un membro della famiglia Inzerillo. Capito? Falso.

Travaglio poi ha scritto che Mangano chiamava «cavalli» la droga, e che al telefono propose a Dell’Utri proprio un affare di cavalli.

Falso anche questo: a parte che la telefonata appunto non vi fu, è ancora Borsellino nella medesima intervista a dire che «nel processo vennero fuori effettivamente dei cavalli, non dei cavalli per mascherare gli stupefacenti». Chiaro? Falso.

E per saperlo basta leggere l’intervista (tutta l’intervista) oppure una sentenza della Corte d’Appello di Milano del 21 gennaio scorso, roba che Travaglio dovrebbe saper maneggiare.

Ergo, due i casi: o Travaglio è un falsario oppure è un disinformato, e un’idea ce la siamo fatta. Ma questo non dovrebbe interessare tanto noi, bensì i direttori e caporedattori che neppure s’accorgono della fraccata di balle che Travaglio scrive sui loro giornali. Non sanno o vogliono verificare quello che scrive: fatti loro. Ma non vengano ancora a dirci che Travaglio almeno è documentato. E questo è un esempio solo, uno solo.






postato da: majortom79 alle ore aprile 19, 2008 22:08 | link | commenti (3)
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venerdì, 18 aprile 2008

L'asimmetria dello spirito critico

Premetto subito che non mi interessa fare discorsi buonisti o ipocritamente ciechi e reticenti. L’analisi del risultato elettorale, venuto fuori dalle urne il 14 aprile, non può non passare attraverso uno sguardo al fondamentale criterio necessario per la capacità di prendere decisioni da parte dell’uomo: lo spirito critico. Tale concezione è proporzionale ad una serie di condizioni che lo formano, lo coltivano, lo rendono inattaccabile.

Esso si forma grazie ad un’educazione che insegni ad apprendere informazioni e pensieri disparati, di diversa provenienza e che portino poi a farsi un giudizio il più spassionato possibile sulle cose. Fatta questa premessa, ho cercato di capire, nel mio piccolo, in che modo questo tipo approccio abbia potuto influenzare il risultato delle ultime elezioni. Sicuramente il momento contingente ha creato terreno fertile, data la disperazione avvertita da larghi strati della popolazione, per un approccio poco legato al dubbio su temi di vario genere e alla necessità di porsi dei valori alternativi alla ricerca del mero interesse egoistico. Al capofamiglia che fa fatica ad arrivare a fine mese poco interessa dei diversi approcci politici in merito a questioni come la legalità, il senso delle istituzioni, la valutazione di fenomeni come l’immigrazione che non possono prescindere dalle necessità del momento storico. In questo tipo di situazione ha sicuramente molto più appeal un discorso fondato sulla possibilità, tutta da verificare, di recuperare la propria dignità personale attraverso un miglioramento della propria situazione personale. E poco importa se per fare ciò si debbano invitare gli italiani a considerare l’evasione delle tasse un fenomeno moralmente accettabile e se si debba far credere che questo possa essere raggiunto anche attraverso la possibilità di “fregare” le istituzioni e il prossimo.

Facendo una valutazione dei due elettorati emerge in maniera incontrovertibile (a meno che non si voglia far uso di una ipocrisia interessata) come l’elettore di sinistra sia generalmente molto severo con i suoi rappresentanti e che sulle sue valutazioni pre-elettorali, pesino enormemente una numerosa serie di variabili in grado di farlo propendere per il non voto o per un voto di protesta, anche su basi molto deboli. Lo stesso non avviene dall’altra parte, dove lo spirito critico è ridotto ai minimi termini. Stare in mezzo alla gente, parlarci, aiuta a capire questo mio tipo di conclusione. Credo sia innegabile che l’elettore di sinistra si astenga dal voto per ragioni anche di discutibile peso specifico. Per rendere l'idea, è sufficiente pensare alla posizione di molti elettori di sinistra che hanno assunto una posizione molto critica nei confronti del leader della Sinistra Arcobaleno, Fausto Bertinotti, non solo perchè abbia commesso errori politici macroscopici, non perchè sia stato coinvolto da scandali giudiziari, e non solo per la mancanza di capacità di continuare a rappresentare le istanze delle classi deboli. Molti elettori di sinistra lo hanno condannato per la scelta di ricoprire un ruolo istituzionale come quello di Presidente della Camera. Dall’altra parte, la posizione ormai sempre più lampante di un leader come Fini, che ha scelto da tempo di attendere la staffetta nella leadership del centro destra, accettando di recitare la parte dello sparring partner prostrato e obbediente, svuotando il suo ruolo di qualsivoglia valenza ideologica, se non nei richiami a tematiche populistiche e di facile presa su un certo tipo di elettorato, non ne ha apparentemente scalfito la credibilità politica. Bertinotti ha pagato un dazio elevatissimo per colpe relativamente gravi, Fini no. Cosa sarebbe successo se un leader progressista avesse sciolto il suo partito di sua iniziativa, senza consultare base e costituente e avesse annunciato questo tramite i mass media? Con ogni probabilità sarebbe stato defenestrato all’istante. Forse, la decisione di aderire senza confronto al Pdl può essere scaturita proprio sulla base del fatto che Fini era cosciente che se An si fosse presentata da sola, avrebbe ricevuto un contraccolpo elettorale proprio a causa delle sue discutibili scelte degli ultimi anni. Forse.

Vergognose situazioni come quella dell’immondizia campana, portano l’elettore di sinistra a non rinnovare il suo consenso nei confronti dei partiti politici che annoverano fra le loro fila gli amministratori coinvolti nelle vicende.

Dall’altra parte l’accordo del Pdl con l’Mpa di Raffaele Lombardo, prestanome meno scomodo del condannato per favoreggiamento alla mafia Totò Cuffaro, non sortisce alcun effetto-sdegno sull’elettorato liberal-conservatore-secessionista, né si trova una sola voce ferocemente critica nei confronti di un elemento acclaratamente mafioso come Marcello Dell'Utri responsanile di squallide esternazioni sugli eroi alla Mangano. Non si può far finta di non sapere che l’elettorato di sinistra, proprio perchè maggiormente dotato di senso critico, vada continuamente stimolato e motivato, e che l’astensione di una grossa fetta di questo esso, sia nata proprio dall’esercizio dell'utilizzo del senso critico. Non si può far finta di ignorare le dichiarazioni di voto di molte persone che votano per Berlusconi “perchè è già pieno di soldi, mica si vuole arricchire!” o “Perchè così se non pago le tasse non mi rompe le scatole nessuno, al massimo ci scappa un condono” o “perchè sono del Milan” o ancora “perchè dà tanto lavoro in televisione e mi permette di vedere programmi che mi fanno vivere meglio”.

Negare che grosse fette della popolazione ragionino in questi termini, è un grosso atto di disonestà intellettuale, vuol dire non aver ben presente o far finta di ignorare, il declino culturale della nostra società, che legge sempre meno e si affida, nella costruzione del proprio background culturale, al mezzo mediatico “mordi e fuggi” per antonomasia: la televisione. E non si può nemmeno negare che questo mezzo sia sempre più saturo di programmi volutamente intenzionati a rincretinire la gente e meno propenso ad offrire strumenti formativi culturalmente e intellettualmente come documentari, spettacoli teatrali, dibattiti di alto livello su tematiche “noiose”  ma importanti. Negare l’influenza del Berlusconismo sulla nostra società è come negare che la società si adegui a quello che gli viene propinato, così come negare che le tv commerciali abbiano trascinato nel trash anche la tv pubblica, col preciso intento di spingere la gente a pensare sempre meno e, invece, a creare un’empatia fra i modelli da imitare (sempre di livello peggiore) e l’ascoltatore medio, vuol dire decidere di mettersi una fetta di prosciutto davanti agli occhi per non vedere quello che appare palesemente e tristemente ovvio.

Queste motivazioni certamente non bastano, da sole, a spiegare la netta vittoria del Popolo delle Libertà, ma non possono essere ignorate con un atto di stupido buonismo. Le aree progressiste italiane devono fare un serio mea culpa, in primo luogo per la mancanza di capacità, che dall’altra parte è invece decisamente più penetrante, di fare politica fra la gente, di ascoltarne le istanze e promettere ricette per risolverle. Che poi se ne possano condividere o meno le soluzioni, è altro discorso.

Il fenomeno della esponenziale crescita dei consensi della Lega Nord, non va sottovalutato proprio in merito al concetto precedente. L’affermazione elettorale del partito di Bossi non può non preoccupare, però, nel momento in cui da parte di questo forte movimento politico, non si abbia una presa di coscienza della necessità di un’assunzione di responsabilità che passi attraverso un modo di comunicare i propri programmi meno volgare e reazionario e scegliendo rappresentanti più in grado di mediare alcune istanze, come Maroni, a discapito di personaggi vergognosi come Borghezio o Calderoli. Fino a quando questo non dovesse succedere, personalmente continuerò a ritenere la Lega una forza pericolosa e da arginare politicamente a causa delle sua, nemmeno tanto latente, deriva xenofobica. Detto questo non posso che augurarmi, nonostante ne sia scarsamente convinto, che questo governo si muova nella direzione dell’interesse della collettività e in particolare delle classi più deboli, e che non diventi, invece, il semplice referente delle istanze personalistiche e mai disinteressante del suo goliardico candidato premier.
postato da: majortom79 alle ore aprile 18, 2008 15:00 | link | commenti (21)
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FORMAZIONE E RIFORMAZIONE

venerdì 18 aprile 2008, ore 16.00


dott. Valerio Savio, giudice presso il Tribunale di Roma - dott. Francesco Messina

Politica e Magistratura. Ripensare i diritti dei cittadini

postato da: majortom79 alle ore aprile 18, 2008 01:51 | link | commenti (1)
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giovedì, 17 aprile 2008

Facciamoci consolare dalla musica...

In attesa di un po' di tempo a disposizione per esprimere la mia sull'esito delle elezioni, posto una mia recensione pubblicata sul sito DEBASER.


Qui sotto il link con le altre mie recensioni:

http://www.debaser.it/ego/recensioni.aspx?idUser=13560310



morphineCi sono passeggiate sulla spiaggia che lasciano le loro orme sulla sabbia per sempre, indelebili. Altre che si lasciano dimenticare presto, non appena arriva l'alta marea. Ci sono notti speciali, notti avvolte da una fioca luce di una timida luna, dal rumore del mare, dalle sigarette consumate mentre il vento ti accarezza i capelli e ci si ferma, rapiti, a contemplare l'oscurità quasi totale e a farsi ammaliare dai rintocchi delle onde. Ci sono uomini che queste sensazioni sanno renderle meglio degli altri, che le tramutano in note, e riescono a farle vivere nelle dimensioni più lontane, anche quando si è nel tepore del proprio letto o nel caos del traffico, in città, all'ora di punta.

I Morphine sono la notte. Una notte liquida, avvolta nella nebbia del fumo delle sigarette consumate senza soluzione di continuità, sono il ritmo cadenzato e ipnotico, minimale ed essenziale, eppure pieno. La musica al servizio dei ricordi e delle emozioni, così evocative da decontestualizzare tutto. Ci sono artisti nati per e con la musica, cresciuti con uno strumento come loro appendice, svezzati da locali poco cool, fra bicchieri di whiskey e sigarette, con una costante sempre presente, la musica. Ci sono artisti che dopo aver speso la propria vita per le sette note, scelgono che anche il loro epitaffio sia coerente con tutto quello che c'è stato prima.

Così è stato per Mark Sandman, o almeno mi piace pensarla così. Un giorno, dell'ormai lontano 1999, Mark Sandman è salito su un piccolo palco di provincia vicino a Roma, a Palestrina, per quello che doveva essere uno dei tanti concerti del tour europeo di quell'estate. Ha suonato pochi minuti, poi è sbiancato in volto e si è accasciato sul palco. Un infarto in scena, così Mark Sandman se n'è andato, appeso al suo basso a due corde, e con lui i Morphine e quella bizzarra utopia. Ci sono storie che sembrano maledettamente poetiche eppur crudeli, affascinanti e tristissime, partorite dalla penna di qualche scrittore noir, eppure incredibilmente reali. Così come noir erano i Morphine, uguali a nessuno, poetici, eppure reali. Nelle interpretazioni algebriche delle composizioni musicali, seguivano una concezione diametralmente opposta rispetto al resto del panorama discografico, anziché aggiungere, sottraevano. "Less is more", come amava dire Mark Sandman: "togliere per aggiungere". Era una cosa molto intima la loro musica, un gioco di complicità per pochi. Conway ci suonava insieme dalla metà degli anni ottanta, quando il giovane basso-chitarrista guidava una formazione chiamata Treat Her Right, che è giusto considerare la genitrice dei Morphine. Erano in quattro, c'erano un'armonica e una chitarra al posto del sax, ma l'idea era già allora quella di una musica ossuta e tagliente, uno swingante rock blues senza fronzoli che con le sue linee essenziali voleva tornare nel grembo di certi anni Cinquanta.

Dopo tanti lavori di altissimo livello, gli esordi incensati da una certa critica e amati visceralmente da uno zoccolo duro di veri e propri "seguaci", nel 1997 "Like Swimming" risulta ai più, un po' sottotono. Non per la solita, immensa, qualità delle esecuzioni, ma per un'apparente stanchezza compositiva. Quelle due corde del basso sembrano essersi un po' offuscate, girando attorno a se stesse in cerca di una direzione nuova ma ancora indefinita e nel frattempo finiscono per puntare sul sicuro, sul già sentito. Anche qui gli anni '50 la fanno da padroni, con quello swing a tinte molto noir che avvolge tutto, cattura nel proprio vortice e poi alla fine ti butta fuori, dopo averti centrifugato e ossessionato. Ma per molti versi, non stupisce più, proprio per la sua stanchezza. "Like Swimming" non è affatto brutto, tutt'altro, e nasconde in sé vere e proprie gemme di inestimabile valore. E' il caso del meraviglioso blues di "Early to bed", che tra fraseggi frai i due sax, tastiere sognanti e un ritmo sincopato che si ferma e riparte in continuazione, regala atmosfere uniche. Così come "Murder for the money", che è straordinariamente ritmata e potente, almeno relativamente ai canoni Morphine. Percussioni quasi tribali, voci che si sovrappongono, la chitarra elettrica che graffia, che suona quasi hendrixiana, per poi calmarsi e riprendere il ritmo di una cavalcata ipnotica e trascinate. Il resto è quasi ordinaria amministrazione, senza quei picchi verso l'alto dei lavori precedenti.

Ci sono notti di una bellezza disarmante, notti in cui la mente viaggia e si abbandona alle sensazioni percepite grazie agli stimoli di qualcosa di liquido e coinvolgente, quelle notti si chiamano Morphine.

postato da: majortom79 alle ore aprile 17, 2008 13:38 | link | commenti (3)
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sabato, 12 aprile 2008

QUESTO BLOG VOTA PARTITO DEMOCRATICO

logo_pdIo voto PD.

Voto PD in maniera consapevole e meditata, non senza qualche riserva, comunque con la profonda convinzione di fare la cosa giusta.

Voto PD perchè ritengo che l'Italia abbia bisogno di una concezione della società votata all'interesse comune, alla valorizzazione della colettività attraverso l'assunzione di responsabilità del singolo.

Voto PD perchè dall'altra parte si contrappone un partito che rappresenta l'antitesi a questo tipo di concezione.

Che sarà fortemente condizionato dal carattere unipersonale del suo leader e dalle pericolose derive secessioniste della lega.

Voto PD perchè la mia concezione di società, non può non passare per un profondo rispetto della legalità, delle istituzioni, dell'altro.

Voto PD perchè anch'io voglio dire che la mafia mi schifo e non strizzarle l'occhio e mandarle messaggi, nemmeno tanto cifrati, inneggiando a presunti eroi.

Voto PD perchè credo nelle persone serie, che guardano la realtà vis a vis, che hanno un progetto di ampio respiro per il futuro del paese e non si limitano a pensare al giorno dopo.

Voto PD perchè ho una concezione dell'economia che passa attraverso l'apertura, contestualmente indispensabile, verso l'altro, senza paventare anacronistiche svolte protezionistiche.

Voto PD perchè l'idea dei cittadini che compongono una società, non può distinguerli in base al colore della loro pelle, al ceto sociale, al sesso, alla religione.

Voto PD perchè la mia idea di patria non è qualunquisticamente legata a fantomatici e nostalgici valori, ma è un'idea di aggregazione, di cooperazione, di difesa dei valori, costituzionalmente sanciti, dalle fondamenta del nostro ordinamento.

Voto PD perchè mi piace pensare ad una politica che nonostante i suoi difetti, cerchi di migliorare, provando, un po' alla volta, a percorrere il cammino del rinnovamento e del ringiovanimento della propria classe dirigente.

Voto PD perchè ho una concezione di cultura lontana anni luce dai modelli mordi e fuggi di chi ha scientificamente provveduto a far diventare gli italiani sempre più ignoranti, per il proprio tornaconto economico ed elettorale.

Voto Pd perchè non voglio smettere di sperare, perchè un'Italia migliore si può fare!


postato da: majortom79 alle ore aprile 12, 2008 14:04 | link | commenti (41)
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