mio fratello é figlio unico

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso (OSCAR WILDE)

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lunedì, 31 marzo 2008

NARCISO, PAROLE DI BURRO

"Il caso Alitalia torna oggi all'attenzione del governo. Se ne parlerà oggi a palazzo Chigi, prima del vertice di maggioranza convocato per ora di pranzo. Il piano industriale 2004-2006 di Alitalia prevede il ritorno al pieno equilibrio economico dal 2005. La compagnia guidata da Francesco Mengozzi ha chiuso il 2003 con perdite per oltre 400 milioni. Per il 2004 è atteso il 'sostanziale equilibrio operativo'. Su circa 22.000 dipendenti, il piano triennale prevede 2.700 esuberi. Nel corso del Consiglio dei ministri della scorsa settimana, il premier Berlusconi ha ammesso che sull'esame della situazione di Alitalia "è assolutamente necessario stringere i tempi, però la soluzione non è facile". Ieri il consiglio di amministrazione della compagnia ha scritto ufficialmente al governo chiedendo delle misure di sostegno. La questione verrà affrontata oggi stesso dal governo prima del vertice di maggioranza. Il leader della Lega Bossi ha sostenuto che il piano triennale della compagnia deve essere cambiato altrimenti, ha detto, 'fra sei mesi si portano i libri in tribunale...".


(Corriere della Sera, 17 febbraio 2004).


"Nessuna schiarita per Alitalia. Ieri, nella giornata in cui si attendevano indicazioni precise del governo su come superare la crisi, l'unica novità è venuta dai sindacati. Uno sciopero generale bloccherà il settore del trasporto aereo il 5 marzo prossimo (...). "Stiamo lavorando su mille cose - ha detto ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, prima di affrontare la colazione di lavoro con la maggioranza - Non è colpa nostra se ci sono tanti problemi che il governo deve affrontare perché sono eredità del passato" (...). Al termine, il premier ha esibito un certo ottimismo: 'Per fortuna di Alitalia c'è il signor Silvio Berlusconi che impiegherà il suo talento per risolvere un problema che altri non hanno saputo risolvere'. Ma di Alitalia ieri non si sarebbe parlato. Il tempo stringe".


(Corriere della Sera, 18 febbraio 2004).


"Malgrado la recente promessa del premier Silvio Berlusconi d'impiegare il proprio 'talento' per risolvere l'impasse, ieri un'azione Alitalia non costava più di 25 centesimi (-1,61%). Nella stessa giornata Air France, alleato d'Oltralpe, ha annunciato risultati del terzo trimestre migliori del previsto, con un utile operativo balzato a 61 milioni di euro rispetto ai 2 milioni del 2002. E come se non bastasse, un nuovo piano da un miliardo di risparmi, da realizzare entro il 2007, consentirà alla compagnia francese di affrontare l'offerta di scambio con la Klm nella seconda metà di marzo. Poche notizie ma certe che la Borsa francese ha premiato con un rialzo record del 4%. Al contrario di quanto succede in Italia, dove la compagnia di bandiera, a forza di non decidere, rischia di morire".


(Corriere della Sera, 19 febbraio 2004).


"Comincio a operare perché l'operazione Alitalia possa riuscire e in previsione di avere la responsabilità di governo sono sicuro che arriveremo a un risultato positivo: adesso che sono in campo io, questa cosa si fa. Sono stato in disparte fino a oggi. Ho lasciato fare a questo governo che ha fatto il peggio possibile".


(Silvio Berlusconi, www.votaberlusconi.it, 21 marzo 2008).

"Qualche minuto fa ho detto a un vostro collega: 'facciamo Alitalia o si muore', ora mi viene in mente 'riàlzati Alitalia'...".

(Silvio Berlusconi, tgcom.mediaset.it, 21 marzo 2008).

Dopo l'annuncio pubblico della mia contrarietà, Air France rinuncerà alla partita su Alitalia lasciando spazio all'ingresso di Air One, «la cui regia nell'operazione considero indispensabile. Tale operazione sarà sostenuta dall'aiuto di una cordata di banche, tra le quali potrebbe esservi Banca Intesa, il cui cda dovrebbe decidere domani, e di altri imprenditori, tra i quali vi potrebbero essere anche i miei figli».

(Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 26 marzo 2008)

"I miei figli nella cordata di imprenditori italiani per Alitalia? "Nemmeno per sogno".

(Silvio Berlusconi, Ansa, 26 marzo 2008).

Su richiesta della Consob, Benetton comunica "di non aver avviato iniziative finalizzate alla presentazione di un'offerta, anche in cordata con altri soggetti, per l'acquisizione della società Alitalia"

(Alessandro Benetton, Ansa, 27 marzo 2008).

Mediobanca "non ha avviato né partecipa ad alcuna iniziativa volta a promuovere offerte per rilevare Alitalia o per intervenire nel suo capitale". Lo precisa l'istituto in un comunicato, diffuso su richiesta della Consob

(Ansa, 27 marzo 2008)

"Alitalia non è, ad oggi, nell'agenda di Eni". E' quanto ha sottolineato l'ad del gruppo petrolifero, Paolo Scaroni, in merito alle indiscrezioni di stampa relative ad una possibile partecipazione in una cordata per la compagnia di bandiera

(Ansa, 27 marzo 2007)




postato da: majortom79 alle ore marzo 31, 2008 19:20 | link | commenti
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sabato, 29 marzo 2008

"De Gennaro va processato per istigazione alla falsa testimonianza sui fatti della scuola Diaz"

Io poi non capisco neppure come questa cosa possa aiutare i colleghi...». Il 26 aprile 2007 c'è la telefonata più importante. I magistrati la considerano una prova definitiva del fatto che l'ex questore di Genova Francesco Colucci non agiva per sé, e neppure per i colleghi, ma per conto dell'allora capo della Polizia. Il collegamento diretto. La Procura di Genova chiede il rinvio a giudizio per Gianni De Gennaro, indagato dal giugno 2007 per aver istigato Colucci, (promosso prefetto dal 15 febbraio scorso) a rendere falsa testimonianza durante un'udienza del processo Diaz, che vede imputati alcuni dei principali funzionari della Polizia italiana. L'atto di accusa dei magistrati è stato depositato giovedì all'ufficio di presidenza dei Giudici per le indagini preliminari. Viene chiesto il processo anche per Spartaco Mortola, il funzionario che raccoglie le confidenze di un Colucci ignaro di essere intercettato in quanto indagato in una inchiesta sulla sparizione delle false bombe molotov che dovevano servire per «incastrare» i 93 manifestanti arrestati durante il blitz alla Diaz. Ovviamente quest'ultimo è decisamente il più inguaiato. Per lui, l'accusa più grave, falsa testimonianza.      Il documento della procura — alcune decine di pagine — condensa i punti chiave di un'inchiesta che ha messo assieme un'enorme mole di materiale probatorio: intercettazioni, verbali di interrogatori, deposizioni, materiale di repertorio del processo Diaz, quasi 1.300 pagine. Nella loro ricostruzione, la tesi di un'unica regia impegnata a sviare e condizionare il processo per i reati commessi dalla Polizia durante l'irruzione alla scuola Diaz resta sullo sfondo. Tutto è circoscritto alle lunghe chiacchierate (ne vengono citate sei) tra Colucci e il suo sparring partner Mortola, all'epoca capo della Digos di Genova, oggi vicequestore a Torino, che si prende la briga di rinfrescare la memoria al suo ex superiore. Grande risalto viene dato al colloquio del 26 aprile, quando l'ex questore racconta di essere stato a Roma: «Sono tornato ora, e praticamente il giorno 3 maggio devo venire a Genova... Il capo m'ha dato le sue dichiarazioni. Mi ha fatto leggere, poi dice... tu, devi, bisogna che aggiusti un po' il tiro». Colucci riferisce che il capo della Polizia gli chiede di farlo per i colleghi imputati nel processo, ma è perplesso. La richiesta principale riguarda infatti Roberto Sgalla, capo ufficio stampa del Viminale. Interrogato nel 2001, e poi davanti alla commissione di indagine parlamentare, Colucci raccontò di non averlo avvisato affinché si presentasse alla Diaz. Adesso dovrà cambiare versione, ma l'ex questore che dichiara più volte di non ricordarsi davvero nulla («C... sono passati sei anni!») non capisce cosa possa servire ai colleghi da aiutare questo dettaglio. Secondo i pm genovesi, serve soltanto a De Gennaro, per altro mai indagato nell'inchiesta sui fatti della scuola Diaz, per cancellare dalla propria immagine l'ombra di un pur minimo sospetto. Una questione che De Gennaro rischia di pagare cara se il Gip riterrà di accettare la richiesta di rinvio a giudizio. Il 16 novembre, l'ex capo della Polizia aveva scritto a Colucci, invitandolo a riflettere «sulle ragioni che ti hanno indotto a cambiare versione ». Era un invito a presentarsi davanti ai magistrati per chiarire. Ma — dopo molto tergiversare — non è stato accolto dall'ex questore.

postato da: majortom79 alle ore marzo 29, 2008 16:01 | link | commenti (1)
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Veltroni sulla mafia a Catania

Finalmente arrivano delle parole chiare, significative e inequivocabili di uno dei candidati premier contro la piaga della mafia.

Dichiarazioni fortissime, che ispirano fiducia nella voglia di legalità, manifestando una precisa volontà di combattere contro la criminalità organizzata senza nessuna ambiguità o strizzate d'occhio.

Le parole, in particolare su temi delicati come questo, hanno un'importanza enorme, specie quando lanciano segnali di grande impatto emotivo e valenza fortemente simbolica come in questo caso.















postato da: majortom79 alle ore marzo 29, 2008 02:03 | link | commenti (15)
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venerdì, 28 marzo 2008

Formazione e riformazione

"Conoscere la Costituzione per affermare i diritti e comprendere i  doveri"

Terzo incontro, quest'oggi, presso il liceo classico "Casardi"

venerdì 28 marzo 2008, ore 16.00


dott. Roberto Rossi, sostituto procuratore presso il Tribunale di Bari - dott. Francesco Messina


Economia, ambiente e diritti: un equilibrio instabile


postato da: majortom79 alle ore marzo 28, 2008 09:22 | link | commenti (8)
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mercoledì, 26 marzo 2008

Per chi vota la mafia

di Peter Gomez



Se le cose andranno come devono andare, se in Sicilia l'Udc supererà la soglia dell'8 per cento dei voti, nel prossimo Senato siederà un uomo che Giovanni Brusca, il capomafia killer del giudice Giovanni Falcone, considerava "un amico personale". Si chiama Salvatore Cintola, ha 67 anni, è laureato in lingue e in vita sua è stato prima repubblicano, poi socialdemocratico e quindi socialista. Per qualche settimana ha anche militato in Sicilia Libera, un movimento indipendentista creato nel '93 per volere del boss Luchino Bagarella. Ma alla fine ha scoperto una vocazione per il centro ed è passato alla corte di Totò Cuffaro diventando deputato regionale sull'onda di migliaia di preferenze (17.028 nel 2006). Due anni fa ad Altofonte, raccontano le intercettazioni, la sua campagna elettorale era stata condotta pure dagli uomini d'onore, ma farsi votare dalla mafia non è un reato. Frequentare i boss neppure. E così la posizione di Cintola, iscritto per ben quattro volte nel giro di 15 anni sul registro degli indagati della procura di Palermo, è stata come sempre archiviata.

Cintola, numero quattro del partito di Casini nella corsa a Palazzo Madama, può insomma tentare liberamente il gran salto in Parlamento. E se ce la farà si troverà in compagnia di una foltissima pattuglia di amici, parenti, soci, complici veri, o presunti, di mafiosi, 'ndranghetisti e camorristi. Sì perché mentre Confindustria espelle non solo i collusi, ma persino chi paga il pizzo (persone cioè che codice alla mano non commettono un reato, ma lo subiscono), Udc, Pdl, e, in misura minore, il Pd, di fronte al rischio mafia chiudono gli occhi. Nelle tre regioni del sud, Sicilia, Calabria e Campania, quello della criminalità è infatti un voto organizzato, al pari di quello delle associazioni dei precari (voti in cambio dei rinnovi dei contratti pubblici) o del volontariato (voti contro finanziamenti). Quanto pesi dipende dalle zone. In alcuni comuni della Calabria, ha spiegato il pm Nicola Gratteri, sposta fino al 20 per cento dei consensi. Numeri analoghi li fornisce a Napoli il sociologo Amato Lamberti che parla di una "joint venture criminale tra camorristi, imprenditori spregiudicati e e politici affaristi, in grado di orientare su tutta la regione il 10 per cento dell'elettorato". Mentre a Palermo, il vicepresidente della commissione antimafia Beppe Lumia (Pd), spiega: "I voti che Cosa nostra controlla sono circa 150mila. Sono una sorta di utilità marginale che, indipendentemente dai sistemi elettorali, serve per raggiungere gli obiettivi: o la quota dell'8 per cento al Senato, o la vittoria complessiva in caso di testa a testa. Solo alla fine della campagna elettorale, comunque, chi opera sul territorio può rendersi conto delle scelte delle cosche. È a quel punto che i mafiosi lanciano segnali: sanno di essere forti e lo fanno pesare". Già, i segnali, ma quali? I colloqui intercettati durante le ultime consultazioni narrano che Cosa nostra, quando si vede richiedere il voto, sceglie spesso la linea dell'understatement. "Allora noi ci muoviamo. Però con riservatezza, come merita lui, con molta pacatezza, capisci (altrimenti) gli facciamo danno", dicevano nel 2001 i mafiosi di Trabia a chi domandava loro un appoggio per la candidatura di Nino Mormino, l'ex vice-presidente della commissione Giustizia della Camera, oggi lasciato in panchina dal Pdl. Non è insomma più epoca di evidenti passeggiate sotto braccio con il capomafia del paese. E a Palermo, per accorgerti di cosa sta succedendo, devi saper identificare i nomi e i volti di chi distribuisce manifestini o santini elettorali.

Per le politiche del 2006, per esempio, tra ragazzi del motore azzurro, l'organizzazione voluta da Marcello Dell'Utri (condannato in primo grado per concorso esterno e in secondo per tentata estorsione), figurava tutta la famiglia di Rosario Parisi, il braccio destro del boss Nino Rotolo, a cui era stato pure delegato il compito di curare uno dei tanti gazebo berlusconiani. Nel quartiere popolare della Kalsa, invece, fino a venti giorni prima delle amministrative non si vedeva un manifesto. Poi, una bella mattina,sulla saracinesca del negozio vuoto del più importante latitante della zona qualcuno aveva appeso un' immagine del sindaco Diego Cammarata (verosimilmente all'oscuro di tutto). Era il via libera. Mezz'ora dopo i muri dell'intero quartiere, come gli abitanti, parlavano solo di lui. Non deve stupire: la mafia, anzi le mafie, sono ormai laiche, non sono a prescindere di destra o di sinistra, e prima della chiamata alle urne fanno dei sondaggi. Come ha raccontato il pentito Nino Giuffrè l'organizzazione ha uomini ovunque in grado di percepire gli umori dell'elettorato. Poi, quando diventa chiaro chi può vincere, stringe accordi con chi è disponibile al dialogo. O imponendo candidature, o offrendo voti in cambio di soldi, appalti o favori. Anche per questo, e non solo per distrazione, nelle liste oggi c'è finito di tutto. In Sicilia, per esempio, presentare Cuffaro, condannato in primo grado a 5 anni per favoreggiamento, è stato come segnare una svolta.

Cintola a parte, l'Udc fa correre alla camera Francesco Saverio Romano, tutt'ora indagato per concorso esterno; Calogero Mannino, imputato davanti alla corte d'appello di Palermo; e Giusy Savarino, che solo un mese fa ha visto il Tribunale inviare, al termine del processo 'Alta Mafia', alcuni atti che la riguardano alla procura. Secondo i giudici dalle intercettazioni e dai verbali emerge come nel 2001 lo scontro sulla sua candidatura alle regionali tra suo padre, Armado Savarino, e l'ex assessore Udc, Salvatore Lo Giudice, poi condannato a 16 anni di reclusione, sia stato risolto dalla mediazione del boss di Canicattì, Calogero Di Caro.

Certo, si può benissimo concordare con Pier Ferdinando Casini, il quale di fronte alle polemiche, fin qui limitate al nome di Cuffaro, ripete "non è giusto che le liste le faccia la magistratura". Resta però il fatto che il numero di suoi candidati risultati in rapporti con uomini di Cosa nostra, o coinvolti a vario titolo in indagini per mafia, è altissimo. Troppi per ritenere che le accuse lanciate dai pentiti, secondo i quali il voto per il partito di Cuffaro negli ultimi anni sarebbe stato compatto, siano del tutto campate in aria. In questa situazione, con la magistratura che non può intervenire perché per arrivare al processo ci vuole(giustamente) la prova dell'accordo con i mafiosi, a denunciare e bonificare ci dovrebbe pensare la politica.

Il tentativo della commissione Antimafia di far approvare, per iniziativa del senatore di Forza Italia Carlo Vizzini, un codice etico che impedisse la presentazione di candidati collusi almeno alle amministrative del 2007 è però rimasto lettera morta. Al primo febbraio del 2008 su 103 prefetture, solo 86 avevano inviato alla commissione una fotografia di quello che era accaduto nelle urne sei mesi prima. E stando a quanto risulta dai documenti, mancavano, tra l'altro, all'appello le risposte delle provincie di Avellino, Caltanissetta, Enna, Messina, Palermo, Reggio Calabria, Taranto e Trapani. I partiti avversari poi tacciono tutti. Il Pdl, nonostante le polemiche contro il "cuffarismo e il clientelismo", è prudentissimo. Anche perché gli azzurri in lista non si sono limitati a ricandidare il senatore Pino Firrarello, condannato in primo grado per turbativa d'asta aggravata e ora sotto inchiesta per concorso esterno, o l'ex sottosegretario Antonio D'Alì, ex datore di lavoro del superlatitante Matteo Messina Denaro, e oggi accusato dall'ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano di aver voluto il suo trasferimento per fare un piacere a Cosa nostra (sulla vicenda è in corso un'indagine e un processo per diffamazione).

Negli elenchi fa capolino pure la new entry Gabriella Giammanco, ex aspirante velina, volto giovane del Tg4, ma soprattutto nipote di Vincenzo Giammanco, definitivamente condannato come socio e prestanome di Bernardo Provenzano. E poi ci sono tutti gli altri. A partire da Gaspare Giudice, assolto in primo grado dalle accuse di mafia con una sentenza in cui il tribunale sostiene di aver però "verificato con assoluta certezza" l'appoggio datogli da Cosa nostra nel 1996 e "con grandissima probabilità" anche nel 2001. Per arrivare a Renato Schifani, considerato in pole position dal 'Giornale' come futuro ministro degli Interni,
sebbene negli anni '80 sia stato a lungo socio, assieme all'ex ministro Enrico La Loggia, della Siculabrokers: una compagnia in cui figuravano anche Nino Mandalà, futuro boss di Villabate, e Benny d'Agostino, imprenditore legato per sua ammissione al celebre capo di tutti i capi, Michele Greco.

Insomma, meglio non discutere di mafia. Un po' come fa il Pd messo in imbarazzo dalle proteste di Beppe Grillo e della Confindustria, quando con un colpo di mano aveva tentato di escludere dalle liste Beppe Lumia. Dietro a quella scelta non è difficile vedere l'ombra del grande avversario di Lumia, il dalemiano Mirello Crisafulli, filmato mentre discuteva, dopo averlo baciato, di appalti e favori con i boss di Enna, Raffaele Bevilacqua. Da quando nel 2007 Lumia, condannato a morte da Cosa nostra, aveva definito la sua candidatura inopportuna, Crisafulli, grande amico di Cuffaro, non lo salutava più. Poi in lista c'era finito solo Crisafulli e Lumia era stato recuperato come numero uno al Senato solo quando era diventato chiaro che stava per passare con Di Pietro. In compenso tra gli aspiranti deputati del Pd è comparso Bartolo Cipriano, ex sindaco e poi consigliere del comune messinese di Terme Vigliatore, sciolto per mafia nel 2005.

Meglio vanno le cose in Calabria, dove le liste di Veltroni, capeggiate dall'ex prefetto De Sena sono in buona parte pulite (al contrario di quanto era accaduto con le regionali quando la 'ndrangheta votò per il centrosinistra). Tra i democratici suscita qualche perplessità principalmente il nome di Maria Grazia Laganà, la vedova di Francesco Fortugno, il vice-presidente della regione ucciso dai clan, sotto inchiesta per truffa ai danni dello Stato nell'ambito delle indagini sulle infiltrazioni mafiose alla Asl di Locri. Qui, come in Campania, la battaglia con il centrodestra si profila in ogni caso all'ultimo voto. E il Pdl candida al Senato (decimo posto) addirittura Franco Iona, cugino primo del boss Guirino Iona, capo dell'omonima cosca crotonese ora in carcere dopo anni di latitanza. Nel 2005 Iona non aveva potuto correre per le amministrative con l'Udeur proprio a causa della sua ingombrante parentela. Ora, nonostante le proteste del presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione, Iona si dà da fare per raccogliere voti e ribadisce di essere incensurato.

Difficile comunque che ce la faccia, al contrario di Gaetano Rao, numero 17 del partito di Berlusconi e Fini alla Camera, e soprattutto nipote di don Peppino Pesce, vecchio boss dell'omonima e potentissima cosca di Rosarno. Per uno strano scherzo del destino Rao si ritrova candidato assieme ad Angela Napoli (An), membro della commissione Antimafia e feroce avversaria della 'ndrangheta. La Napoli, insomma, ingoia amaro anche perché con lei sono candidati Pasquale Scaramuzzino, l'ex sindaco di Lamezia Terme, un comune sciolto nel 2002 dal governo per mafia in seguito a una sua battaglia, e Giuseppe 'Pino' Galati, allora leader del Ccd: un partito che l'attaccava a tutto spiano.

Anche in Campania, dove solo nella provincia di Napoli, sono stati sciolti 15 comuni (in prevalenza di centrosinistra) dal 2001 a oggi, c'è incertezza. Alle prese con l'emergenza rifiutiil Pd pare essersi mosso con relativa cautela, anche perché scottato dalle indagini sul clan Misso e i suoi rapporti con la Margherita. Tutt'altra storia sono invece le liste degli avversari. In Parlamento entrerà Sergio De Gregorio, l'ex dipietrista subito convertito a Berlusconi, indagato per riciclaggio dopo che sono stati scoperti suoi assegni in mano a Rocco Cafiero detto ''o capriariello', un contrabbandiere considerato organico al clan Nuvoletta. Con lui ci sarà Mario Landolfi (An), ora costretto a fronteggiare l'accusa di essere stato appoggiato nel 2006 da un manipolo di camorristi. E c'è pure Nicola Cosentino, uno che la mafia se l'è trovata suo malgrado in casa, visto che uno dei suoi fratelli ha sposato la sorella del boss, detenuto al 41 bis, Peppe Russo, detto 'o padrino'. Insomma, c'è da stare tranquilli. Comunque finiranno le cose il 13 aprile avremo un Parlamento specchio del paese. Peccato solo che a essere riflessa, almeno nel sud, sarà anche la parte peggiore.
 
postato da: majortom79 alle ore marzo 26, 2008 18:40 | link | commenti (5)
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martedì, 25 marzo 2008

Fascisti su Marte

Fiore e il «contagio fascista»: un passato

che non passa nonostante il doppio petto


Roberto Fiore un moderato? Difficile definirlo così, a giudicare il suo passato in Terza Posizione, la condanna per banda armata, la lunga latitanza e la simpatia per il fascismo. Ora però ci sono le elezioni in arrivo. Fiore ha indossato il doppio petto e si candida a guidare il Paese con Forza Nuova. Da qualche giorno lo si può trovare nei salotti buoni della tv, da Vespa e al Tg7, a discettare con toni pacati di immigrazione e aborto. E pazienza se i sondaggi gli danno lo 0,6 per cento scarso.                                                       Che Forza Nuova sia un partito normalizzato, da «arco costituzionale», come si diceva una volta, è una tesi discutibile. Un bel documentario in uscita, di Claudio Lazzaro (Nazirock), racconta «il contagio fascista tra i giovani italiani» e mostra un «Campo d’azione» di Forza Nuova del 2006. Svastiche, foto di Rommel, negazionismo sulle camere a gas. Tra i partecipanti, gli ex terroristi Luigi Ciavardini (strage di Bologna) e Andrea Insabato (attentato al Manifesto).






Fiore, nel film si vede uno grande striscione stampato: «Più nazifascismo».                                            

«Come? No, è impossibile»                


Ci sono le immagini.

«Non è vero, non accetteremmo mai in un nostro campo uno striscione simile».


A giudicare dal merchandising, sembrate piuttosto filonazisti.

«Personalmente non ho mai avuto nessuna simpatia per il nazismo».

Eppure la effe e la enne incrociate di Forza Nuova somigliano a una svastica.

«Attenzione, il nostro simbolo elettorale è diverso. E comunque anche la croce celtica viene utilizzata ogni tanto, ma cosa c’entra? Forza Nuova vuole essere giudicata per le sue idee».

Nel film si parla a lungo di un libro di Carlo Mattogno: Auschwitz: fine di una leggenda.
                                                                                         «Non l’ho letto».


Auschwitz è una leggenda?

«Guardi, io sono perché gli storici facciano il loro dovere e indaghino in modo indefesso. Poi se poi qualcuno è stato ucciso per il fatto di essere ebreo o per altro motivo, questo è un crimine grave».

Ma c’è stato un genocidio? Sono esistite le camere a gas?

«Noi siamo radicalmente contrari ai genocidi».

Sì, ma la shoah?

«Moltissimi ebrei sono stati uccisi. Certo, non solo loro. Comunque siamo nel 2008 e dobbiamo parlare degli italiani».

Voi nei vostri Campi vendete spille di Hitler e del Duce.

«Comuni interi fanno profitti sui gadget, come Predappio. Non è questo il punto. Vuole sapere la mia opinione sul fascismo?».

Sì.

«Non ho difficoltà a dirle che ho simpatia per certi aspetti: le leggi sociali, l’italianità, le grandi costruzioni architettoniche, le bonifiche pontine».

Turigliatto da Vespa se n’è andato al suo arrivo.

«Assurdo, è un rigurgito del passato. Sono stato compagno di scuola di Piero Marrazzo, Andrea Colombo, dei figli di Berlinguer. Io con i comunisti ci parlo da quando avevo 14 anni».

Ci parla e non solo. Ha una condanna per banda armata.

«In primo grado a 5 anni e in secondo a 3 e mezzo. Poi è arrivata la prescrizione. Ammetto quello che devo ammettere: sono stato attivo in senso radicale nella destra fino a 21 anni».

In senso radicale che significa? Con una banda armata?

«Con Terza posizione. Il clima era quello che era. Decine di giovani hanno attraversato la soglia della galera. Ma il cuore della battaglia fu positivo».

Positivo? Ci furono vittime e stragi orrende in quel periodo, da piazza Fontana alla Stazione di Bologna.

«Certo, ci fu terrorismo da una parte e dell’altra. Ma c’era anche la spinta romantica di una gioventù alla ricerca di una verità. Non si può criminalizzare quel periodo».

Nel campo di Marta, i Legittima Offesa cantano: “Il vostro sangue ci disseta. Frana la curva, frana sulla polizia italiana”.

«Eh, io non ascolto questo tipo di musica nel mio tempo libero. Ma è assurdo, mica vado a contestare i 99 Posse se parlo con Veltroni, no?».

Però potrebbe prendere le distanze dalla violenza negli stadi.

«Certo, non condivido l’idea di far crollare le tribune sulla polizia».

Un vostro volantino recita: «Un’Italia senza extracomunitari si può fare». Non è razzismo questo?

«No, non siamo contro i popoli che soffrono. E non sosteniamo che ci sia una differenza ontologica tra le razze. Io non ho problemi con gli stranieri: sono sposato con una spagnola e abbiamo dieci figli. Ma dico no agli immigrati extraeuropei e ai Rom».

Perché respingere un ingegnere etiope?

«Ma il caso singolo va bene, figuriamoci».

Voi siete contro l’aborto.

«Sì, guardiamo con interesse a Ferrara. Che però non chiude il suo ragionamento: va cambiata la legge 194».

Come?

«Stabilendo che l’aborto è un omicidio e come tale va trattato. In questo modo diminuiranno».

Per la verità sono in dimuzione da anni.

«È falso. Diminuiscono solo perché stanno diminuendo i concepimenti».

La destra è frammentata. Ciarrapico era con voi al Campo di Cerveteri del 2007 e ora è con il Pdl, con la Mussolini. Poi ci sono Santanché e Storace. Perché bisognerebbe votare voi?

«Perché noi abbiamo un programma più duro, più tosto. Ma siamo disponibili a collaborare e allearci con un governo Berlusconi».

Del resto vi eravate accordati con lui alle Regionali del 2005.

«Sì. E con la Mussolini è rimasto un buon rapporto. Ma voterà per noi anche molta gente di sinistra».

Di sinistra? E perché dovrebbe?

«Molti elettori dei ceti bassi, del popolo, sono con noi. Il proletariato è rimasto senza rappresentanza. E non ne può più degli immigrati».

Alessandro Trocino
postato da: majortom79 alle ore marzo 25, 2008 13:18 | link | commenti (6)
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lunedì, 24 marzo 2008

Tu chiamalo se vuoi INSIDER TRADING

da Uliwood Party di Marco Travaglio

Alitalia._Quale_futuroDice il Cainano che “la svendita Alitalia mi ricorda la svendita della Sme”, ma lui impedirà anche quella. La stampa al seguito registra il tutto come una verità di fede. Come se davvero, nel 1984, l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi avesse tentato di svendere il gruppo agroalimentare di Stato alla Buitoni di Carlo De Benedetti, ma il Cavaliere Bianco avesse sventato la minaccia. La bufala fa il paio con quella della svendita dell’Alfa Romeo alla Fiat, da tutti attribuita a Prodi, ma in realtà imposta da Craxi (Prodi era per la Ford).

Piccolo Smemorandum per gli Smemorati. La Sme riuniva i gloriosi marchi alimentari Pavesi, Cirio, Bertolli, De Rica, Motta, Alemagna, Gs, Autogrill e così via. Ma era diventata, grazie alla gestione fallimentare delle Partecipazioni statali, cioè dei partiti, un carrozzone maleodorante che costava allo Stato migliaia di miliardi di ricapitalizzazioni, investimenti e ristrutturazioni. Ed era in perenne perdita, proprio come Alitalia. Prodi la mise sul mercato, rivolgendosi ai colossi del settore: Ferrero, Barilla, coop. Risposero tutti picche. L’unica società interessata era la Buitoni, che il 30 aprile 1984 siglò con l’Iri un pre-contratto d’acquisto: 497 miliardi di lire per il 64,3% del gruppo. Prezzo di favore? Balle: il prezzo viene fissato da due perizie dei professori bocconiani Poli e Guatri (Poli diventerà presidente di Publitalia, gruppo Fininvest). Ed è poi confermato dalla perizia disposta dall’allora ministro delle PPSS Clelio Darida (Dc), che approva l’accordo Prodi-De Benedetti, come pure la commissione Bilancio della Camera, il Cda unanime dell’Iri e il Cipi. Ma poi il premier Craxi si mette di traverso: per lui non sono previste mazzette (diversamente da quelle che pagheranno anni dopo altri offerenti); e considera De Benedetti un nemico. Dunque promuove una cordata alternativa tramite l’apposito Berlusconi.

L’amico Silvio, che si occupa di mattone e antenne, non sa da dove cominciare: così costringe, insieme al premier, Ferrero e Barilla a rimangiarsi il diniego all’offerta Prodi. Ma l’operazione va per le lunghe e mancano pochi giorno al closing Iri-Buitoni. Così si organizza in tutta fretta un’azione di disturbo: il 24 maggio un certo avvocato Italo Scalera, compagno di scuola di Previti, offre 550 miliardi per la Sme (il rilancio minimo sui 500 offerti dall’Ingegnere) a nome di misteriosi imprenditori che, al momento, non vogliono comparire. E' un'offerta falsa, una bufala commissionata dal Cavaliere per prendere tempo. Craxi coglie la palla al balzo e blocca la cessione a Buitoni. Il 29 maggio, finalmente, i Mister X escono allo scoperto: sono Berlusconi, Barilla e Ferrero, che con la società Iar offrono il minimo possibile dopo il rilancio Scalera: 600 miliardi. La prova che il prezzo fissato da Prodi era giusto.

La privatizzazione a quel punto si arena in un groviglio di carte bollate. Pantalone continua a ripianare i debiti dei panettoni e dei pomodori di Stato. Poi la Sme verrà venduta a spezzatino,in Italia e all’estero (ma senza il buco nero della consociata Sidalm, indebitatissima, che invece la Buitoni si sarebbe accollata: il che - insieme all’inflazione, alla rivalutazione del ramo alimentare e al fatto che lo Stato cederà non più il 64, ma il 100% del gruppo - spiega l’incasso più alto per lo Stato). De Benedetti ricorre in Tribunale contro l’Iri per il mancato rispetto del precontratto, ma i giudici romani gli danno torto: uno di loro riceverà soldi in Svizzera dalla cordata Iar, tramite gli avvocati berlusconiani Previti e Pacifico.

Al processo milanese sulla presunta compravendita di quelle sentenze - tutti assolti - si scoprono altri particolari interessanti. A Berlusconi della Sme (come ora di Alitalia) non fregava nulla: si fece avanti solo per motivi politici. Cinque mesi dopo, ottobre 1984, Craxi si sdebitò con i famigerati “decreti Berlusconi” per neutralizzare le ordinanze dei pretori che avevano sequestrato gl’impianti che consentivano alle tv Fininvest di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia. E i periti della Iar, attivati dai suoi alleati Ferrero e Barilla, avevano valutato la Sme addirittura meno del prezzo concordato da Prodi e De Benedetti. Per gli esperti Barilla, il pacchetto Sme valeva 492 miliardi; per gli esperti Ferrero, 472,5. Meno di quanto offrisse lo stesso De Benedetti. Infatti, prima del diktat di Craxi, Berlusconi aveva dichiarato alla Stampa (23 maggio ‘85): “La Sme è troppo cara”. Ora dice il contrario: cioè che Prodi voleva svenderla. E, come ai bei tempi di Scalera e Previti, annuncia un'offerta bufala per la compagnia di bandiera. Se torna al governo, l’Alitalia è in buone mani.
postato da: majortom79 alle ore marzo 24, 2008 09:35 | link | commenti
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domenica, 23 marzo 2008

AUGURI DI BUONA PASQUA A TUTTI!

piero_della_francesca_resurrection
postato da: majortom79 alle ore marzo 23, 2008 10:01 | link | commenti (2)
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sabato, 22 marzo 2008

Spitzer for President

da Voglio Scendere di Marco Travaglio

Il governatore democratico di New York, Eliot Spitzer, già procuratore anticorruzione, eletto nel 2006 col 70% dei voti, si è dimesso perché il suo nome è finito in un’indagine dell’Fbi su un giro di squillo d’alto bordo, rivelata in anteprima dal New York Times. Spitzer - celebre per le sue campagne contro la prostituzione - non è imputato né accusato di alcun reato, ma l’Fbi sta verificando se non possa essere incriminato per “structuring”, cioè per aver tentato di schermare l’origine dei fondi usati per saldare i conti del “club”; e per violazione della legge Mann del 1910, che proibisce “il trasporto di donne da uno stato all’altro per scopi immorali” (il governatore incontrò in un albergo di Washington una prostituta proveniente da New York).

Insomma, bazzecole. Tutto nasce dalle denunce di alcune banche all’Internal Revenue Service (l’Agenzia delle entrate) a proposito di pagamenti sospetti riconducibili a Spitzer. Paventando una storia di tangenti, l’Irs si rivolge all’Fbi, che investe il ministero della Giustizia e ottiene il permesso di intercettare telefoni e caselle e-mail dei protagonisti della sexy-agenzia. Le intercettazioni, con tutti i particolari dell’incontro fra il “cliente n.9” e la bella Kristen, finiscono in un affidavit di 47 pagine degli agenti dell’Fbi ai procuratori di New York Sud. E di lì sul New York Times - che rivela di aver avuto la notizia da “tutori della legge che han parlato a patto di restare anonimi” – e sui siti web (http://tinyurl.com/2ul3uy). Anziché pendersela con chi ha diffuso la notizia, il governatore ammette che è tutto vero e parla di “questione privata”. Ma il NYT gli dà dell’”arrogante” perché ha “tradito la famiglia e i concittadini”. Lui chiede scusa a tutti. E toglie il disturbo.

Immaginiamo un caso analogo in Italia. Il politico in questione strilla in Parlamento contro la “giustizia politicizzata” e la “fuga di notizie a orologeria”, ma promette che “resterò al mio posto perché non ho commesso reati, non sono indagato e comunque ho avuto il 70% dei voti”. Solidarietà bipartisan da destra, centro e sinistra. Il capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il vicepresidente del Csm e il Garante della privacy deplorano “la gogna mediatica”, invocano il “segreto istruttorio”, auspicano “la fine dello scontro politica-giustizia” e sollecitano “una legge sulle intercettazioni”. Il ministro della Giustizia sguinzaglia gli ispettori in Procura, mentre gli investigatori vengono trasferiti in Sardegna. Bruno Vespa allestisce uno speciale “Porta a Porta” dal titolo: “Come Tortora e Anna Falchi”, ospite Andreotti. I quotidiani pubblicano editoriali di fuoco, tutti con lo stesso titolo: “Chi paga?”. Galli della Loggia, Panebianco e Ferrara osservano che “queste cose in America non potrebbero mai accadere”. Berlusconi e Veltroni, con una dichiarazione congiunta, riaprono la Bicamerale per “una moratoria sulle intercettazioni, aldilà degli steccati ideologici, come nelle grandi democrazie liberali”. Il cardinal Ruini, in onore del politico intercettato, organizza un’edizione straordinaria del Family Day.




postato da: majortom79 alle ore marzo 22, 2008 09:27 | link | commenti
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giovedì, 20 marzo 2008

Verde a luci rosse

In questi giorni sono state presentate le candidature per il Parlamento italiano anche per la circoscrizione estera di Parigi. Si scoprono delle cose divertenti. E' il caso di Andrea Verde.




verde


Percorrendo la biografia del candidato, dopo un'onorata carriera da dirigente in Enichem France, si scopre che dal 2000 il nostro diventa un operatore nel settore della comunicazione. La dicitura è vaga, il buco biografico che segue piuttosto curioso, ma ad aiutarci interviene la strana coincidenza dell'uscita nel 2000 di un capolavoro immancabile del cinema italiano neorealista, Diario segreto di un'italiana a Parigi, diretto e prodotto proprio da un certo Andrea Green. Effettivamente, nel film di comunicazione ce n'è molta, ma non è chiaro se Verde prediliga l'approccio top-down o bottom-up. In linea con la visione edulcorata del programma PDL in sostegno alla famiglia, poi, un altro capolavoro del talentuoso regista è Papà, ti scopo tua moglie, anch'esso immancabile nella videoteca di ogni circolo delle libertà. Verde potrebbe poi tornare utile per l'eventuale discussione di un accordo bilaterale con Lula se al presidente brasiliano venisse mostrata l'altra opera del candidato in questione, Samba.                                                                

Insomma, il PDL a Parigi può certo scegliere tra diverse posizioni, ma una domanda nasce spontanea: se è vero che non è chiaro su che cosa faccia perno la politica del PD, quella del PDL su che cosa fa porno?




da Il-Lu-MINATO
postato da: majortom79 alle ore marzo 20, 2008 16:24 | link | commenti (17)
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